Rinascimento
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Cento opere - Bernardo Tasso, Lettere
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Una prima lettera di Bernardo Tasso del 20 agosto 1543, indirizzata a Sperone Speroni, si trova in una raccolta di lettere del 1545, mentre la prima edizione della sua raccolta di lettere è del 1549 (Le lettere di messer Bernardo Tasso intitolate a Monsignor d'Aras, Venezia, Valgrisi, 306 lettere in due libri). La storia dei volumi di lettere di Tasso è complessa, suddivisa tra parti, libri e compresa in miscellanee del Cinquecento (un quadro riassuntivo in Edward Williamson, Bernardo Tasso, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1951, pp. 151'157). La loro fortuna è testimoniata dalle numerose ristampe (sempre presso Valgrisi 1551, 1553), primo, secondo e terzo libro (Venezia Valgrisi e Costantini, 1557), con l'aggiunta del quarto (Venezia, Giglio, 1559), e poi molte altre fino al 1603. Le Lettere suscitarono apprezzamenti immediati i contemporanei che ne lodavano la squisitezza formale, tra questi Doni: "e per non saper dire quel che meritano simili buone lettere, le lascerò nel giudizio del mondo, che gnene darà quelle lodi che se gli convengono dello stile, dottrina, sentenze, giudizio, e invenzione» (Libreria prima, Venezia, Giolito, 1550, p. 13), al quale, evidentemente, non sono sembrate così « fredde e convenzionali» come invece le ha trovate G. Toffanin (Il Cinquecento, 1954, p. 505). Nel 1560 (Venezia, Giolito) è pubblicato il secondo volume delle Lettere di messer Bernardo Tasso, nuovamente posto in luce, con gli argomenti per ciascuna lettera, distinto in varie tipologie (lettera consolatoria, officiosa, escusatoria, congratulatoria, commendatoria, e petitoria), e nel 1562 la Prima parte delle lettere di messer Bernardo Tasso (Venezia, Giolito). Le più prestigiose raccolte di diversi autori ospitarono lettere di Bernardo Tasso: nel 1554 un intero libro, il decimo, gli venne dedicato nella raccolta di Dionigi Atanagi, De le lettere di tredici huomini illustri (Roma, Dorico); altre in quella curata da Dolce nel 1554 (nello stesso anno vennero tradotte anche in francese), e nella Nuova scielta di lettere fatta da tutti i libri sinora stampati, spesso attribuita a Bernardino Pino ma in realtà curata da Aldo Manuzio il Giovane (1574). Ancora nel Settecento l'epistolario tassiano continuava a destare interesse: la prima parte delle lettere, nell'edizione giolitina del 1562, e il secondo volume nell'edizione del 1560, furono prese a base di due importanti edizioni: Lettere inedite di Bernardo Tasso precedute dalle notizie intorno la vita del medesimo, per cura di Anton Federigo Seghezzi (Padova, Comino, 1733'41); a cura di P. A. Serassi (1751) presso lo stesso editore. A queste seguirono nell'Ottocento: Lettere inedite di Bernardo Tasso precedute dalle notizie intorno la vita del medesimo a cura di G. Campori, (Bologna, Romagnoli, 1869 poi Bologna, Commissione per i Testi di Lingua, 1968), a cura di Attilio Portioli (Mantova, Segna, 1871), sedici di queste riguardano il governatorato di Ostiglia e sono state ristampate in "Studi tassiani" XXI 197 e, ancora molte edizioni fino alle Lettere inedite, a cura di Giuseppe Bianchini (Padova, Druker, 1895); e poi a metà del Novecento lo stesso Williamson, il più importante studioso di Tasso, nell'appendice delle opere, pubblica una lettera inedita. L'epistolario comprende lettere di argomento diplomatico, frutto del suo servizio di cortigiano e di segretario: molte sono composte in persona del principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, promotore, secondo quanto dichiara Bernardo stesso nella lettera