Poeta latino, nacque l'8 dicembre del 65 a. C. a Venosa, una colonia militare romana al confine tra Apulia e Lucania. La sua famiglia era modesta, ma nonostante questo gli fu assicurata la migliore educazione. Attorno ai vent'anni, come facevano i giovani di buona condizione, Orazio si recò in Grecia a perfezionare gli studi e là conobbe M. Giunio Bruto, l'uccisore di Cesare. Entrò nel suo esercito e combatté a Filippi con il grado di tribuno militare; la disfatta di Filippi interruppe la sua carriera militare: con amara autoironia egli dirà poi di avervi abbandonato (come Archiloco, poeta lirico greco del VII secolo a. C.) lo scudo. Poté tornare a Roma nel 41 a. C. grazie a un'amnistia, ma il fondo di Venosa era stato confiscato dai triumviri ed egli dovette impiegarsi come scriba quaestorius("segretario dei questori") per guadagnarsi da vivere.
Probabilmente attorno alla metà del 38 a.C. Virgilio e Vario lo presentano a Mecenate, ministro di Ottaviano, uomo di lettere e protettore di letterati. Poco tempo dopo Mecenate lo ammette nel circolo dei suoi amici. Da quel momento la sua vita scorre senza eventi significativi, scandita soltanto dalla pubblicazione delle sue opere sotto il patronato di Mecenate. Morì il 27 novembre dell'8 a. C.
Nell'ambito della sua produzione letteraria rimarchevoli sono gli Epodi, diciassette componimenti scritti nell'arco di tempo compreso tra il 41 e il 30 e pubblicati insieme al secondo libro delle Satire. Il nome rimanda alla forma metrica: epodo è propriamente il verso più corto che segue un verso più lungo, formando con esso un distico. La raccolta è caratterizzata da una varietà di argomenti, varietà che caratterizza anche le Satire, in due libri, in esametri. Scrisse anche tre libri di Odi (ottantotto carmi in tutto), pubblicati nel 23 a. C., e due libri di Epistole, di cui il secondo, probabilmente pubblicato postumo.
In questo secondo libro molti fanno rientrare l'epistola ai Pisoni, detta Ars poetica, sulla cui datazione si discute parecchio. È un trattato di 476 esametri, che espone fondamentalmente teorie aristoteliche sulla poesia, soprattutto sul poema e le forme drammaturgiche: uno dei testi capitali della cultura occidentale.
La fortuna di Orazio comincia prestissimo e conosce, fino ai nostri giorni, poche significative cadute. Nel Medioevo egli fu ben conosciuto a partire dall'età carolingia e apprezzato per la sua vena moraleggiante. La fortuna medievale del sermo oraziano è consacrata nella Divina commedia, dove l'"Orazio satiro" è fra i poeti del limbo. Orazio lirico, invece, già imitato dal Petrarca , venne esaltato a partire dall'età rinascimentale, con punte significative nei poeti della Pléiade e delle "Anacreontee". Orazio diventa così modello incontrastato della letteratura di stampo classicista, anche perché l'autore dell'Ars poetica restava un punto di riferimento insostituibile nelle discussioni di poetica e di letteratura dagli umanisti in avanti.

