Rinascimento
Rinascimento
Cento opere - Giovan Francesco Pico conte della Mirandola e di Concordia, a Pietro Bembo, Libello sull'imitazione
Segnala la pagina

Giovan Francesco Pico a Pietro Bembo salute. Non ho ancora deciso, Bembo, se debba concordare o dissentire da te circa le tue idee intorno all'imitazione degli antichi scrittori e la discussione che hai avuto con me su questo argomento; anche perché ho notato che gli antichi autori proposti come modello da imitare ebbero a questo proposito pareri diversi e incerti. La ragione stessa si presta imparziale sia all'una che all'altro partito, sicché non appare chiaro per quale optare. Perciò se si invoca l'autorità, se ci si appella alla ragione - vie alle quali come a due sorelle ricorriamo per indagare la verità - la disputa sembra rimanere ancora ingiudicata. Ma in effetti, riflettendo più approfonditamente e rivolgendo nell'animo il concetto stesso di imitazione, arrivo alla conclusione di non ritenere proponibile che si imiti qualche cosa in particolare: bisogna imitare tutti i buoni autori, non uno solamente, e quelli non in ogni cosa; tu stesso sarai di questo avviso. A tale opinione mi spingono parecchie considerazioni, e a essa la mente si volge per rendermi facile il compito di reggere il confronto con te. Tenterò e mi sforzerò di illustrarti questo concetto come posso, in modo che se non ti convincerò delle mie idee (chi infatti riuscirebbe a fare ciò con un amico come il Bembo?), tu almeno forse non giudicherai che la discussione si decida proprio a tuo favore. Innanzi tutto è ben noto che gli imitatori sono definiti in Platone da un nome senza prestigio, o meglio da nessun nome affatto: come chi non sia considerato degno di avere un titolo proprio se non quello che deriva loro dall'imitazione stessa. Disonorevole poi la definizione di Orazio che li condanna e li chiama "gregge servile". Inoltre considera che tutti gli autori che si sono imposti per celebrità in qualche campo si sono guadagnati la gloria che deriva dalle opere compiute in maniera egregia e le accompagna come l'ombra il corpo con altro che con l'imitazione. Piuttosto accade che - sia contrastando gli autori precedenti in aperta rivalità, sia appoggiandosi a essi - non li raggiungano ma restino separati da un lungo intervallo. Chi infatti desidera essere sempre seguace non rivendicherà mai come proprio e acquisito per la prima volta un passaggio al quale o per sua propensione naturale o per non so quale ambizione sembra anelare con tutte le forze.
Si dice tuttavia che Omero abbia imitato Orfeo al punto che quell'oculatissimo cieco trasferì nell'Iliade il carme che quello aveva unito al poema su Cerere, levandone solo due parole; però Omero non si procurò in questo modo alcun onore, mentre quando cantò la storia di Troia con una poesia più sonora e grandiosa conquistò molta gloria e da ogni parte. Fu d'ostacolo piuttosto che di vantaggio l'imitazione a Virgilio, dacché al celeberrimo vate, di gran lunga più eminente tra tutti quanto a giudizio poetico, nulla più si è soliti obiettare come difetto che un'eccessiva imitazione degli antichi poeti, difetto al quale beninteso io ritengo sia stato del tutto estraneo. Non ha infatti imitato tutte le parti degli altri autori: ha propri metri, possiede un suo stile, una disposizione caratteristica e del tutto personale - per tacere il resto - che non divide con altri: emulatore degli Antichi piuttosto che imitatore! E se prende qualcosa in prestito da loro come se fossero statue e antichi oggetti cesellati per ornare gli edifici dei suoi poemi, questi sono tuttavia più adatti ai suoi arredi e donano assai più lustro. Anche Cicerone non imitò affatto Demostene con tutte le sue forze, come molti credono: lo emulò in molte cose, ma tenne saldamente un suo filo e sue regole di stile. Tito Livio fu pari o superò l'illustre storico Sallustio, ma