Rinascimento
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Epistulae ad Lucilium
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Le Epistulae ad Lucilium, il capolavoro del maggior filosofo romano, Lucio Anneo Seneca (4-65 d.C.), sono una raccolta di 124 epistole divise in venti libri (anche se in origine dovevano essere più numerose), ognuna di varia estensione e vario argomento, ma tutte di carattere filosofico e di stampo principalmente stoico, indirizzate a un giovane amico di nome Lucilio. Seneca è cosciente di introdurre con le Epistulae un genere nuovo nella letteratura, distinto dalla pratica epistolare, sul modello delle lettere filosofiche di Epicuro. Il filo conduttore è dato dal tono colloquiale ed esortativo che, contrapposto all'insegnamento dottrinario, si propone di essere strumento di perfezionamento morale. Molto diverso da quello ciceroniano, dunque, e per certi versi meglio avvicinabile a quello petrarchesco, è il modello senecano di composizione epistolare, dove innanzitutto conta la costruzione letteraria del testo, la sua impostazione in un insieme organico, la sua finalità artistica e al tempo stesso ideologica. Il Petrarca nutrì una grande attrazione per Seneca: uno degli "antichi illustri" cui scrive (Familiares XXIV, 5) è proprio il filosofo latino, cui rimprovera la sua condotta di vita pur elogiandone l'opera. Già nel 1333, d'altra parte, in un elenco dei suoi libri favoriti, «libri mei peculiares», una ventina dei circa cinquanta titoli menzionati riguarda Cicerone e Seneca. Come modello di saggezza stoica, temperata da un savio eclettismo, il filosofo latino non poteva che risultare uno dei principali auctores del poeta. Sono difatti infiniti i luoghi in cui egli viene ripreso dal Petrarca: significativo può essere il caso della famosa epistola del monte Ventoso (Fam. IV, 1), dove le citazioni senecane si moltiplicano nei punti strategici del testo: "perfino dai filosofi pagani avrei dovuto imparare che nulla più dell'animo umano è da ammirare, in confronto alla cui grandezza nulla è grande" (IV, 1, 28): «nihil praeter animum esse mirabile, cui magno nihil magnum est»: il "filosofo pagano" di cui il poeta rimprovera a se stesso la dimenticanza è proprio il Seneca delle Epistulae ad Lucilium (8, 5).

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