L'antologia di poeti antichi e moderni che prende il nome di Raccolta Aragonese, o Libro di Ragona, allestita nel 1476, come sembra ormai accertato, da Poliziano d'intesa con Lorenzo de' Medici, che nel 1477 la inviò a Napoli in dono a Federico d'Aragona, figlio del re di Napoli Ferdinando, rappresenta un cruciale momento di riorganizzazione e promozione della lirica in volgare. Il manoscritto originale della Raccolta (non di mano di Lorenzo né di Poliziano ma di un copista di professione forse Neri di Filippo Rinuccini) è andato perduto dopo che, custodito dai destinatari fino al 1512, fu dato in prestito a Isabella d'Este e al suo segretario Mario Equicola. Possiamo però ricostruire la fisionomia del prezioso manoscritto attraverso molti codici dipendenti; tra i più completi: il Laurenziano XC inf. 37 databile tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento (con l'aggiunta, per colmare le lacune di quest'ultimo, di un altro Laurenziano: il XLI 26), il Parigino italiano 554 della Biblioteca Nazionale di Parigi dell'inizio del Cinquecento, il Palatino 204 della Biblioteca Nazionale di Firenze (1514'1533). La Raccolta comprende 499 testi, una ricognizione tanto ampia da coprire quasi l'intera storia, e le sue stesse dimensioni materiali, della poesia toscana dalle origini al Quattrocento, fino cioè a Lorenzo stesso (presente con 16 componimenti, tra cui 4 sonetti in morte di Simonetta Cattaneo che saranno poi inclusi nel Comento a' miei sonetti), con una presenza importante degli Stilnovisti e di Dante, a tracciare una linea di continuità e sviluppo che arriva fino alla contemporanea poesia fiorentina. È chiaro l'intento autocelebrativo della silloge laurenziana, e soprattutto sono chiare le finalità culturali e politiche sottese all'operazione. Presentando il suo "canone" della poesia toscana da Dante (presente con la Vita Nuova, 19 canzoni, 9 ballate e sonetti) in poi (con l'esclusione del Canzoniere petrarchesco, già a stampa e comunque sufficientemente conosciuto anche attraverso la sua circolazione manoscritta ), Lorenzo aspira a saldare il presente con il passato, con la tradizione "alta" della poesia e quindi a nobilitare la produzione in volgare del suo tempo. È altrettanto evidente, quindi, quanto questo rilancio della poesia in volgare abbia le sue ragioni non solo letterarie ma anche politiche: attraverso l'esaltazione del volgare fiorentino "lingua ornata e copiosa", lingua in grado di svolgere un ruolo egemonico nella cultura italiana, lingua in grado di esaltare il prestigio dello stato fiorentino. Nel dono all'erede al trono di Napoli (che ricorda il precedente illustre della Naturalis historia di Plinio volgarizzata da Landino e inviata a Ferdinando I d'Aragona tra il 1472 e il 1474) c'è un sentito bisogno di propagandare la poesia toscana in area meridionale, ma anche l'esigenza di valorizzare Firenze come centro politico'culturale. La famosa epistola proemiale benché firmata da Lorenzo si deve, come ha dimostrato Michele Barbi (La Raccolta Aragonese, in Studi sul Canzoniere di Dante, Firenze, Sansoni, 1965, pp. 217'326), al più grande filologo della sua cerchia, Angelo Poliziano, ed è un vero e proprio manifesto di poetica dal quale si ricava un interessante bilancio critico della poesia in volgare precedente alla fine del Quattrocento: ad esempio una chiara preferenza per la poesia di Cavalcanti e Cino (presente con ben 87 componimenti), ma anche una presenza sostanziosa di Sacchetti (di cui possedeva l'autografo del Libro delle rime, con 88 componimenti), a testimoniare della passione di Lorenzo, mai nascosta, per la poesia per musica. Interessante è soprattutto l'idea che pervade tutta l'epistola di una storia della poesia che guarda al futuro, una storia che, proprio dal confronto interno tra Antichi e Moderni, aspetta di essere continuata e non di essere imbalsamata in uno sterile omaggio; perché il volgare fiorentino può, come in passato, dimostrare di essere un lingua in grado di esprimere ogni cosa: "Nessuna cosa gentile, florida, leggiadra, ornata; nessuna acuta, distinta, ingegnosa, sottile; nessuna alta, magnifica, sonora; nessuna finalmente ardente, animosa, concitata si puote immaginare della quale non pure in quelli duo primi, Dante e Petrarca, ma in questi altri ancora, i quali tu, signore, hai suscitati, infiniti e chiarissimi esempli non risplendino" (L' "Epistola" si può leggere in Lorenzo de' Medici, Opere, a cura di A. Simioni, I, Bari, Laterza, 1913, pp. 3'8; e in Prosatori volgari del Quattrocento, a cura di Claudio Varese, Milano'Napoli, Ricciardi, 1955, pp. 985'990) La Raccolta si apre con le rime di Dante a cui viene premessa la sua Vita (o Trattatello in laude di Dante) scritta da Boccaccio. Seguono Guinizelli, Guittone e Cavalcanti, Cino da Pistoia, e altri poeti minori del Trecento e del Quattrocento, Cino Rinuccini (presente con il suo piccolo canzoniere al completo), i due Buonaccorso da Montemagno (allora ancora non distinti), Fazio degli Uberti, Sennuccio del Bene, Boccaccio, Saviozzo, Franceschino degli Albizzi, Leonardo Bruni, ma anche Sacchetti, Niccolò Cieco e i partecipanti al Certame coronario; una sezione di poeti duecenteschi da Bonagiunta Orbicciani a Pier delle Vigne fino a Giacomo da Lentini, Lapo Gianni e Lapo Salterelli (i siciliani "inglobati" nella tradizione lirica toscana e Guinizelli considerato toscano di "elezione" sono l'unica eccezione alla toscanità del canone) fino ai versi dell'ideatore a suggello della raccolta. Per i poeti dello Stilnovo la Raccolta dipende da una fonte affine all'importante Canzoniere Chigiano (L. VIII. 305) mentre per la presenza dantesca dalla raccolta allestita e conservata da Boccaccio (Zibaldone laurenziano XXIX 8). Le analisi di De Robertis hanno portato a individuare nel manoscritto n. 3 già Ginori Conti della Società Dantesca Italiana (databile circa al 1470) la preistoria della Raccolta, una sua redazione anteriore che, allestita già intorno al 1470, doveva essere donata a Alfonso d'Aragona, duca di Calabria (D. De Robertis, La Raccolta Aragonese primogenita (1970), ora in Editi e rari. Studi sulla tradizione letteraria tra Tre e Cinquecento, Milano, Mondadori, 1978, pp. 50'65). La Raccolta Aragonese rimase per molto tempo come punto di riferimento ufficiale della poesia in volgare, come modello autorevole, almeno fino a quando con la Giuntina di rime antiche, che si pone sulla stessa linea di promozione del volgare fiorentino, quella tradizione lirica non fu ridisegnata in una raccolta che pur assimilabile al Libro di Ragonapresenta un momento diverso di quella storia.
Floriana Calitti

