Rinascimento
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La Commedia del Cinquecento - 27. La scena del principe a Firenze a metà del Cinquecento
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Nella Firenze granducale a metà secolo, la produzione di commedie si orienta (come per altre ragioni a Venezia) verso un repertorio di consumo, in cui la sostanziale modestia dei testi è riscattata dalla loro dignità letteraria, da una sicura conoscenza della tradizione teatrale, da Plauto e Terenzio ad Ariosto e Machiavelli, e dalla qualità degli allestimenti, spesso in funzione celebrativa del potere mediceo. Tra i vari nomi di autori, quasi tutti membri dell'Accademia Fiorentina patrocinata da Cosimo I, da ricordare almeno Gelli, D'Ambra, Cini, il Lasca e il Cecchi.

Il singolare artigiano'filosofo Giovan Battista Gelli (1498'1563), autodidatta e studioso di Dante, frequentatore in gioventù degli Orti Oricellari e appassionato sostenitore della supremazia della lingua fiorentina, scrisse due notevoli trattati in forma di dialoghi, I capricci del bottaio e La Circe, e due commedie, La Sporta e L'Errore. Quest'ultima (che fonde spunti presi dal Decameron, dalla Clizia e da altre commedie fiorentine nella vicenda di un vecchio sorpreso dalla moglie e dal figlio mentre, travestito da donna, crede di recarsi a un convegno amoroso) fu recitata «alla cena che fece Ruberto di Filippo Pandolfini alla Compagnia de' Fantastichi l'anno 1555 in Firenze» (come si legge nella prima stampa, 1556).

Storicamente più interessante La Sporta (1543), non tanto per l'invenzione - si tratta di un rifacimento assai fedele dell'Aulularia di Plauto, probabilmente imitato, o copiato, come insinua il Lasca in vari luoghi delle sue Rime, da un abbozzo perduto di Machiavelli - quanto per i ripetuti accenni nel testo del Gelli ad altre commedie: La Mandragola e La Clizia (III, 4), e quella Commedia in versi di Lorenzo Strozzi (V, 2) che sarà una delle fonti del suo proprio Errore. Non meno significativi per la ricostruzione di una cultura teatrale fiorentina integrata alla vita della città sono i riferimenti al "teatro delle monache" (III, 3 e 4), cioè agli spettacoli che le suore allestivano nei loro conventi, adattando lavori esistenti, o scrivendone loro di nuovi, come la commedia in cinque atti Amor di virtù, di suor Beatrice del Sera (1548), tratta dal boccacciano Filocolo e pubblicata recentemente da Elissa Weaver (1990).

A Machiavelli possono far pensare tutt'al più, in un testo lontano dal valere la Mandragola o la Clizia, certe massime, come questa di Ghirigoro: «Perché la roba di questo mondo è oramai tante volte stata rubata e tirata in qua e in là, che ella non ha più veri padroni; ed è di chi se la toglie, pur ch'ei sappia fare in modo ch'ella gli sia lasciata torre» (III, 1). Né possiamo sapere, in mancanza dell'archetipo machiavelliano, quanto originale sia l'edificante conclusione che Gelli aggiunge alla favola dell'Aulularia (giuntaci come è noto mutila delle ultime scene), con il vecchio e ridicolo Ghirigoro che dopo aver ricuperato la preziosa borsa o sporta piena di monete che gli era stata rubata, si pente della propria sordida avarizia e riprende un ruolo di padre nobile, un po' come il machiavelliano Nicomaco guarito delle sue velleità erotiche nella Clizia.

Lo stesso anno 1543 in cui fu composta La Sporta, fu recitata a Prato La Trinuzia di Agnolo Firenzuola (1493'1543), la più originale delle sue due commedie (l'altra, I Lucidi è un rifacimento dei Menaechmi). Come annuncia il titolo della Trinuzia, ambientata a Viterbo, tre matrimoni vengono a coronare il viluppo di bugie con cui due furbi servitori, il Golpe e il Dormi, cercano di agevolare i piani matrimoniali dei loro padroni: e si tratta davvero, come ha osservato Maestri, l'editore più recente della commedia, di un superficiale e saporito "teatro di parole" (Firenzuola, 1970: 8).