percorse una via diversa per conseguire tale risultato. Né Cornelio NepoteCurzio Rufo mancarono della meritata lode, diversi da entrambi i precedenti e tra loro. Se prendi la storia greca, quale maggiore differenza di stile che tra Erodoto e il famoso ateniese [Senofonte], a un tempo condottiero e scrittore delle sue imprese? Di entrambi sono però altissime lodi. Se passiamo ai filosofi greci, l'eloquenza di Aristotele è grandemente celebrata sia tra i Greci che tra i Latini che conoscono il greco; quella di Platone non sarà mai lodata abbastanza, con tutto che lo stile di Aristotele sia diversissimo dalla sua scrittura, e neppure simile alla Musa attica, ancorché celebratissima, anche se poi questa è a sua volta diversa da Platone per disposizione della frase e termini, che Senofonte usava koinoìs [comuni], Platone invece kaloìs [eleganti], come dicono gli autori greci. Non mancò ad Aristotele la possibilità di imitare colui in particolare del quale aveva per vent'anni frequentato con assiduità la scuola. Non gli mancò l'erudizione, non il gusto per farlo: preferì tuttavia primeggiare per il suo sentiero, anziché essere secondo o terzo in una via spianata da altri. Nei Latini, tra Cicerone e Varrone, quale differenza, mi chiedo, di linguaggio? Infatti né quello imitò questi, sebbene eruditissimo in ogni campo, o nello stile o negli argomenti da trattare e nel modo di trattarli. Quegli antichi uomini celebri infatti non aspiravano mai all'imitazione di altri autori al punto di giurare nelle loro parole, frasi, sintassi quasi essi fossero incapaci di parlare, o inferiori agli uccellini, i quali, condotti dai genitori fuori dal nido, sono soddisfatti se si fanno vedere da loro svolazzare tre o quattro volte. Prendevano da ciascuno quanto sembrava bastare a costruire o a ornare la frase, quello però che fosse adatto alla loro natura o appropriato alla materia trattata. Così Celso e Columella furono chiari, nitidi, concisi ed eleganti: nell'uno tuttavia trovi una eleganza selettiva, nell'altro ornamenti forse più diffusi. In essi però non troverai alcuna imitazione o almeno poca: ciascuno dei due seguiva il suo genio e la sua propensione naturale. Se infatti l'uomo possiede più di tutti la capacità di imitare, in maniera tale che da essa può apprendere molte e disparate cose, quello che Aristotele scrive nei Problemi, cioè che per questo motivo la poesia è per l'uomo naturale, è confermato nel primo libro da lui scritto su questo argomento [la Poetica]: l'uomo possiede questo istinto e propensione dell'animo come proprio e congenito sin dalla nascita; spegnerla e volgerla altrove sarebbe violare la natura stessa. Perciò, giacché nel nostro animo è insita l'idea e per così dire la radice, per il cui impulso siamo animati e quasi condotti per mano a intraprendere alcune operazioni e siamo distolti da altre, è opportuno abbracciarla piuttosto che rinunciarvi; infatti la natura, che provvede alla nostra felicità, non ci comanda nulla di estraneo alla virtù o di nocivo. Così come delle altre virtù ci comunica anche l'idea del ben parlare, e forma nell'animo l'immagine di questa bellezza; guardando a essa giudichiamo continuamente i nostri scritti e quelli altrui. Infatti nessuno vi attinge con perfezione tale che in questa cosa non si possa dire che ne goda in tutte le sue parti; essa distribuisce di tanto in tanto non a uno solo ma a tutti e a ciascuno i suoi doni illustri, cosicché la bellezza è composta dalla varietà di tutto quanto l'insieme. Oppure pensi che quel famoso accorto pittore [Zeusi] fu in errore, quando ritenne di non poter trovare in un solo corpo femminile tutti i requisiti della bellezza? E pensi che invano abbia seguito il suo esempio e lo abbia anche superato in questo giudizio quell'accortissimo oratore, il quale per formare l'immagine del bellissimo corpo dell'eloquenza scelse tutti gli uomini