Romanzo pastorale organizzato in forma di prosimetro (versi e prose insieme), l'Arcadia di Sannazaro conobbe diverse fasi redazionali che culminarono nella prima edizione pubblicata a Napoli nel 1504 presso Sigismondo Mayr e curata da Pietro Summonte; nel settembre del 1514, l'opera apparve a Venezia per i tipi di Aldo Manuzio. A una prima redazione risalente agli anni 1483'1485 e comprendente dieci prose alternate ad altrettante egloghe, seguì una revisione di carattere linguistico attraverso la quale Sannazaro intervenne a correggere i regionalismi lessicali presenti nel testo con forme e stilemi ispirati ad un dettato di marca toscana. La versione ultima data alle stampe comprende l'aggiunta di due prose con relative egloghe e un congedo A la sampogna. L'edizione di riferimento corrente dell'Arcadia è quella contenuta nelle Opere volgari, a cura di A. Mauro, Laterza, Bari, 1961. Nella prima parte dell'opera, l'autore si sofferma a descrivere un mondo edenico in cui riconosciamo la presenza dei temi classici della poesia bucolica di Teocrito e Virgilio: i pastori gareggiano con il canto immersi in un tempo ideale, in una rigenerata età dell'oro venata da malinconiche allusioni a fatti o ad eventi di una realtà collocata sullo sfondo. Nella settima prosa, che segna un evidente cambiamento di indirizzo in senso narrativo, il personaggio di Sincero, alter ego del Sannazaro, svela le motivazioni della sua presenza in Arcadia: dopo aver abbandonato Napoli a causa di un amore infelice, egli cerca invano ristoro fra i monti e i boschi della regione, ossessionato dall'immagine dell'amata. Una componente meditativa caratterizza questa seconda parte del romanzo che termina con il viaggio sotterraneo di Sincero fino a Napoli, dove incontra gli amici Cariteo, Summonte e Pontano, anch'essi descritti all'interno di una dimensione pastorale che lascia intuire la sostanziale quanto voluta somiglianza fra la città partenopea e l'Arcadia: la storia si chiude con un lamento che diviene un epilogo funebre atto a sancire dolorosamente la fine del mondo vagheggiato dal poeta. La cifra peculiare del capolavoro sannazariano è rintracciabile nella letterarietà dell'operazione, attraverso la quale viene fondato il genere del "romanzo pastorale" (destinato a durare nei secoli, e a diffondersi in tutte le culture europee, proponendo una compiuta tipologia di un luogo denso di connotazioni: l'Arcadia, appunto), grazie all'assemblaggio di materiali diversi della tradizione classica e volgare: in un'atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio, la storia si rivela un'esperienza di formazione che è un viaggio allegorico leggibile secondo molteplici livelli, da quello autobiografico a quello politico e culturale. L'Arcadia costituisce un punto di partenza per la letteratura non soltanto italiana, ma anche europea, e coinvolge gli statuti di più generi: non solo la lirica, ma anche la narrativa e il teatro; la codificazione del dramma pastorale avviene infatti attraverso quest'opera che esibisce accenti di indubbia modernità. L'ambientazione arcadica, che trasporta la corte aragonese in un contesto artificioso su cui molto ha gravato il pregiudizio romantico, fonda l'archetipo del paesaggio spirituale, costituendo un modello intramontabile fino al Settecento. Il prosimetro conobbe una notevole fortuna editoriale testimoniata dalla settantina di esemplari rintracciabili nel solo Cinquecento. Negli anni quaranta, l'Arcadia fu tradotta in Francia (1544) e in Spagna (1547).
Paola Cosentino

