Mentre, come abbiamo visto, sia a Ferrara che a Urbino la produzione delle prime importanti commedie in volgare è direttamente legata alla vita e alla politica della dinastia regnante, e alla partecipazione della nobiltà di Corte, più in generale nella varie città la "committenza" e la fruizione degli spettacoli - non solo commedie - corrispondono alla situazione politica locale, cioè al potere e al prestigio di gruppi sociali diversi. A Roma, già nella seconda metà del Quattrocento, sontuose rappresentazioni allegoriche, con soggetti storico'mitologici, vengono inscenate nei palazzi dei cardinali più ricchi e influenti. Un po' più tardi, sotto Giulio II e poi sotto Leone X, saranno le commedie già rappresentate con successo altrove, latine, spagnole, italiane come quelle di Ariosto o La Calandria, a essere rappresentate in Vaticano, davanti al papa e alla sua Curia. A Firenze invece, e anche questo è stato già notato, ambiziosi spettacoli allegorici hanno luogo dapprima nelle chiese o davanti una chiesa, per iniziativa di "Compagnie" che comprendono fra i loro membri rampolli delle vecchie famiglie, artisti e borghesi.
Comunque, nella maggioranza dei casi, è determinante la presenza (o, come vedremo subito, l'assenza) di forti personalità in uno o nell'altro dei campi che la produzione teatrale coinvolge: "produttori", scrittori, scenografi, attori. Così non possiamo separare la nascita a Ferrara, a Urbino e a Firenze dei primi grandi testi comici in volgare dalla presenza in quelle città di Ariosto, Bibbiena e Castiglione, Machiavelli. Per la stessa ragione la Corte dei Gonzaga , non essendo riuscita ad assicurarsi i servizi di un autore dello stesso calibro, da affiancare ai grandi artisti che lavorarono a Mantova, da Mantegna a Giulio Romano, restò nella prima metà del Cinquecento, come Roma, un centro di riallestimenti (per esempio della Calandria nel 1532) e di consumo, più che di creazione di "novità" teatrali.
In altri casi, all'incontro fra un mecenate, un architetto e un commediografo'attore si può far risalire la nascita di una civiltà teatrale. Il nobile veneto Alvise Cornaro , che pubblicherà in vecchiaia un famoso Trattato de la vita sobria (1558), fece costruire nel 1524 nel cortile della sua casa a Padova, da Giovan Maria Falconetto, una Loggia detta poi sempre Loggia Cornaro sotto le cui arcate classicheggianti Angelo Beolco detto il Ruzzante, altro protetto del Cornaro, recitò le sue commedie in dialetto pavano.
Fermiamoci a considerare un aspetto importante del nostro argomento di cui non ci siamo ancora occupati: quello appunto della recitazione. Negli spettacoli che abbiamo passato in rassegna, gli attori erano per lo più avventizi e dilettanti: studenti, membri di "compagnie", più spesso cortigiani o addirittura famigliari del principe regnante. Talché - pensando alla qualità degli autori e degli scenografi'registi fin qui incontrati, da Ariosto e Machiavelli ad Andrea del Sarto e Giulio Romano - siamo indotti a concludere che questo dell'esecuzione doveva essere l'anello più debole della catena ideale che va dalla concezione di un'opera teatrale al suo "consumo" da parte del pubblico.
C'erano delle eccezioni. Qualche volta - e sarà come vedremo il caso di Beolco - l'autore era anche un provetto commediante, e sosteneva lui stesso la parte del protagonista dei propri lavori. Altre volte, per ruoli particolarmente impegnativi, veniva "scritturato" un semi'professionista o professionista, da un piccolo gruppo di attori itineranti di cui ci è rimasta qualche notizia. Uno di questi, il senese Niccolò Campani detto Strascino (ricordato come abbiamo visto da Castiglione fra i celebri buffoni del tempo, e da vari altri contemporanei, tra cui l'Aretino) era come Ruzzante anche autore in proprio, di farse villerecce o commedie rusticali e di rime burlesche. Delle tre opere teatrali che ci rimangono, del 1511'14, la più nota è lo Strascino, da cui venne il soprannome dell'autore, che nel 1515 era a Ferrara per recitare un'egloga in casa di Graziosa Pio.