eccellenti per facondia (mentre quello aveva scelto solo cinque fanciulle di Crotone celebrate per la loro bellezza) e non basandosi troppo su di loro ritenne degna della sola imitazione quella forma stessa o specie assoluta dell'eloquenza assegnata a nessuno in particolare? Perciò dobbiamo imitare quella perfetta facoltà espressiva che riteniamo nell'animo, con la quale misuriamo e gli errori e i pregi nostri o altrui, sia che le idee siano interamente innate e perfette sin dall'origine, sia che si formino nel corso del tempo e attraverso la lettura di molti autori. Così accadeva che non sempre Demostene riempisse le orecchie di Cicerone; che Asinio Pollione adducesse come scusa in Livio la patavinitas [la padovanità]; che Bruto considerasse privo di vigore Cicerone, sebbene fosse il suo principale amico, altri asiano, gonfio, ridondante, troppo molle per un uomo. Accadeva anche che sia Celso che Quintiliano abbiano insegnato a imitare con molto scrupolo un solo autore, e loro stessi non abbiano imitato Cicerone, che pure lodano al massimo grado. Per quale motivo dunque non solo per argomenti diversi, ma anche in uno stesso campo, costoro presero in considerazione tutti i diversi artefici di eloquenza, se non perché prendiamo da questo o da quello ciò che più ci piace, mossi o da un impulso naturale o dal ragionamento? Chi è di altro parere lo invito a sciogliere il seguente problema. Perché coloro che lodano tanto Cicerone quanto più non è possibile, non lo imitano poi nello stile e nel modo di parlare? O forse non ne furono capaci Celso, Stazio, Plinio, Quintiliano e altri, vicini nel tempo a Cicerone, quando esistevano ancora reliquie inviolate della pura lingua romana e la latinità stessa si suggeva con il latte della nutrice? Oppure coloro che spiegavano l'imitazione agli altri, ignorarono che si devono imitare uomini di grande ed eccellente ingegno? Bisognerà dire piuttosto che non vollero: non pretenderemo certo che, volendolo, non ci siano riusciti, o che, mettendoci tacitamente a confronto con la loro gloria, speriamo di ottenere noi quello che quegli uomini celebri non riuscirono a conseguire. Qualcuno dirà forse che dobbiamo imitare quelli che più ci piacciono, il che io non rifiuterei: che piaccia più degli altri Platone o Cicerone (platonico non solo nell'opinione ma anche nello stile), seguiamoli pure. Infatti, sebbene ciascuno abbia un proprio aspetto nell'anima e nel corpo, sicché, non è facile trovare due che siano del tutto simili, tuttavia nel nostro animo la differenza è minore con alcuni piuttosto che con altri e perciò ci sarà facile evitare quelli che ci sono simili. Rammentiamoci tuttavia che non è decoroso essere scimmie, che scelgono le cose peggiori per imitarle. C'è infatti chi desidera imitare anche i nei, le cicatrici, la magrezza, gli escrementi senza avere alcuna ovvero minima cura di vigore, di forza vitale, di grazia. Da costoro non sono dissimili quelli la cui grande cura consiste nell'afferrare bramosi alcuni vocaboli rari che a Cicerone sfuggirono per la frequenza dello scrivere, o furono introdotti nelle sue opere per vizio dei tempi, tanto che, se per caso resuscitasse dagli inferi, li rinnegherebbe subito. Oppure quello che alcuni copisti, schiavi emancipati, pubblicarono corrompendo qua e là l'integrità della lezione, costoro lo osservano con il massimo scrupolo. Applicare l'imitazione a ogni parte della retorica è cosa vana e superflua. L'invenzione infatti tanto più è lodata quanto più è genuina e libera: quella che è tratta da altri si è soliti condannarla senza neanche citarla in giudizio. Per quale ragione, mi chiedo, si usa dire che un ladro e non un poeta inventò la favola? O per quale altra succede che tutti coloro che si dedicano alle fatiche di Apollo e delle Muse cerchino di ottenere, imitando gli altri, la garanzia per essere apprezzati, e che a uno solamente