La storia editoriale delle Rime di Tebaldeo parte da quando nel 1498 suo cugino, Iacopo Tebaldi, probabilmente senza la sua autorizzazione e a sua insaputa, consegna nelle mani di Domenico Rocociola di Modena alcuni quaderni che contengono una raccolta poetica (Opere: 284 sonetti e 25 capitoli). Ma se l'iter a stampa delle rime di Tebaldeo inizia il 13 ottobre 1498 (per il quadro completo delle edizioni vedi Biblia, pp. 297'301), una vasta produzione già esisteva e circolava: i numerosi autografi e, in generale i manoscritti, rivelano una storia molto tormentata che si è stratificata nel tempo e ha continuato a vivere, con quella affidata alle pubblicazioni anche parziali, su binari paralleli, almeno fino a quando Tebaldeo, constatando l'accrescersi dell'autorità bembiana, non decide di ritirare il proprio nome dal palcoscenico della poesia in volgare. Non in tempo, evidentemente, per evitare gli attacchi di Niccolò Franco, che in un celebre sonetto in morte di Bembo, perentoriamente proclama: "se non eri tu mastron di tutti, / tutti sariemo stati Tebaldei» , oppure le acute ma anche ingenerose affermazioni di Vincenzo Calmeta, che lo considerava poeta "di grande ingegno, gravità nulla, elocuzione poca" (vedi Prose e lettere edite ed inedite, con due appendici di altri inediti, a cura di Cecil Grayson, Bologna, Commissione per i Testi di Lingua, 1959, p. 70). Già ai letterati di pieno Cinquecento, quindi, Tebaldeo appariva come l'ultimo epigono di una stagione della poesia definitivamente spazzata via dall'instaurarsi della norma bembesca che aveva in modo inequivocabile escluso l'esperienza della poesia cortigiana dal canone lirico "alto" (non è un caso che Valeriano lo inserisca come interlocutore del suo Dialogo della volgar lingua, ambientato nella Roma di Leone X, a difendere anche nella questione della lingua l'esperienza cortigiana). Questa emarginazione si è protratta nei secoli ma negli ultimi anni la critica ha vagliato con meno pregiudizi la poesia, diversa e complessa, precedente alla normalizzazione bembesca, e, quindi, anche il ruolo di Tebaldeo, indiscusso protagonista del panorama lirico cortigiano, risulta più chiaro. Soprattutto le ricerche critiche e filologiche gli hanno permesso, attraverso un'edizione critica e commentata delle sue Rime (a cura di Tania Basile e Jean Jacques Marchand, Modena, Panini, 1989'1992) in tre volumi per un totale di cinque tomi, per circa 800 componimenti, di uscire dall'antica interdizione (sull'edizione si vedano M. Castoldi, Tebaldeana. Postilla a un'edizione delle rime di A. Tebaldeo, in Studi e Problemi di Critica Testuale, 48 1994, pp. 27'55; M. Danzi, Sulla poesia di Antonio Tebaldeo. Con un'appendice metrica e lessicale, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, 171 1994, pp. 258'282). L'edizione che copre tutta l'esperienza poetica di Tebaldeo, dai versi giovanili a quelli della maturità, comprende le rime della vulgata (la prima edizione del 1498), le rime estravaganti e l'ultima raccolta per Isabella d'Este (databile tra il 1477 e il 1525), le stanze, gli abbozzi autografi e le rime dubbie. La stampa modenese, infatti, non impedisce a Tebaldeo di continuare, ancora per molti anni, a produrre rime, a ritoccare quelle della vulgata, ad assemblare in nuove forme quelle a disposizione per ristampe o per stampe di miscellanee coeve, né tantomeno la prima edizione interrompe la circolazione manoscritta delle sue poesie. È il caso della preparata per Isabella d'Este, uno dei punti più avanzati della sua rielaborazione (un quaderno autografo di bella copia nel quale Tebaldeo raccolse, intorno al 1520, i testi selezionati da quanto scritto precedentemente: in tutto 159 componimenti, esclusivamente sonetti), o quella dei sei manoscritti contenenti la raccolta indirizzata a una donna senese di cui non si conosce l'identità intitolata ad Augustinam ("ad Agostina": databile intorno agli anni 1490, di fatto la base su cui si irradiò la forma del "libro" da cui deriva la prima stampa), oppure della sua presenza in molte delle miscellanee manoscritte del tempo, grandi collettori di poesia che spesso sono poco attendibili nelle attribuzioni e, ancora più spesso, ne sono del tutto privi. Il rifiuto di precludersi delle strade, di rinunciare alla curiosità che lo spinge a intraprenderne sempre di nuove, è evidente anche nelle scelte tematiche: accanto al tema amoroso, centrale nella vulgata, e nelle raccolte posteriori, in direzione di una "forma'canzoniere" che potesse avvicinarlo a una ortodossia petrarchesca (senza giungere, però, a un canzoniere organico), anche i temi più consueti della poesia cortigiana, soprattutto nelle estravaganti: il senso del fluire del tempo, la vanità delle cose, la morte che aleggia sul quotidiano, il tempo distruttore di ogni cosa, la percezione della realtà come continua metamorfosi (frequenti le suggestioni ovidiane), le mollezze della tradizione elegiaca latina. E, inoltre, le scelte metrico'stilistiche dei capitoli, delle terzine dantesche, delle ottave polizianee, delle stanze, accanto a una continuo e puntuale labor limae ("lavoro di lima", cioè di rifinitura accurata: l'espressione è nell'Ars poetica di Orazio), a una ricerca proprio di quell' "ornatus gravis" ("ornamenti fatti di gravità") che gli rimprovera di non avere Calmeta (e, anche in tempi più recenti Gianfranco Contini: "ai valori formali, surroga in esclusiva il concetto, il paradosso, la sorpresa intellettualistica", in Letteratura italiana del Quattrocento, Firenze, Sansoni, 1976, p. 540), di una misura espressiva la più equilibrata, soprattutto al confronto con le tendenze più spinte del petrarchismo cinquecentesco. Tensioni spesso opposte che lo portano a non escludere, per l'imporsi di una "regola", la possibilità di aggiungere una tessera, a volte preziosa, al suo mosaico. È così per le fonti del suo corpus poetico che annovera non solo Petrarca, anche dei Trionfi, e la letteratura classica, ma tutta la tradizione poetica tre'quattrocentesca, la Naturalis historia di Plinio (vero e proprio repertorio da cui Tebaldeo pesca immagini e argute citazioni), i napoletani, e, soprattutto, come dimostrano studi recenti, la produzione bucolica senese. Tebaldeo sapeva che la sua poesia non poteva competere con quella del petrarchismo più fedele alle leggi del classicismo bembesco, era fuori dalle regole dell'ottimo modello, quindi rinuncia a pubblicare altre rime. Non solo: a Roma (dove risiede dal 1513 circa), si dedica maggiormente alla poesia latina e, probabilmente, anche alla correzione del De partu Virginis di Sannazaro. Giocando su un topos fortunato, descrive la sua poesia, fragile come il vetro (mutuando un'immagine da Plinioche ne canta le lodi preferendolo all'oro e all'argento) e destinata a durare poco, il tempo che dura l'occasione che l'ha fatta nascere: "che non abia prezzar mie rime e carte, / de cui la vita sol un dì se extende. / Duran poco, vero è, ma si comprende a tali atti un gran cor"..
Floriana Calitti

