Il ventottenne Giraldi Cinzio, da poco addottoratosi allo Studio di Ferrara, scrive al professore Celio Calcagnini una epistola Super imitatione, costruita retoricamente come richiesta, affinché questi si esprima sul problema; e infatti Calcagnini replica con una succinta, ma succosa, Super imitatione commentatio, in cui dissente dalle idee esposte dall'allievo, ma senza che la diversità di vedute prenda i toni di una contrapposizione netta.
Giraldi Cinzio si attesta su posizioni in sostanza bembiane. Non è possibile che, prelevando le singole parti perfette dai diversi autori tra loro dissimili, si crei uno stile unitario e organico; giacché Cicerone ha mostrato l'ottimo stile oratorio, portando a perfezione la lingua latina, eleggeremo lui nell'imitazione è lo seguiremo, così come è ragionevole in battaglia seguire un generale strenuo ed esperto. Se è giusto imbeversi dello stile e dell'eloquenza ciceroniana, ciò non vieta di frequentare altri autori anteriori e successivi, inferiori per eleganza a Cicerone: da essi si possono pure attingere parole e sentenze utili ad ornare il discorso, purché vengano convertite all'imitazione ciceroniana e in essa si omologhino allo stile armonioso e perfetto dell'oratore latino.
La Commentatio di Calcagnini si apre con una considerazione sulla necessità dell'imitazione che sposta il problema a un livello non convenzionale rispetto a quello su cui si era situato Giraldi Cinzio. Prima di essere un'esigenza estetica, l'imitazione è una necessità storica. Essa è stata in tutte le età necessaria, perché non è pensabile il progresso nelle arti senza che gli uomini si propongano gli esempi dei predecessori, dai quali progredire, ma meno urgente era il bisogno di imitare quando i rudimenti dell'eloquenza erano radicati e stabili. Nell'età moderna, in cui il buon latino è decaduto a causa delle popolazioni barbariche che invasero l'Impero romano e per il diffondersi del volgare, l'imitazione dei monumenti della buona latinità diventa indispensabile.
Ma a Calcagnini, come principale effetto della decadenza della purezza e dell'arte del dire antica, sta a cuore segnalare il divorzio che si è venuto a determinare tra sapienza ed eloquenza. Dopo che si è cessato di imitare i buoni autori, si è verificato il divorzio tra bello stile e pensiero; la filosofia, che è il dono più elevato che gli dei hanno concesso agli uomini, è stata deturpata da un'elocuzione degradata e inelegante e i dotti hanno impiegato tutte le loro energie nella speculazione, separando quello che per natura non si potrebbe scindere è cioè gli "orationis et rationis consortia" ("i connubi di discorso e ragione").