viene data la palma dai critici, il quale abbia tratto il nutrimento dell'animo da sé e dalla propria dispensa erudita, anche se così non diletta il gusto dei commensali? La disposizione segue l'invenzione in modo che, quale è l'ordine dei pensieri, nello stesso ordine lo dispone ordinatamente, affinché ciò che uno inventa, quasi corpo intellettivo del discorso, membra troppo ampie o troppo piccine o del tutto sproporzionate non lo deformino. Che la disposizione sia originale, penso fuori ogni dubbio che sia necessario, e dovrai tendervi con diligenza tanto maggiore, traendola da te stesso e non da altri, dato che bisogna usare cospicue forze dell'ingegno per conseguirla. Se crediamo a Plinio, il quale afferma che anche i barbari sono in grado di inventare ed esprimere magnificamente, tuttavia disporre e ornare di figure non è concesso se non agli eruditi. L'elocuzione segue dunque anch'essa l'invenzione? Talvolta bisogna adattare una frase diversa a un soggetto diverso. Allora, è l'elocuzione ad accompagnare la disposizione del discorso? A ciascuna delle due bisogna attribuire un compito particolare: di modo però che da te solo dipenda il discorso nel suo insieme. La memoria e la pronuncia penso che possiamo tralasciarle, poiché nessuna delle due viene affidata alla scrittura, e la seconda si prepara senza alcuna imitazione, ma, come dice Lucilio, la si porta con sé dal ventre materno; mentre dunque essa di solito si perfeziona con l'esercizio, direi invece che gli esempi degli Antichi offrono un non mediocre contributo alle altre parti che possono essere fatte rientrare nelle opere letterarie. Potresti infatti emulare o superare una invenzione tramandata da altri su un certo argomento, potresti disporla meglio e in maniera più ornata. La natura madre non è infatti, quasi fosse una donna vecchiotta, consumata nelle sue forze, cosi da venire meno nel nostro tempo, spossata dai troppi parti. E Dio ottimo massimo non ha elargito ingegni alla nostra epoca: che almeno siano coltivati altrettanto bene di quanto sono generati buoni, e, non dediti a favole e vane sciocchezze, siano privati del loro nutrimento, come se si cibassero di ghiande e bacche. Così infatti alcuni sono macerati e quasi consunti dal vizio, al punto che, belli peraltro per loro natura, offrono quasi l'immagine di un simulacro o di un'ombra evanescente, piuttosto che di un animo vivo. Gli ingegni, io credo, crescono piuttosto che diminuire. Il nostro secolo e quelli a lui prossimi possiedono molte nozioni intorno alla conoscenza delle cose che quella dotta antichità ha ignorato. Certo, gli Antichi ebbero una consuetudine quasi naturale con la lingua greca e latina, che è giusto ricavare dai loro libri: tramite essi in questo campo diventa più facile ottenere una legittima lode. Essi infatti anche senza volere parlavano in Grecia greco, in Italia latino, invece per noi Italiani che parliamo latino, e tanto più per quelli che parlano greco, ciò è frutto di applicazione della nostra diligenza. Così accadrà che, se la nostra età partorisse un giusto valutatore dei fatti, quelli che adesso si esprimono in una lingua mediocre potrebbero essere a ragione anteposti a quegli illustri antichi antesignani: a esempio, tra i dotti Goti, Vandali e Unni, quelli che conservano o si sforzano di conservare con una continua imitazione quell'antica lingua e quel modo di esprimersi abolito da tanti secoli, mostrando in ciò una sottigliezza ammirevole e forse esagerata. Infatti non vogliono solo essere o sembrare simili agli Antichi nella corsa e nel passo, ma vogliono procedere come se ponessero i piedi sulle loro orme. Ma se le orme, come pure i corpi degli Antichi fossero più grandi, allorché in esse si porrà un piede più piccolo, non vacillerà se appena il tallone ne rimarrà fuori? Se poi quelle degli Antichi fossero più piccole delle nostre, allora i piedi solleciti