Le Rime diverse di molti eccellentissimi auttori nuovamente raccolte non è certamente la prima raccolta lirica di più autori della storia letteraria italiana (vedi, a esempio, la Giuntina di rime antiche 1527, o le Collectanee in morte di Serafino Aquilano oppure i Coryciana), ma è la prima di una serie che nel Cinquecento, complice l'intensa attività tipografica, assunse un'attenzione e una regolarità di pubblicazione tali da divenire un genere considerato giustamente tipico dell'editoria cinquecentesca. Nel 1545 Giolito inaugura la serie da dedicare alla poesia contemporanea con un volume che, affidato alle cure di Lodovico Domenichi, comprende più di 500 testi (in larga parte sonetti) per 91 autori. Il volume che già nelle intenzioni di editore e curatore doveva essere il "primo libro" (come indicato nel frontespizio) di una "collana" di miscellanee poetiche si apre con Pietro Bembo, capostipite della poesia petrarchista, e quindi nume tutelare di tutto quanto contenuto nella raccolta. Ma anche, considerando la data di pubblicazione delle Rime diverse, una presenza che, in quanto atto dovuto, aveva il sapore di un commiato del letterato veneziano alla fine della sua carriera poetica (seguirà solo l'edizione postuma delle sue Rime). La scelta dei componimenti poetici di Bembo è quantitativamente non rilevante (soltanto 16 sonetti e una canzone), ma in gran parte inedita (soltanto 3 sonetti erano già stati stampati a Verona in una silloge del 1542). Accanto a Bembo, che ricomponeva sotto il marchio classicistico del petrarchismo la varietà su cui si fondava la raccolta, autori già molto noti e autori quasi sconosciuti, autori che avevano già fatto la loro comparsa sul mercato con una produzione propria, accanto a autori che forse non avrebbe mai trovato la via della stampa se non fossero stati inclusi nella raccolta giolitina, con un impianto estraneo a qualsiasi gerarchia. Senza nessuna pregiudiziale di selezione, senza distinzione tra "maggiori" e "minori", professionisti e dilettanti, con un accesso quindi tanto allargato e immediato da creare una vera e propria esplosione del genere: Guidiccioni con 73 componimenti, Molza con 30, Dolce con 30, Camillo con 22, Muzzarelli con 19, Castellani 19, Barignano 18, e poi Gesualdo, Spira, Navagero, Brocardo, Caro, Della Casa (presente con solo 2 componimenti) e così avanti fino a Pietro Aretino, che chiude la raccolta prima della "Tavola degli autori" tutti in rigoroso ordine alfabetico. L'esigenza di essere inclusi, la necessità di essere riconoscibili in un sistema, che è quello del petrarchismo, spinge non solo Giolito a continuare la pubblicazione freneticamente, nel giro di pochi anni, ma anche altri editori a imitarlo e anche, in alcuni casi, ad anticiparlo nelle uscite appropriandosi della numerazione della collana. Infatti, sfruttando l'aspettativa legata all'uscita di un nuovo volume della serie giolitina, tra il 1545 e il 1560 escono 15 edizioni per un totale di 9 volumi di vari editori e, lo stesso Giolito ristampa singoli volumi con aggiunte, rimaneggiamenti o, addirittura, si appropria di parti delle raccolte uscite presso altri editori assemblandole insieme per formare un "nuovo" volume (Rime di diversi eccellenti autori raccolte dai libri da noi altre volte impressi). Dei 9 volumi quattro escono per i tipi di Giolito: del primo libro uscito nel 1545 abbiamo due ristampe (1546 e 1549), il secondo libro, sempre Giolito 1547 (ristampa 1548), come terzo libro la serie esce sia da Bartolomeo Cesano (Venezia, 1550, al segno del Pozzo, curatore Andrea Arrivabene) sia da Giolito, con la novità del criterio "geografico" a connotare il volume (Rime di diversi illustri signori napoletani, et d'altri nobilissimi intelletti, 1552, curatore Lodovico Dolce). Nel frattempo era uscito il quarto libro, ma da Giaccarello (Bologna, 1551, curatore Ercole Bottrigaro), il quinto da Giolito (1552, in realtà è la ristampa ampliata del volume indicato come terzo libro), il sesto (con un discorso di Girolamo Ruscelli, Venezia, al segno del Pozzo, per Giovan Maria Bonelli 1553), il settimo (Giolito, 1556), sull'ottavo varie possibili identificazioni (forse Lucca, Busdrago 1556, curatore Vincenzo Lippi (ma per un quadro completo di tutte le uscite vedi Biblia. Biblioteca del libro italiano antico, volume 1: Libri di poesia, a cura di Italo Pantani, Milano, Bibliografica, 1996, pp. 243'44), e infine il nono (Cremona, Vincenzo Conti, 1560). Da questa intricatissima situazione editoriale emerge con evidenza la fortuna di questa forma che verrà immediatamente emulata (e anche trasferita su altri generi come "lettere" e "stanze"), tanto da suddividersi in ulteriori tipologie a seconda delle finalità commerciali o delle occasioni assolutamente contingenti. Sarà il mercato stesso, a un certo punto, a imporre un orientamento diversificato: dal libro di rime'raccolta si passerà, attraverso un'operazione in questo caso sì di selezione del canone degli autori, anzi un'operazione consapevolmente polemica nei confronti della raccolta che "confonde" e non sceglie, all'antologia (De le rime di diversi nobili poeti poeti toscani, a cura di Dionigi Atanagi, Venezia, Avanzo 1565 e 1566) che "sceglie", fior da fiore (I fiori delle rime de' poeti illustri, a cura di Ruscelli, Venezia, Sessa, 1558; Rime scelte da diversi autori, a cura di Dolce, Venezia, Giolito, 1563) e alle raccolte celebrative in vita o in morte come il Tempio alla divina signora donna Giovanna d'Aragona, fabricato da tutti i più gentili spiriti e in tutte le lingue principali del mondo, a cura di Girolamo Ruscelli, Venezia, Pietrasanta 1554, o come le Rime in morte di Irene di Spilimbergo, a cura di Dionigi Atanagi (1561), oppure quelle di diversi eccellentissimi autori "in vita e in morte dell'illustrissima signora Livia Colonna" (Roma, Barré, 1555), fino a quel Tempio, e siamo ormai al 1600, non più innalzato per essere donato a una gentildonna ma, segno dei tempi, al cardinale Cinzio Aldobrandini.
Floriana Calitti

