Rinascimento
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La polemica tra Poggio Bracciolini e Lorenzo Valla
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Il recupero entusiastico dell'Antico, che ha il suo mentore in Poggio, si scontra verso la metà del Quattrocento con un'altra concezione, che mette in primo piano l'esigenza della scientificità e del rigore, e la necessità di un metodo che superi l'approccio retorico in una chiara conoscenza dei meccanismi logici sottostanti alla grammatica e abbia una nitida visione storica della lingua. Di questa concezione è portatore Lorenzo Valla, che si schierò contro Poggio, dando luogo ad una accesa polemica in cui si confrontarono concezioni opposte e inconciliabili di intendere la cultura umanistica. La disputa si svolse in tempi molto serrati tra il 1452 e il 1453 e fu iniziata da Poggio, che attaccò il metodo filologico di Valla, consacrato nelle Elegantiae latinae linguae ("Le eleganze della lingua latina"). Valla poneva alla base del rapporto con la cultura classica un rigoroso metodo storico e teorizzava la necessità di una chiara distinzione nel recupero degli autori tra autenticità documentale e sovrastrutture della tradizione. Le Elegantiae testimoniano appunto il progetto di restituire il latino alla sua purezza originaria, disincrostandolo dalle impurità sovrappostesi nei secoli intermedi e dalle manipolazioni operate sui testi, e di riportare la lingua alla sua purezza grammaticale, che è espressione della ratio ("ragione " e "metodo"), distinta dal paradigma fuorviante dell'usus ("uso"). Nella visione di Valla lo studio metodico del linguaggio nelle sue forme morfologiche, lessicali, sintattiche e con la consapevolezza della sua stratificazione storica diventava il nerbo della retorica, cioè della disciplina che regola l'espressione linguistica nel suo complesso, e pone alla base dell'eloquenza il valore dell'erudizione. Questa concezione critica del recupero dell'Antico, che sottoponeva al vaglio selettivo le autorità, si opponeva a un'idea degli studia humanitatis centrata sull'imitazione e sull'emulazione. Per Poggio la rinascita dell'Antico non può essere scissa dalla tradizione, nel cui solco è lievitata e giunta fino a no. La letteratura cristiana e medievale è un tramite che si salda senza soluzione di continuità alla cultura antica e che fa tutt'uno con essa: pensare di rimuoverla costituisce un atto di impietas ("mancanza di pietà") e di arroganza intellettuale, o addirittura, laddove Valla, distinguendo in maniera ineccepibile tra sostanza spirituale della rivelazione e mezzo linguistico, applica il metodo alle Sacre scritture e al diritto canonico, ciò rappresenta una minaccia ai fondamenti dottrinali della Chiesa, che non si possono scindere dalla tradizione, e in definitiva un atto da considerare alla stregua di una vera e propria eresia. In questa contrapposizione inconciliabile, Poggio rifiuta anche l'idea di eloquenza come culto esclusivo del "bene et apte dicere" ("parlare in forma corretta e conveniente"), che Valla matura nella chiara visione della natura storica della lingua, e che lo porta al rifiuta del mito della retorica come terreno di coltura del bene e della sapienza, tutto costruito su Cicerone e proposto come modello integrale di scrittura e di vita. La palma dell'eloquenza conferita da Valla a Quintiliano risponde a una concezione più scientifica e neutrale dell'arte del dire, fondata sulla ragione e sull'erudizione, che esclude l'imitazione nei termini nei quali si era esplicata fino a quel momento. La devozione tributata da Poggio allo stile di Cicerone è infatti lungi dal configurarsi come un'imitazione pedissequa e meticolosa dei fatti dello stile sin nelle cellule minime. Dello scrittore latino Poggiò ricreò soprattutto il giro di frase e aderì all'idea di uno scrittura in cui fosse riversato tutto l'uomo, interessi, affetti, passioni, virtù e debolezze, convinto dell'impossibilità di restaurare lo stile latino senza accoglierne insieme i contenuti umani e personali, in un atteggiamento di affabile e cordiale immedesimazione. Ma lo stile vivace e naturale che contemporanei e posteri riconobbero, nel bene o nel male, a Poggio rappresenta nel panorama della prosa d'arte quattrocentesca un risultato personalissimo e irripetibile. La riproposta della lingua e dei generi degli Antichi (epistola, facezia, dialogo, orazione), in una filiazione diretta che considerava formalismi fuorvianti dalla sostanza spirituale dell'insegnamento degli Antichi le speculazioni sui verba ("le parole"), era al contrario tutta tesa a rivivere nell'esperienza contemporanea le tensioni ideali e psicologiche di quell'insegnamento, convinta della sua trasmissibilità naturale attraverso le epoche.
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