Rinascimento
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L'imitazione secondo Petrarca: la prima lettera a Boccaccio
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Quale incunabolo del dibattito quattro-cinquecentesco sull'imitazione si possono considerare due epistole di Francesco Petrarca a Giovanni Boccaccio, datate ottobre 1359 e 28 ottobre 1365 (Familiares, XXII 2 e XXIII 19), entrambe riguardanti passi del Bucolicum carmen, il poema composto, in latino, da Petrarca tra il 1346 e il 1348, e poi ritoccato fino al 1366, sui quali l'attenzione dell'autore si appunta perché ricordano troppo da vicino passi dell'Eneide e delle Metamorfosi. Gli emendamenti comunicati dal poeta all'amico costituiscono il pretesto per una riflessione intorno al rapporto con gli autori e al modo con cui devono essere presi a modello. Nella prima lettera Petrarca parte da una considerazione solo in apparenza paradossale, e cioè che sia più frequente errare in ciò che ci è familiare piuttosto che in ciò che conosciamo superficialmente. Infatti non ha riconosciuto a prima vista nei suoi versi l'impronta di Virgilio e di Ovidio, autori con i quali ha la massima familiarità, ma si è svelata solo dopo una rilettura attenta; la mancanza di originalità gli sarebbe invece balzata agli occhi se la conoscenza degli autori riutilizzati fosse stata più superficiale. Petrarca introduce qui un'idea del tutto originale di imitazione: passa da un criterio quantitativo, legato alla consuetudine scolastica degli autori, a uno qualitativo, che chiama in causa la stessa dimensione affettiva dell'imitatore e il dialogo elettivo con i modelli prescelti. In altri termini emerge l'idea di un'imitazione che non è a posterioririspetto alla maturazione intellettuale ed emozionale dell'autore moderno, ma è parte integrante della sua crescita interiore, in una sorta di rapporto pedagogico che instaura un legame personale tra scrittore moderno e antico. Le due immagini cui Petrarca ricorre per descrivere i due tipi di imitazione praticabile, servono a individuare la doppia tipologia del rapporto imitativo (quello che resta semplice ripresa esteriore, e quello che pratica una vera e propria metabolizzazione dello stile del modello, e che penetra a fondo nella personalità dell'imitatore, la plasma, la condiziona in una forma di immedesimazione che acquista caratteri di globalità): "Legi semel apud Ennium, apud Plautum, apud Felicem Capellam, apud Apuleium, et legi raptim, propere, nullam nisi ut alienis in finibus moram trahens. Sic pretereunti, multa contigit ut viderem, pauca decerperem, pauciora reponerem, eaque ut comunia in aperto et in ipso, ut ita dixerim, memorie vestibulo; ita ut quotiens vel audire illa vel proferre contigerit, non mea esse confestim sciam, nec me fallat cuius sint; que ab alio scilicet, et quod vere sunt, ut aliena possideo. Legi apud Virgilium apud Flaccum apud Severinum apud Tullium; nec semel legi sed milies, nec cucurri sed incubui, et totis ingenii nisibus immoratus sum; mane comedi quod sero digererem, hausi puer quod senior ruminarem. Hec se michi tam familiariter ingessere et non modo memorie sed medullis affixa sunt unumque cum ingenio facta sunt meo, ut etsi per omnem vitam amplius non legantur, ipsa quidem hereant, actis in intima animi parte radicibus, sed interdum obliviscar auctorem, quippe qui longo usu et possessione continua quasi illa prescripserim diuque pro meis habuerim, et turba talium obsessus, nec cuius sint certe nec aliena meminerim" (Petrarca 1942, IV, pp. 105-106).

Traduzione del testo latino

Petrarca rifugge dall'appropriarsi delle spoglie altrui e professa la preterintenzionalità dei casi di riuso di sintagmi altrui rintracciabili nei suoi versi, dovuti appunto all'elevata consuetudine con gli autori prediletti. Il contenuto rivoluzionario dell'epistola sta nella consapevolezza che lo stile è un fatto complessivo che si conforma alla personalità del suo inventore e non può essere trasferito con un atto meccanico ad altri.

Le immagini degradate dell'istrione, capace di incarnare molti caratteri ma privo di uno proprio, e quella esopica della cornacchia che si fa bella delle penne del pavone, servono a colpire non tanto moralisticamente l'atto di appropriarsi di suppellettili altrui, quanto l'inutilità di tale operazione, l'equivoco di fondo che le sottostà tra arido plagio e proficuo dialogo a distanza tra ingegni affini: "Vitam michi alienam dictis ac monitis ornare, fateor, est animus, non stilum; nisi vel prolato auctore vel mutatione insigni, ut imitatione apium et multis et variis unum fiat. Alioquin multo malim meus michi stilum sit, incultus licet atque horridus, sed in morem toge habilis, ad mensuram ingenii mei factus, quam alienus, cultior ambitioso ornatu sed a maiore ingenio profectus atque undique defluens animi humilis non conveniens stature. Omnis vestis histrionem decet, sed non omnis scribentem stilus; suus cuique formandus servandusque est, ne vel difformiter alienis iinduti vel concursu plumas suas repetentium volucrum spoliati, cum cornicula rideamur. Et est sane cuique naturaliter, ut in vultu et gestu, sic in voce et sermone quiddam suum ac proprium, quod colere et castigare quam mutare cum facilius tum melius atque felicius sit" (Petrarca 1942, IV, pp. 106-107).

Traduzione del testo latino

Come risolvere dunque questa aporia tra un'imitazione che, se autentica, deve essere così profonda e totale da costituire una comunione tra spiriti remoti nel tempo e nello spazio attraverso il medium imperituro dello stile, e d'altro canto rivendica l'autonomia della propria individualità in termini tanto assoluti? Con un ulteriore sequenza di immagini Petrarca propone l'idea della diversità nell'eguaglianza, di una dipendenza nell'autonomia, di essere moderni seguendo l'insegnamento degli antichi: "Sum quem priorum semitam, sed non semper aliena vestigia sequi iuvet; sum qui aliorum scriptis non furtim sed precario uti velim in tempore, sed dum liceat, meis malim; sum quem similitudo delectet, non identitas, et similitudo ipsa quoque non nimia, in qua sequacis lux ingenii emineat, non cecitas non paupertas; sum qui satius rear duce caruisse quam cogi per omnia ducem sequi. Nolo ducem qui me vinciat sed precedat; sint cum duce oculi, sit iudicium, sit libertas; non prohibear ubi velim pedem ponere et preterire aliqua et inaccessa tentare; et breviorem sive ita fert animus, planiorem callem sequi et properare et subsistere et divertere liceat et reverti" (Petrarca 1942, IV, p. 108).

Traduzione del testo latino

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