non vi entreranno e resteranno delusi? Ma chi troverà un'impronta che coincida in ogni parte? Né forse una bottega di calzolaio dissepolta dai ruderi romani ci ha fornito qualche misura. Quanti erano i piedi degli Antichi, altrettante erano le calzature. Non dubitare, Bemb, che se trovassi dei sandali in un antico tesoro rimasto nascosto e li adattassi a te, non potrai mai per questo ottenere dai critici che li considerino antichi. Lo impedirà l'invidia, sempre ne sarà causa la gelosia, finché il giorno del giudizio non la bandirà. E non saranno considerati altro che nuovi, e non compiuti e perfetti in tutte le misure, il che spessissimo abbiamo visto nelle statue, le quali se talvolta sono state fatte più belle di quelle che furono scolpite nei secoli antichi, nondimeno, poiché sono presentate come nuove, sono posposte a quelle più imperfette. Tanto quella vaga immagine di mille anni ha invaso come una peste il giudizio degli uomini: se infatti vengono credute antiche, anche se lo spettatore è dubbioso nell'animo se non siano antiche o lo siano appena, grande è la lode: non sorge nessuna censura appena un po' rigida; ma se si scopre che sono state compiute di recente e viene anche detto il nome dell'artefice, allora mille Aristarchi! Allora si sentiranno perfino dei fischi, allora non terzo verrà giù dal cielo Catone, ma anche Timone e Momo risorgeranno dagli Inferi. Abbiamo saputo che un tale scrisse delle epistole che, pubblicate con il nome di Cicerone, ottennero non solo lode ma anche grandissima ammirazione; questo tale aggiunse il suo nome a delle lettere di Cicerone, levandone solo quelle parole che avrebbero potuto svelare l'inganno. Lo crederesti, Bembo? Quelle lettere di Cicerone in questa nuova veste dovettero patire segnacci rossi, trattini, asterischi, segni di espunzione e una miriade di note filologiche: quelle con il nome antico non erano mai state abbastanza lodate e celebrate! Invano dunque quello si era affannato nelle prime lettere a disporre le parole in clausole metriche, a misurare le cesure e i membri, a scegliere il giro di frase, a mandare i numeri a memoria, a osservare la forma, affinché quello che scriveva sembrasse scritto da Cicerone, con poco impegno e sforzo questo lo poteva offrire e levare il nome da solo. Ma si può osservare anche quanto segue per contenere l'eccessiva brama di imitare: se richiamiamo ora alla memoria quello che abbiamo detto prima circa l'insieme delle parti di cui si compone l'esercizio del discorso, lo stile di un autore mediocre, tanto più quello di Cicerone, non sembra imitabile in ogni sua parte. Tra queste parti, l'invenzione, che è per così dire il contenuto del discorso, non è identica; neppure lo sarà la forma, né identica sarà quella che la segue in un legame inscindibile, ovvero la disposizione; se dunque sarà simile si accorderà in qualche misura, se sarà dissimile non si accorderà affatto. Chi mai potrai trovare, anche se facessi venire la cornacchia di Esopo ornata delle penne altrui, che pensi di dar fuori con impudenza cose che sono di altri e con impudenza ancora maggiore le disponga e in maniera impudentissima le pronunci? Ma consideriamole tutte uguali: spostane la fisionomia, cambia un membro del periodo, varia il ritmo, modifica il giro di frase: hai levato tutta l'integrità del discorso; questi legamenti consistono a tal punto in tutti i nessi che il discorso accoglie in sé come propri e peculiari, in maniera tale che esso matura e si consolida grazie a essi, identici e soli, non estranei, non mescolati, non scambiati. Qui interviene la varietà dei generi, perché essa richiede uno stile vario: infatti le orazioni, i libri De oratore dedicati al fratello Quinto, quelli De claribus oratoribus e molti altri sono inondati da un grande fiume se non addirittura da un oceano di eloquenza; ma questo stesso ampio fiume a malapena irriga i libri