Rinascimento
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Cento opere - Torquato Tasso, Dialoghi
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I Dialoghi furono composti da Torquato Tasso in un arco di anni che va dall'inverno 1578-1579 alla morte (1594). La vicenda della loro pubblicazione è particolarmente tormentata, dato che negli anni della reclusione in Sant'Anna l'autore, impedito materialmente a seguire le stampe, dovette ricorrere ad agenti talvolta interessati e poco scrupolosi, e d'altra parte il grado quasi patologico a cui giunse il processo autocorrettorio a partire da questi anni influenzò le vicissitudini editoriali, contribuendo a renderle ancora più intricate. Sette dialoghi uscirono postumi dopo il 1600. Di tutta questa storia l'epistolario tassiano conserva ampie tracce e l'edizione critica di Ezio Raimondi in cui oggi leggiamo i Dialoghi (Firenze, Sansoni, 1958) la ricostruisce in maniera esemplare, restituendo fin dove possibile la stratificazione delle differenti redazioni. In numero di ventisei, intitolati (a eccezione del Messaggiero, di un dialogo e di quello intitolato Della precedenza), con il nome dell'interlocutore principale e con l'argomento, secondo la convenzione varroniana, trattano dei seguenti argomenti: nobiltà, cortesia, gelosia, pietà, piacere, spiriti platonici, padre di famiglia, dignità, gioco, regole del corteggiamento, pace, corte, fuggire la moltitudine dei concetti, poesia toscana, maschere, idoli, epitaffio (in morte di Barbara d'Austria, moglie di Alfonso II d'Este), amore, clemenza, conclusioni amorose (cinquanta proposizioni in materia d'amore discusse da Tasso nel carnevale del 1570 a Ferrara con Paolo Sanminiato), amicizia, arte, bellezza, virtù, imprese, precedenza. Il corpus tassiano rappresenta uno dei vertici dell'arte del dialogo rinascimentale di cui riassume le caratteristiche fondamentali, elaborandole con lucida consapevolezza critica. Autore di un trattato Dell'arte del dialogo, Tasso raccoglie le suggestioni del De dialogo di Carlo Sigonio (Venezia, G. Ziletti, 1562) e si schiera contro Castelvetro nella sua difesa come genere imitativo. Al contempo ne condivide fino alle posizioni estreme la specificità di argomentazione dialettica, distinta dalla scienza e superiore alla retorica, arrivando a sostenerne la praticabilità in tutte le disciplina, anche quelle scientifiche, e a teorizzare le possibilità che ha il discorso probabile di arrivare a inferenze altrettanto valide che quelle universali della scienza. Questo innalzamento del livello conoscitivo, rispetto alla concezione retorica modellata su Cicerone della prima metà del Cinquecento, ha il riflesso sul piano della rappresentazione, dove l'ambientazione cortigiana, alla quale i Dialoghi pure si riportano come referente sociale privilegiato, perde la sua esclusività e si affaccia la figura del filosofo, come portatore di un discorso concorrente a quello del cortigiano, con il quale quest'ultimo si deve misurare. Requisito del discorso dialogico è il diletto, peculiare della dimostrazione basata sul confronto paritetico delle opinioni in campo, rispetto alla ordinata e deterministica declinazione di un discorso destinato a concludersi con la dimostrazione di una sola tesi. Il maggior valore del versante argomentativo e del dossier filosofico e dottrinale, che si innesta sul ceppo del dialogo cortigiano, porta a una drastica riduzione dell'apparato rappresentativo, che era stata parte importante di quello, e con la prevalenza della forma drammatica su quella narrativa il dialogo tende a spogliarsi dei suoi caratteri esteriori per concentrarsi sul contenuto dialettico, unico vero oggetto dell'imitazione dialogica: "qual'è la favola nel poema tale è nel dialogo la questione; e dico la sua forma e quasi anima" (Dell'arte del dialogo 14). Esemplare di questa tendenza è il Messaggiero, in cui sono interlocutori il Tasso stesso e uno spirito, che nella chiusa del dialogo si rivela privo di reale esistenza ed essere solo la proiezione figurale dell'opinione platonica, non ortodossa, che si agita nella mente di Tasso personaggio. Il dialogo tra i due interlocutori perciò non è altro che la rappresentazione concreta e percepibile dai sensi di un dibattito tutto intellettuale, privo di una vera consistenza fattuale, se non di natura fantasmatica e allucinatoria. Anche dove Tasso tocca temi e figure caratteristiche dell'universo cortigiano - quali nobiltà, dignità, precedenza, piacere, corte, padre di famiglia, eccetera - gli argomenti non sono affrontati solo dal punto di vista della vita attiva, dunque con il fine di produrre regole e comportamenti, bensì anche da quello contemplativo, con il risultato che nel loro complesso i Dialoghi, più di ogni altro insieme dialogico contemporaneo, anche dotato sul piano filosofico, rappresentano una rilettura idealizzata e speculativa dei contenuti della cultura cortigiana cinquecentesca.

Franco Pignatti

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