dedicatoria dell'edizione del 1549, della pubblicazione delle lettere, e suo malgrado, come sembrerebbe dalla prima lettera che gli indirizza nella quale afferma: "Io non iscrissi mai lettere perché sperassi che andassero in mano agli uomini". Naturalmente, non solo furono lette, ma vennero prese come modello di epistole cancelleresche e usate come formulario. Sembra garantirlo anche il lungo titolo dell'edizione del 1570 uscita a Venezia presso Sansovino: Le lettere di messer Bernardo Tasso utili non solamente alle persone private, ma anco a' secretari de' principi, per le materie che vi si trattano, e per la maniera dello scrivere, le quali per giudicio degli intendenti sono le più belle e correnti dell'altre (Venezia, Sansovino, 1570). Altre lettere hanno un carattere più intimo e familiare, anche se spesso sono intessute di topoi pedagogici tratti dai classici più consueti del genere, Cicerone, in particolare, altre ancora sono legate al quotidiano (soprattutto su problemi economici), molte sono indirizzate al figlio Torquato e alla moglie Porzia ma, quasi tutte, sono prive di interesse documentario (il primo volume, tra l'altro, contiene le lettere senza indicazione di data). Alcune sono delle piccole dissertazioni, tra il divertito e il compiaciuto, come quella scambiata con Annibal Caro sull'uso del "lei" e del "voi", o come, quella, molto lunga, quasi un piccolo saggio di "prosa d'arte", sull'elogio dell'estate, inviata alla Duchessa d'Urbino. In realtà, una risposta semiseria, e a distanza, a Girolamo Muzio che, in un'altra lettera, aveva invece lodato l'inverno. Questo dibattito epistolare viene ripreso da Torquato Tasso che, nel Padre di famiglia, così si esprime: "Io ho molte fiate udito questionar della nobiltà delle stagioni e ho due lettere vedute che stampate si leggono, del Muzio l'una e del Tasso l'altra, nelle quali tra ‘l verno e la state di nobiltà si contende; ma a me pare che niuna stagione possa paragonarsi" (Tasso, Dialoghi, a cura di Bruno Basile, Milano, Mursia, 1991, p. 120). Ma le lettere più interessanti sono senza dubbio quelle indirizzate a amici'letterati (Alamanni, Atanagi, Caro, Dolce, Ruscelli, Giraldi, Varchi, Speroni), in cui traspaiono la sua attività di scrittore, le preoccupazioni legate agli esiti delle sue opere e, soprattutto, i dibattiti retorici e poetici molto più vivi in queste corrispondenze affidate alle lettere di quanto si possa leggere nell'ufficialità del Ragionamento della poesia. In queste lettere, a esempio, discute a lungo del suo poema Il Costante, muove giudizi sulla poesia ariostesca, constata quanto fallimentari siano stato i tentativi di Alamanni e Trissino, e soprattutto discute sulla scelta del titolo e sulla "struttura" da dare alla sua opera più impegnativa (l'Amadigi), nonché del problema dello stesso suo verso: e allo Speroni comunica la sofferta decisione di rinunciare all'endecasillabo sciolto ("ho tutta disposta l'opera: e non pur disposta, ma appoggiate l'imitazioni, le comparazioni, le metafore, e gli altri ornamenti ai luoghi loro. Or comincio a distenderlo in prosa, acciocché a guisa d'esempio, e di modello di tutta la fabbrica, mi possa servire. Non posso farlo, siccome vostro giudicio, e mio desiderio sarebbe, in rime sciolte, comandato dal padrone; al quale vizio troppo grande sarebbe il mio, noi ubbidire: ma è di mestieri farlo in stanze» ); e a un altro corrispondente partecipa, infine, la sua preoccupazione di essere criticato per l'omissione di qualche nome nel catalogo dei letterati posto nell'ultimo canto dell'Amadigi (« per compiacer a l'abuso introdutto da l'Ariostonel mondo» ).

Floriana Calitti

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