dedicati alla retorica, quelli che si intitolano De universitate e De fato, lo stesso a malapena goccia nei Topici. Lo stile cambia anche col cambiare dell'età, e lo stesso Cicerone dice che la lingua incanutisce; è anche diverso quando ammonisce, diverso quando risponde, diverso mentre implora, mentre spiega, mentre inveisce. Varia poi secondo i diversi affetti dell'animo e spesso del corpo, non solo secondo gli argomenti che si debbono trattare nel discorso. Tu dici che vada imitato solo quell'autore che la natura ha creato tale che in lui l'eloquenza ha dispiegato tutte le sue forze, e sostieni che ciò accade affinché si possa mescolare il filo del discorso di Cicerone, dato che esso è anche vario e di qualsiasi argomento si debba dire o trattare si possa farlo alla maniera di quello e, per così dire, si possa parlare ciceronianamente. Ma forse la verità consiste nella miscela degli stili, come mostrano due constatazioni. In primo luogo il fatto che nessuno è simile a Cicerone. Infatti le sue parole se cambiano posto resteranno sempre parole di Cicerone, ma non sarà di Cicerone la costruzione che egli non formò personalmente. Sarà come se un altro abbia edificato un muro con le pietre di lui mescolandovi calce e malta di altra specie: non potrà succedere che non si mescolino, tuttavia se anche avrà congiunto più o meno saldamente pietra con pietra o le avrà immerse poco o troppo nella botte, non ne nascerà mai un muro tulliano. In secondo luogo l'assunto che tu sembri tacitamente condividere, cioè che gli altri autori non siano un parto legittimo della natura, ma come degli aborti, anche se sono considerati illustri, siano da prendere come nati di otto mesi. Se la pensi così, se questa è la tua opinione, rivolgerai una provocazione a quegli antichi e celebratissimi maestri di eloquenza - e considererò tale anche Cicerone: essi proposero infatti d'imitare non uno solo ma molti, e anche qualcosa d'altro. Insegnarono che bisognava rivolgere il disegno del discorso verso l'idea stessa del buono stile. Dunque - chiedo - mi sarà consentito e mi gioverà ammirare e imitare il vigore di Demostene, anche se si dice che pure Cicerone lo abbia espresso, piuttosto in Demostene stesso, dove non è dubbio che sia presente? Così anche bisogna attingere l'abbondanza di Platone e la felicità di Isocrate dal loro puro fonte, non da rivoli trascorrenti dove la linfa dell'eloquenza si corrompe. Aggiungi che uno si compiace di un carattere, uno di un altro ed è attratto da un diverso stile di eloquenza, sicché gli antichi autori, che trasmisero i precetti dell'eloquenza, escogitarono non inutilmente o senza ragione vari modi di svolgere una sentenza, quelle che si chiamano per tradizione crie. E la diversità di generi del discorso non è senza un motivo, giacché ciò discende dalla diversità di opinioni derivanti dai molteplici caratteri dell'umano temperamento. Da ciò deriva il genere ampio e solenne, l'esile e tenue e quello misto dell'uno e dell'altro: coloro che eccelsero in questi diversi stili si procurarono anche una gloria diversa. Da ciò ancora lo stile asciutto e spoglio e quello ricco e vestito del vario colore dell'erudizione. Tutti questi stili discendono da impulsi naturali. Uno sarà infatti per sua vocazione amante della brevità laconica, un altro avido della ricchezza asiana: il primo si infervorerà nel desiderio di quella attica aurea mediocrità, mentre l'altro si compiacerà della temperatezza rodiese; tante sono le varie inclinazioni dell'animo che anche sulle clausole ritmiche con cui chiudere il periodo ci fu disaccordo tra gli Antichi e tra Aristotele e Cicerone. Costoro vestivano l'animo con abiti vari così come con le vesti ricopriamo i corpi. E come nelle vesti di allora non diversamente da quelle di oggi erano stoffe diverse, diverse figure, diversi colori, e piacevano in quei tempi come anche piacciono