Si realizza così - e in nessun luogo ciò è evidente quanto a Ferrara - una vera e propria alleanza fra il principe'mecenate, spesso imbevuto lui stesso di cultura umanistica e genuinamente appassionato di lettere, arti e spettacoli, e bisognoso anche e soprattutto per ragioni politiche di affermazioni in questi campi, e gli intellettuali (filologi, professori, scrittori, pittori, architetti ecc.) attirati dallo splendore della sua Corte, e dalla possibilità di esercitare in un ambiente munifico e disponibile il loro mestiere. Il riflesso umanistico di imitareemulare gli antichi anche a teatro trova dunque un potente appoggio e incentivo nella sete che la Corte ha di spettacoli, cerimonie, successi mondani e divertimenti memorabili.
A Ferrara il legame politico fra dinastia regnante, città'stato, e teatro come strumento e manifestazione del potere, e insieme come immagine idealizzata di quel rapporto, è magnificamente illustrato nel palazzo di Schifanoia, fatto costruire nel tardo Trecento da Alberto V d'Este: la più conveniente e vicina (addirittura dentro la cerchia delle mura) delle "delizie" (o residenze di piacere) estensi. Schifanoia fu ristrutturata da Pietro Benvenuto degli Ordini negli anni sessanta del Quattrocento, e poi di nuovo, nel 1493, da Biagio Rossetti, il geniale architetto esecutore della cosiddetta "addizione erculea", e ogni restauro accentua la complessa funzione dell'edificio, sede di pick'nick e feste, e luogo teatrale. Rispetto allo spiazzo antistante, sgombrato e allargato, la facciata stessa fungeva da fondo scena, con l'alto portale marmoreo da cui uscivano ed entravano i partecipanti a tornei e spettacoli che avevano luogo davanti al palazzo. All'interno, dove pure si davano spettacoli, come quello offerto dagli studenti dell'Università ai figli del duca nel febbraio 1486, l'ampia sala dei mesi fu affrescata da due grandi pittori, Francesco del Cossa ed Ercole de' Roberti sotto la direzione del fondatore della scuola pittorica ferrarese Cosmé Tura, secondo un grandioso piano iconografico concepito dall'umanista Pellegrino Prisciani. Sulle quattro pareti la decorazione pittorica si svolge in tre fascie orizzontali sovrapposte (quella superiore coi trionfi degli dei superi, quella intermedia coi segni dello Zodiaco e le figure astrologiche dei decani, quella inferiore con scene della vita di Corte, della città e del contado) e segmentate in dodici riquadri da leggere verticalmente, uno per ogni mese: e negli affreschi della fascia inferiore, come in un gioco di specchi, troviamo di nuovo il teatro.
In particolare, nel riquadro di Aprile, dipinto dal Cossa, sotto il trionfo di Venere e i tre decani simboleggianti le tre decine di giorni del mese attorno al segno del Toro, la fascia inferiore illustra atteggiamenti tipici del duca Borso (regalo di una moneta al buffone di corte ; ritorno dalla caccia), ma anche il "palio di San Giorgio" o gara umiliante inflitta a prostitute, idioti di villaggio, ubriaconi ed ebrei costretti a correre seminudi, a piedi o cavalcando un asino, per il divertimento delle eleganti dame di palazzo, che, affacciate a logge e balconi contemplano la scena dall'alto, vicinissime nello spazio e insieme socialmente e culturalmente remote.
Se dunque, da un lato, la rinascita del teatro a Ferrara si può iscrivere, specialmente sotto Borso (1450'1471) nel contesto dei rapporti al tempo stesso paternalistici e intimidatori fra la Corte e la città, dall'altro il genuino interesse per le lettere e le arti del duca precedente, Lionello (1441'1450) rivive e si precisa nel loro successore Ercole I, il più appassionato di teatro dei tre fratelli. Sotto Ercole il teatro conobbe a Ferrara (come negli stessi anni a Firenze sotto Lorenzo de' Medici) due forme di vita parallele: da una parte grandi rappresentazioni popolari e religiose ancora legate alla tradizione medievale; dall'altra spettacoli aristocratici legati al gusto classicheggiante della Corte, e ricchi di futuri sviluppi.
Fra il 1476 e il 1502 furono ripetutamente rappresentate, nelle chiese più importanti o nella piazza maggiore, la Passione di Cristo, l'Annunciazione, la visita dei Re Magi, le storie di Giuseppe e di San Benedetto. Fra il 1486 e il 1503 furono allestite, prima all'aperto nel Cortile nuovo, poi dal 1493 nella sala grande del Palazzo ducale, che sorgeva nell'area dell'attuale palazzo comunale ed era collegato al castello da un cavalcavia, una dozzina di commedie di Plauto , e l'Andria e l'Eunuco di Terenzio. Le traduzioni erano dei maggiori letterati presenti a Ferrara, Niccolò da Correggio, Battista figlio di Guarino Veronese, Pandolfo Collenuccio, Matteo Maria Boiardo. Fra i testi più apprezzati, come abbiamo visto, erano i Menaechmi di Plauto, chiamati familiarmente in volgare il Menechino. Accanto alle commedie latine tradotte furono presentate anche delle "novità", come la Favola de Cefalo del Correggio, tratta da Ovidio (1487), mentre non si conoscono recite del Timone del Boiardo, riduzione in terzine di un dialogo di Luciano eseguita «a complacenzia de lo Illustrissimo […] Ercule Estense Duca de Ferrara». Anche più tardi, sotto Alfonso e per iniziativa di suo fratello cardinale Ippolito, scrissero egloghe pastorali i maggiori letterati di Corte come il Tebaldeo e Antonio dall'Organo.