Alla Compagnia fiorentina della Cazzuola che abbiamo già ricordato apparteneva Domenico Barlachia, ammirato da Machiavelli, e attivo ancora nel 1548, quando per incarico della nazione fiorentina a Lione interpretò e diresse La Calandria del Bibbiena, recitata in quella città per celebrare l'ingresso del re Enrico II e della regina Caterina de' Medici.
Un altro "buffone", anche più famoso come attore fu Zuan Polo Liompardi (morto nel 1540), celebrato spesso da Marin Sanudo nei suoi Diarii per recite veneziane di grande successo a partire dal 1513: per esempio nel carnevale del 1522 nel convento dei Crosechieri (Crociferi), con certi intermezzi dati insieme alla Mandragola interpretata dal Cherea; o nel 1525 in concorrenza con una commedia di Zuan Manenti data dai Compagni Trionfanti, di cui ci resta solo il titolo, Philargio et Trebia et Fidel. Anche Zuan Polo componeva dicerie e poemetti burleschi, come il Libero del Rado Stizuxo (1533), o il Testamento de Zuan Polo alla schiavonesca (s. d.), e ancora, se è sua, Una historia bellissima la qual narra come el spirito de Domenego Taiacalze aperse [apparve] a Zuan Polo narrando tutte le pene dell'inferno (1513). Con Zuan Polo vanno ricordati suo figlio Zuan Çimador, lodato anche lui dal Sanudo come interprete di una commedia "bufona" recitata alla Giudecca nel carnevale del 1526 in palazzo Trevisan (insieme a una data da Ruzante e Menato, e un'altra dal Cherea), e ricordato con ammirazione dall'Aretino nelle Sei giornate, e soprattutto i fratelli Domenico e Stefano Taiacalze. Il primo dei due compare in una commedia recitata da Zuan Polo a Venezia nel 1515, in cui, reduce dall'inferno, «Domenego Taiacalze cazava castroni, el qual con li castroni vene fuora, fe' un ballo essi castroni».
Amico e collega dei maggiori uomini di teatro veneziani del terzo, quarto e quinto decennio del secolo fu Antonio Molino, detto il Burchiella, destinatario di una lettera (I, 13) del Calmo e autore del poemetto I fatti e le prodezze di Manoli Blessi stradioto. Sulla sua bravura di attore abbiamo varie testimonianze coeve: del Dolce, del Sansovino (che lo dice «homo piacevole et che parlava in lingua greca et schiavona corretta con l'italiana con le più ridicolose et strane inventioni et chimere del mondo») ecc.
Fra gli attori di maggior levatura sociale, ai quali non veniva applicata la qualifica di buffoni, troviamo il nobile volterrano Tommaso Inghirami (1470-1516) , detto Fedra per la bravura con cui sulle scene romane vietate alle donne sosteneva tale parte nell'Ippolito di Seneca. Un altro toscano che abbiamo già incontrato, il lucchese Francesco de' Nobili detto Cherea dal personaggio dell'Eunuchus di Terenzio in cui evidentemente eccelleva, fu probabilmente il maggiore di questi attori. Il de' Nobili, che in momenti diversi della sua vita fu cancelliere di Fracasso di Sanseverino, e viaggiò in Ungheria, come attore fu attivo a Ferrara, a Mantova, e a Roma. Fu lui probabilmente a introdurre a Venezia l'uso di recitare Plauto (l'Asinaria, i Menaechmi) e Terenzio in volgare, fra il 1507 e il 1508: e sembra di capire da quel che scrive in proposito il Sanudo che questi spettacoli, allestiti con grandissimo successo in una sala a San Canciano ai Biri, nel convento di San Stefano o ai Crosechieri, fossero i primi dati a Venezia a pagamento, con una compagnia, dunque, tutta di professionisti. La natura commerciale o "manageriale" delle iniziative veneziane del Cherea potrebbe essere confermata dal suo tentativo di affittare la Loggia di Rialto per farne una specie di teatro stabile: tentativo registrato anche questo dal Sanudo, e che dovette spiacere al governo veneziano, tanto è vero che nel dicembre del 1508 il Consiglio dei Dieci proibì ogni ulteriore allestimento di «commedie, recitazioni o rappresentazioni comiche o tragiche, ed egloghe».

