Rinascimento
Rinascimento
Giovan Battista Armenini (Faenza 1533 - ivi 1609)
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Fece apprendistato a Faenza con Figurino da Faenza, tornato in patria nel 1546 dopo aver collaborato con Giulio Romano a Mantova, quindi collaborò probabilmente con Luca Scaletti. Nel 1549 Armenini si trasferisce a Roma, lasciando la Romagna in un momento di particolare repressione religiosa promossa dalla Chiesa con l'invio di un inquisitore. Nella città il pittore trascorse lungo tempo ' secondo i suoi stessi racconti - a copiare le antichità del Belvedere, la Sistina e le facciate di Polidoro; amico dell'antiquario Jacopo Strada, a Roma dal 1554 come intermediario dei Fugger, Armenini esegue per lui, insieme a Marco da Faenza e altri, una serie di disegni acquarellati che riproducevano le logge di Raffaello, e media per l'antiquario la vendita dei disegni di Perin del Vaga effettuata dalla vedova. Nel 1556, temendo l'eventualità di un nuovo sacco di Roma, Armenini fugge verso il nord ed approda a Milano, ospite di Bernardino Campi; qui conosce certamente Giovan Paolo Lomazzo, avverso ai Campi, e tra il 1563 e il 1564 prende i voti trasferendosi nuovamente a Faenza. Qui, isolato dalle novità artistiche degli anni '70, redige il suo trattato De' veri precetti della pittura, pubblicato a Ravenna nel 1586 da Franceco Tebaldini con dedica al Duca di Mantova Guglielmo Gonzaga. Partecipe di una cultura controriformistica capace di infondere una profonda svolta nelle arti intorno al 1570, Armenini si trova a vivere il passaggio che conduce all'esaurirsi degli ideali rinascimentali ancora tenuti in vita nella Roma di Paolo III Farnese, e all'istaurarsi di un clima rigoristico fatto di precetti e prescrizioni normative sull'uso e la politica delle immagini di un Paleotti. La constatazione del declino dell'arte nei suoi tempi rispetto agli impareggiabili modelli di Raffaello, Michelangelo e Polidoro, spinge l'autore a scrivere un trattato di consigli utili per gli artisti in cui vengono additati i modelli formali, le tecniche, i modelli tematici. Analogamente a Vasari i primi non possono che coincidere con i nomi dei maestri ma a differenza di questi il pragmatismo del faentino si risolve in un'attenzione tutta concreta alle diverse casistiche per le quali fa da principio unico e discriminante quello del decoro. La seconda parte del libro è infatti dedicata alle diverse decorazioni di logge (cap. IX), sale (cap. VIII), librerie (cap. VI), volte (cap. IV), tribune (cap. III) ecc. con indicazioni dei soggetti e delle tecniche più appropriate secondo la funzione e destinazione degli ambienti; è qui che l'Armenini inserisce le sue considerazioni in materia di mitologia mantenendosi piuttosto sul vago e rimandando per precisazioni utili ai manuali di Cartari e altri (cap. XV) ma affermando anche il ben noto fine delle favole antiche del delectare prodesse.

Caterina Volpi

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