Francesco D'Ambra (1499'1558) scrisse tre commedie, Il furto in prosa (rappresentata nel 1544 nella sala del Papa adiacente al chiostro di Santa Maria Novella, poi nella villa medicea di Castello, davanti a Cosimo I), I Bernardi (1547) e La Cofanaria in endecasillabi sdruccioli. Merita di essere menzionata soprattutto quest'ultima, recitata «nelle Nozze dell'Illustriss. Sig. Principe Don Francesco De' Medici, e della Sereniss. Giovanna d'Austria» nel 1565 con Intermezzi di Giovan Battista Cini tratti dalla favola di Amore e Psiche e musicati da Alessandro Striggio, e pubblicata l'anno seguente con una Descrizione degl'intermedj dedicata dal Lasca (cioè dal Grazzini) ai futuri granduchi.

Nella Cofanaria presenta qualche interesse la trama straordinariamente complicata, che ruota attorno all'idea, balenata all'astutissimo servo di Ippolito, Panurghio, di far credere vivo, e in procinto di arrivare per magia da Firenze da Costantinopoli, Claudio già marito della giovane vedova Laura, che il suo padrone dovrebbe controvoglia sposare, per un accordo fra il padre di lui Bartolo e il padre di lei Ilario: ora Claudio non solo è vivo davvero, ma si trova già a Firenze, e si fa conoscere alla moglie; nel frattempo Ippolito è sorpreso dagli Otto in un forziere (il cofano del titolo) dentro il quale cercava di farsi portare in casa della ragazza da lui amata. Quando si scopre che questa è in realtà una sorella di Laura, che i genitori avevano smarrito durante l'assedio di Firenze (1529'30) e credevano morta, Ippolito può, sposandola, diventare ugualmente genero di Ilario, mentre Laura e Claudio sono felicemente riuniti. Che questo tipo di commedia faccia ormai parte di un repertorio semiufficiale mediceo si vede anche da altre allusioni, come quella all'«amicizia / Che tiene il nostro Principe con Cesare» (I, 3), cioè con l'Imperatore padre della sposa festeggiata.

La rappresentazione e la pubblicazione della Cofanaria illustrano tra l'altro esemplarmente la funzione e l'importanza che, in un teatro inteso soprattutto a celebrazioni dinastiche, hanno assunto gli Intermedi, tratti di solito da episodi mitologici che presentassero qualche analogia con l'evento da festeggiare (nozze, battesimi ecc.), e affidati per l'allestimento e gli "effetti speciali" ad esperti ingegneri. Dopo l'esempio canonico delle moresche e altri balli inscenati per la "prima" della Calandria a Urbino (1513), a Firenze c'erano stati gli Intermedi di Giovan Battista Strozzi per il Commodo di Antonio Landi (1539) montati da Aristotile da Sangallo; quelli per La Gelosia del Grazzini (1550); e dopo la Cofanaria quelli di Bernardo de' Nerli per Il Granchio di Leonardo Salviati (1566), e quelli del Cini per la sua propria commedia La Vedova, rappresentata nel 1569 nel Salone dei Cinquecento in onore dell'arciduca Carlo d'Austria.

Proprio Giovan Battista Cini (1525 circa'1586), autore di due brillanti commedie plurilingui, la già ricordata Vedova in versi riesumata dal Croce (1953) e messa in scena nel 1954 da Guido Salvini al Teatro Olimpico di Vicenza e Il Baratto in prosa (pubblicato solo recentemente da Maria Luisa Doglio, 1972) è il perfetto rappresentante del letterato fiorentino sotto i primi granduchi: fedelissimo cortigiano e ascoltato consigliere del principe o, per usare le sue parole, «non meno servitore che vassallo» e celebratore ufficiale delle glorie medicee, lascerà oltre ai testi teatrali un'ampia Vita del serenissimo Cosimo de' Medici primo Granduca di Toscana che sarà pubblicata postuma dal figlio nel 1611.

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