Molto più ligio del Lasca alla tradizione comica latina fu il suo concittadino Giovan Maria Cecchi (1518'1587), che anche per altri rispetti appare un personaggio antitetico rispetto all'inquieto e bastian contrario Grazzini, del quale per altro ammirava il teatro e condivideva il gusto per l'idioma fiorentino (come si vede dalla sua utilissima Dichiarazione di molti proverbi, detti e parole della nostra lingua, pubblicata solo nell'Ottocento) . Notaio benestante, sinceramente religioso e fornitore di drammi spirituali ai conventi toscani per le già ricordate rappresentazioni delle monache, Cecchi fu a partire dal quinto decennio del secolo e per circa quarant'anni il più prolifico ed eclettico drammaturgo fiorentino, una specie di bonario semiprofessionista del teatro integrato al sistema e al conformismo granducale, con una ventina di commedie regolari o "osservate", sia in prosa, sia, più spesso, in endecasillabi sciolti, un'altra ventina abbondante di drammi religiosi, varie farse carnevalesche, alcuni intermezzi e una tragedia.
In questa vastissima produzione caratterizzata da un sicuro "mestiere' e dall'abbondanza delle fonti abilmente utilizzate, classiche, novellistiche, scritturali, agiografiche, spicca una bella commedia, L'Assiuolo, rappresentata probabilmente nel 1549 dalla Brigata fiorentina dei Monsignori e dei Fantastichi (a un'altra di queste compagnie, I Cardinali, si allude nella scena 4 del III atto), e pubblicata nel 1551. Come altre commedie toscane - Il Vecchio amoroso, L'Amor costante l'azione è situata a Pisa, città di giovani studenti per eccellenza. Due sorelle sposate a mariti vecchiotti, Oretta e Violante, dovrebbero dormire insieme in casa della prima perché la mattina dopo di buon'ora devono portare alle suore del vicino convento certi panni per uno spettacolo teatrale. In realtà passeranno la notte in braccio a due vigorosi «studianti», Giulio e Rinuccio, perché il servo di Giulio, Giorgetto, ha fatto credere a Messer Ambrogio marito di Oretta che madonna Anfrosina madre di Rinuccio, di cui il vecchio è incapricciato, lo aspetta per un convegno segreto al buio, e ha convinto Oretta a prendere il posto di Anfrosina per confondere lo sciocco adultero. Questi invece che al letto di Anfrosina sarà condotto in un gelido cortile, dal quale chiederà invano l'aiuto del suo inetto famiglio Gianella lanciando un grido convenuto, «chiù» (da cui il titolo). E mentre Oretta, credendo di essere visitata dal marito, riceve gli amplessi di Giulio, sua sorella Violante, rimasta in camera di lei, è amata con non minore trasporto da Rinuccio convinto di trovarsi con Oretta di cui lui pure, come Giulio, era innamorato.
Oltre che per il divertimento prodotto da una favola complicata e magistralmente condotta, e per il solito piacevole proliferare di vivaci idiotismi fiorentini, L'Assiuolo si impone alla nostra attenzione come una specie di epilogo e sintesi di tutta una tradizione novellistica e comica, dal Boccaccio all'Ariosto al Machiavelli al Grazzini. Non solo la commedia riprende dei topoi ben noti e collaudati come il vecchio geloso e in fregola che si traveste e si copre di ridicolo, gli scambi di persona e di amanti al buio, le false lettere d'amore e così via, ma i testi canonici del genere sono richiamati esplicitamente. Il Decameron è presente nella trama (le novelle di Riccardo Minutolo e di Catella Sighinolfi, III, 6, e dello scolare e della vedova, VIII, 7) e in vere e proprie citazioni di passi evidentemente proverbiali: in un lungo monologo (IV, 6) il servo Giorgetto evoca prima Gianni Lotteringhi, che come la fantasima incantata da monna Tessa per una volta dovrà tornarsene sessualmente insoddisfatto, «a coda ritta» come era venuto (VII, 1), poi l'anziano e poco virile Ricciardo da Chinzica, che per sottrarsi ai doveri coniugali adduce il pretesto di feste religiose, e così tiene sempre «il calendario a canto» (II, 10). Il discorso di Oretta quando ha scoperto l'identità del suo giovane amante Giulio (V, 1) ricalca praticamente parola per parola quello di Lucrezia a Callimaco nella Mandragola (V, 4). Analogamente, il Prologo dell'Assiuolo compendia battute polemiche del Grazzini nei prologhi della Spiritata e del Frate contro i più vieti luoghi comuni nell'intreccio delle commedie plautine. E perfino una cruda immagine di Giorgetto a proposito delle corna di Ambrogio, il cui senso è sempre sfuggito ai commentatori («i' fo questa profezia al vecchio, che bench'e' tenesse sempre in dito quell'anello, che dette il diavolo a quel dipintore, e' gnele saranno più lunghe, che non le fece la moglie ad Atteone»: IV, 6), rinvia al sogno del pittore Galasso nella conclusione della V Satira di Ariosto: «Par che 'l diavolo allor gli ponga in dito / Uno annello, e ponendolo gli dica: / - Fin che ce 'l tenghi, esser non puoi tradito. - / Lieto ch'omai la sua [moglie] senza fatica / Potrà guardar, si sveglia il mastro, e truova / Che 'l dito a la moglier ha ne la fica».
Come si diceva, questo impasto di burle boccaccesche e di raziocini machiavellici, di proverbi toscani e di oscenità nobilitate dalla tradizione letteraria, sotto la penna di un rispettabile e bonario notaio provveditore di drammi sacri per il teatro delle monache nella Firenze granducale, può essere considerato un sintomatico punto d'approdo nel breve e glorioso ciclo della commedia così detta erudita del Cinquecento.

