Rinascimento
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Cento opere - Angelo Poliziano, Sylvae
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Le Sylvae ("Selve") di Poliziano sono le prolusioni in esametri ai corsi universitari tenuti su Virgilio bucolico (Manto, 1482), sulla poesia georgica di Virgilio e di Esiodo (Rusticus, 1483), su Omero (Ambra, 1485), sulla tradizione poetica dalle origini ai tempi moderni (Nutricia, 1486). Poliziano curò personalmente le edizioni, che avvennero - caso unico nella sua produzione - subito dopo la composizione e la pubblica lettura, salvo per l'ultima, apparsa nel 1491. Precedono i singoli componimenti le dediche a Lorenzo de' Medici (Manto); a Giacomo Salviati, genero di Lorenzo (Rusticus); a Lorenzo Tornabuoni, cugino di Lorenzo (Ambra); al cardinale Antoniotto Gentili (Nutricia). Il testo si legge nell'edizione a cura di Francesco Bausi (Selve, Firenze, Olschki, 1996), con ampie note e traduzione. Poesia della maturità, le Sylvae fondono l'impostazione didascalica con la rievocazione letteraria e accolgono perfino i modi lirici della confessione personale, in una pluralità di valenze e di possibilità interpretative che intende rispecchiare il significato che il termine sylva ha in Stazio, cioè mescolanza degli argomenti e carattere d'improvvisazione dell'opera. Ma in Poliziano tale immediatezza spontanea è solo apparente ed è fittissima la trama degli echi e delle citazioni dagli autori. Al centro delle Sylvae è l'idea della poesia come formatrice dell'uomo e guida sul cammino della civiltà e dell'elevazione verso la vita contemplativa. Accanto è la concezione che la poesia sia una sorta di catalogo del mondo e che solo attraverso il culto e l'imitazione dei grandi poeti è possibile dare una rappresentazione della realtà e della storia. Così Poliziano applica alla poesia lo stesso universalismo che caratterizza l'ultima fase della sua attività filologica culminata nella Miscellaneorum centuria secunda. La "selva" Manto, di 373 versi, è intitolata dalla indovina tebana figlia di Tiresia che diede il suo nome alla patria di Virgilio e canta le lodi del poeta attraverso l'immaginaria profezia della veggente. Virgilio appare come il poeta venuto a impersonare presso i Romani la poesia epica dopo che Nemesi ha abbattuto la superbia dei Greci. Nell'esaltazione della capacità virgiliana di adattarsi alle forme più diverse di poesia, Poliziano riflette la sua personale vocazione alla varietà e alla mobilità dello stile. Rusticus, di 569 versi, descrive in gara con Virgilio ed Esiodo la vita rustica e pastorale, la coltivazione e l'allevamento. La vita agreste è presentata innanzi tutto, anche ricorrendo a moduli convenzionali, come culla di buoni costumi e di vita sana e vigorosa e offre nella sua varietà materia per lo stile fiorito e descrittivo del Poliziano, che indugia nel tratteggiare momenti e situazioni della vita dei campi. Non manca l'elemento autobiografico: il poeta ringrazia Lorenzo che gli ha concesso un sereno ritiro nella villa di Fiesole, lontano dai disagi della città. In Ambra e Nutricia il contenuto si innalza a celebrare l'identificazione della poesia con la storia dell'umanità. Ambra, di 625 versi, riprende il titolo di due sylvae di Stazio (I 3; II 2) dedicate alla celebrazione di ville signorili. In Poliziano la cornice naturale è offerta dalla villa di Poggio a Caiano, nelle cui lodi si conclude il componimento: l'atmosfera suggestiva di Poggio ispira a Poliziano l'omaggio alla poesia di Omero e la rievocazione dei momenti salienti che la contraddistinguono. In Ambra è presente l'idea della poesia omerica come esempio massimo di ogni forma letteraria e della presenza in Omero dei germi di tutte le arti e di tutte le scienze, l'idea di un poema archetipico che prende il valore di primato della poesia come forma originale di conoscenza ed espressione delle potenzialità spirituali dell'umanità. Poliziano, che utilizza come fonte un opuscolo, a quei tempi attribuito a Plutarco, sui meriti di Omero, esalta la ricchezza dell'arte omerica e ne apprezza lo stile narrativo basato sulla conciliazione tra obiettività dell'osservazione, varietà dei particolari e unità e coerenza di tono, sull'equilibrio tra abbondanza della materia e organicità della forma. Nutricia, di 790 versi, ricalca il titolo di Stazio (I 4: "Soteria"), ricordato nella dedicatoria, cioè doni ai convalescenti per la salute ricuperata, con il significato di ricompensa della nutrice, baliatico, che il poeta rende alla poesia, celebrandone le lodi come forza civilizzatrice, alla quale va il merito del progresso dell'umanità e del suo innalzamento spirituale. Questa visione, cui sono estranee le componenti ermetiche che assume nel pensiero ficiniano, prende la forma originale di una storia della letteratura che dall'antica Grecia giunge fino allo splendore della Firenze medicea, celebrata come moderno acme di un cammino plurimillenario di perfezionamento ideale, secondo i mitologemi della cultura laurenziana presenti ad esempio anche nel Landino del Proemio del Commento alla Commedia di Dante.

Franco Pignatti

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