Rinascimento
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L'imitazione eclettica di Filippo Beroaldo
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Idolo polemico dell'Accademia Romana fu la scuola bolognese che ebbe il suo maestro in Filippo Beroaldo il Vecchio, autore di una serie di lavori filologici (commenti a Plinio, Cicerone, Properzio, Svetonio, Apuleio; oltre ad Annotationes; a Declamationes; ai trattati De optimo statu e De felicitate), che ottennero il riconoscimento degli studiosi e il plauso degli studenti. L'autore per eccellenza, secondo Beroaldo, è Apuleio: il  commento beroaldiano all'Asino d'oro, uscito a Bologna nel 1500, costituì l'inizio della fortuna letteraria del romanzo nel Cinquecento, ma nello stile dello scrittore africano, fuori dalla misura classica, composito e fiorito, l'umanista trovò un modello congeniale che praticò nella sua scrittura. Beroaldo attinge a tutti gli autori della latinità, dagli scrittori arcaici a Boezio, con programmatica disattenzione per norme grammaticali o paradigmi stilistici e con una propensione fortissima alla contaminazione e alla ridondanza, che rende la sua scrittura uno strumento duttile ed espressivo, plasmabile secondo gli umori del suo estroso e affascinante inventore, ma anche artificioso e manierato, bizzarro e imprevedibile, in una parola al di fuori di ogni unità dello stile, di chiarezza e regolarità dell'espressione. Agli antipodi dell'esigenza di pulizia e di nitore formale avvertita dai ciceroniani, le opere di Beroaldo e dei suoi discepoli sono un continuo fiorire di parole rare, arcaiche e disusate, accostate a vocaboli classici (ultramundanus, egestosus, sequestratus, auricularius), di voci inventate (secretarius, galleria, sclopus, girandola), di lemmi greci latinizzati (mythicon, historicon), astratti, derivati (aliquantulum, blandiloquentulus), nonché di una sintassi irregolare e frammentata, costellata di concetti, traslati, anafore, pleonasmi, epiteti, antitesi, e così via, in un armamentario verbale e retorico teso alla spettacolarità e al lusso. Questa tendenza assume toni ancora più marcati ed estremi negli allievi di Beroaldo, tra i quali spicca Giovanni Battista Pio. Apprezzabile commentatore di classici - Lucrezio, Flacco, Plauto ', nel capitolo XXV degli Annotamenta scrive una difesa della linea eclettica del maestro, nella quale risuona il tema polizianescodella personalità dell'espressione, ma coniugato all'idea estetizzante di un florilegio degli stili che sta ad autorizzare un'indiscriminata licenza contaminatoria: "Non malos imitatores aemulamur, quos brutum pecus vocat Horatius, qui solum Ciceronem perlegent tanquam selectum Deum, caeteros, ut Tertullianus verbis utar, tanquam bulbos reprobos abiicientes. Faveo Ciceroni utpote eruditorum eloquentissimo, illius sermonis nectarei felicitatem admirari non desino; non eo tamen fui ut caeteros explodendos ducam; sed hoc iudico cuique suum dicendi modum peculiaremque stilum a natura comparatum, et sicuti viridissimum et amoenissimum pratum diversicolori flore fit illustrius, ita Romanorum eloquium disparibus dicendi characteribus exornatum splendet, quippe cum singulo auctori dos sua domesticaque facundia natura sit innata" (Pio 1505).

Traduzione del testo latino

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