Rinascimento
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La posizione di Pietro Bembo
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Nella risposta del 1 gennaio 1513 Bembo prende le distanze da Pico, in primo luogo da un punto di vista metodologico. Egli non discute la teoria delle idee innate, in quanto si tratta di una questione filosofica, e non si sente di avere una preparazione adeguata, ma chiama in causa la sua competenza letteraria per affermare che non esiste in noi innata un'idea del bello scrivere, ma che piuttosto essa, come tutte le altre idee, è presente in Dio, come attributo della sua perfezione. Pertanto non si tratta di coltivare la propria intuizione individuale del bello, né di sforzarsi di avvicinarsi il più possibile alla divina e universale bellezza insita nel Creatore attraverso l'esempio di coloro che vi sono riusciti in maniera egregia. Ma se si seguono più autori, bisogna imitarne lo stile in generale o trarne solo il meglio da ciascuno? Nel primo caso è impossibile arrivare a uno stile unitario e ci si espone a un'irrazionale eterogeneità; nel secondo caso, imitare brano a brano i singoli pregi espressivi dei vari autori eccellenti e sommarli tra loro, come sosteneva Pico, non comporta la creazione di una sintesi espressiva omogenea, atta a esprimere l'universo spirituale di un autore. Bembo ripristina dinanzi al suo interlocutore il metodo e la mentalità umanistica: non è pensabile che si imiti il lessico senza assimilare le costruzioni, il giro sintattico, i colori retorici, eccetera. Lo stile si presenta come un organismo, in cui è riflessa l'identità spirituale dello scrittore e ogni aspetto ha un ruolo funzionale: non è pensabile estrarne una parte e comporre per semplice addizione un altro stile originale. A differenza di Pico, lo stile, per Bembo, non è un fatto funzionale e accessorio che riveste il concetto, bensì è l'accesso al pensiero; impadronirsene equivale a stabilire un dialogo profondo con l'autore, penetrare nei recessi della sua personalità, riviverne i pensieri e le mozioni, ristabilire quell'unità nella diversità che vige tra padre e figlio. È evidente che tutto ciò non può avvenire che attraverso la dedizione incondizionata a un solo autore, frutto di un'elezione basata su affinità caratteriali, consolidate poi da una consuetudine di studi che assorbe integralmente le energie dell'imitatore, perché coincide con la sua formazione, con la sua educazione letteraria e, infine, con la sua stessa maturazione intellettuale. In questo modo lo stile diventa, nei termini della pedagogia umanistica, habitus ("abito"), cioè un costume acquisito con l'esercizio che si sovrappone alle attitudini naturali fino a costituire un uso costante e consolidato del carattere. Pertanto, se l'imitazione si configura in questi termini e lo stile è un tutto unitario da imitare globalmente, sarà logico rivolgersi all'autore che per purezza di lingua, integrità di dottrina, vastità d'interessi costituisce il modello più elevato di prosa latina e ad esso ispirarsi con tutte le forze per elevare il proprio stile. Rispetto al ciceronianismo estremista ed esclusivo dei suoi tempi, tuttavia, Bembo mantiene una posizione equilibrata. Se Cicerone è esempio massimo della prosa latina, e da seguire con la massima devozione, accanto a lui altri scrittori (a esempio Virgilio, indiscusso modello nella poesia eroica, Cesare, Sallustio, Livio, Celso, Columella) meritano la qualifica di eccellenti e se ne raccomanda la lettura e la meditazione. Bisogna però stare in guardia nell'applicarsi agli autori mediocri, che possono distrarre dallo studio del migliore. Bembo porta a esempio la sua esperienza personale. All'inizio dei suoi studi, di fronte alla scelta tra autori sommi e autori mediocri ha pensato di imitare all'inizio i mediocri per poi volgersi, una volta irrobustite le sue capacità, allo studio più arduo dei sommi. Ma allorché passò a questi ultimi rimase sorpreso di avere assimilato così profondamente la natura dei mediocri, che ciò costitutiva un ostacolo all'apprendimento dello stile sommo. Perciò ha dovuto fare ogni sforzo per disimparare quanto aveva assimilato fino a quel momento, per dedicarsi totalmente allo studio del solo Cicerone. In breve, egli è giunto alla conclusione che bisogna imitare tutto il complesso della forma e delle sue singole parti di un solo autore, e del migliore: seguire gli altri autori, per quanto buoni, non è, infatti, che un inutile attardarsi sulla via della perfezione, su cui è avanzato più di tutti Cicerone. Ma il culto di Cicerone è temperato nella visione di Bembo da un'idea di imitazione cui si connette strettamente il concetto di emulazione. A una prima fase di formazione sugli scritti ciceroniani, seguirà il tentativo di eguagliare il suo stile e infine lo sforzo per superarlo. Il modello ciceroniano non è elevato a supremo e inarrivabile esempio di bellezza formale, oggetto di fanatismo e di adorazione idolatrica, ma è un valore migliorabile sulla via della perfezione dell'idea, che in quanto attributo divino resta inattingibile all'uomo nella sua interezza. Emerge in definitiva una concezione artificiale del linguaggio, teorizzata da Bembo anche nelle Prose della volgar lingua a sostegno del volgare: la lingua d'arte è sottratta al divenire storico, che volge fatalmente alla corruzione e inclina a funzioni meno nobili e contingenti, per essere proiettata nella dimensione estetica astorica della perfezione formale, coltivata sull'esempio massimo di un modello unico - Cicerone per la prosa latina, Virgilio per la poesia; Petrarca e Boccaccio per la poesia e la prosa volgare - da emulare, e se si è capaci, da oltrepassare. Il senso della polemica che divise due letterati di primo piano nella Roma all'inizio del secondo decennio del Cinquecento è ben diverso da quella di circa un ventennio prima tra Poliziano e Cortesi. Lì si trattava di umanisti impegnati a difendere due diverse concezioni dello stile su un piano metodologicamente comune, pur nella grande diversità dei metodi e dei gusti. Se quello poteva sembrare, e storicamente di fatto fu, uno dei passaggi fondativi del classicismo cinquecentesco, nella polemica tra Bembo e Pico si confrontano due diversi modi di intendere la cultura e la comunicazione letteraria. Il prevalere della linea bembiana significò l'esaurimento delle opzioni sperimentali, contaminatorie, eterodosse caratteristiche degli autori umanistici, quelle che avevano avuto l'interprete più geniale in Poliziano, ma soprattutto instaurò la centralità della cultura letteraria, che costituisce il principale alimento del fenomeno del Classicismo nel Cinquecento. Se si sposta lo sguardo su settori diversi dalla poesia e dalla prosa d'arte, nella cultura letteraria cinquecentesca la concezione esclusivamente stilistica su cui Bembo costruisce il suo ideale selettivo di imitazione è destinata a subire una netta revisione, quando l'aristotelismo subentra al neoplatonismo e, a metà secolo, destituisce l'arte come luogo privilegiato di intuizione dell'idea, per conferirgli un ruolo paritario accanto alle altre discipline.
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