ora. Sono infatti numerosi quelli che nei nostri giorni si vestono volentieri con un panno tessuto del largo ordito di Cicerone o della trama succinta di Plinio'. Accettano anche la trama di Cels e di Columella; altri, che forse temono il freddo, si sforzano di rivoltare gli scrigni di Carmenta per prenderne un peplo da adattare a se stessi, e non contenti vanno ai vetusti e cariati forzieri degli auguri romani e dei fratelli marziali e quando vengono a sapere che Catone ed Ennio arricchirono la lingua dei padri irrompono a precipizio nel loro corredo, bramosi di saccheggiarlo e di farne preda; né mancano quelli che stimano l'asino un animale bello e aureo e si fanno un mantello con i suoi peli. Costoro danno prova di una mente malata: seguano piuttosto le regole della medicina di Ippocrate, il quale insegna che bisogna concedere qualcosa all'età, al tempo, alla consuetudine. Ma per dirla in breve: come gli autori sono vari e lodati ciascuno nel suo genere, varia è anche nell'uomo l'inclinazione dell'animo e diversi sono i modi e le forme del discorso anche entro lo stesso stile oratorio - ampio, conciso, mediocre, austero, dolce - quasi fili differenti atti a tessere discorsi differenti tra loro. Con questi criteri sono esposti i precetti in autori prestigiosi, tra gli altri in particolare Dionisio ed Ermogene, tutti riconducibili a un'unica idea che ho ben presente nella mente: nella creazione bisogna seguire un criterio e operare una mescolanza tale che da tutti gli stili si componga e acquisti vigore un solo stile, che però non sia nessuno di quelli preesistenti, ma venga formato quanto più perfetto possibile. Tanto è lontano il principio che uno solo debba essere imitato quasi fosse superiore a Dio stesso ottimo massimo, il quale non si propone lui stesso a un'imitazione assoluta e incondizionata. Non possiamo infatti imitare la sua potenza né possiamo o dobbiamo in tutto imitare la sua sapienza; ma quella che egli ha voluto istillare nelle nostre menti come emanazione di quel sole intellettuale, quella è giusto coltivarla, per manifestare la gloria di Dio, per accendere nel nostro cuore l'amore della divina bontà, la quale si propone alla nostra imitazione, finché le nostre forze ce lo consentono con amore intensissimo e con i doni che da quello procedono. Grazie ai quali diveniamo buoni e, concluso il corso di questa vita umbratile, del tutto felici. Queste sono le cose, Bembo, che avevo da dire intorno all'imitazione, nello spazio di sei, se non erro, o sette ore, interrompendomi e senza libri, con a disposizione solo la penna e la memoria: quello che mi è passato per la mente lo ho afferrato e messo sulla carta. Tu sai infatti che alla maniera dei messi, cambiati i cavalli per essere più veloce mi sono affrettato fin qui, ma non sarò andato avanti fino al punto che tu mi impedisca di scusarmi se ho detto qualcosa di errato.Perciò se il dettato ti sembrerà un po' scomposto e slegato invece che sonoro e conciso, o spezzato e stridulo invece che uniforme e modulato, ti prego di essere clemente, così come anche sei superiore alla mia vena poetica disseccatasi nel dar fuori carmi in mezzo allo spregio di Venere e di Cupido. Come infatti può succedere che io non sia assolto anche da un giudice giusto, visto che, dopo aver dimorato a lungo tra i nostri teologi e filosofi moderni, di mente più che sottile ma di lingua rugginosa e più che barbara, ritorno talvolta, come ritornassi in patria, a studi più gradevoli, ai diletti retorici e ai numeri poetici? Nei quali numeri e nella cura dello stile attinto dai tempi antichi, se tu non ti sei procurata la palma nel nostro tempo tra coloro che ora vivono e ci sono noti (ma io sono convinto di sì), vi sei però più che vicino o destinato a essere in breve primo piuttosto che terzo.

Sta bene. Roma, 19 settembre 1512

Traduzione di Franco Pignatti

Pubblicità
Pubblicità