In realtà - e lo si vide subito in occasione della recita dell'Edipo nel 1585 all'Olimpico - i primi teatri permanenti furono concepiti soprattutto per la tragedia: un genere la cui storia nel Cinquecento richiederebbe un corso parallelo a questo, ma non può non essere almeno sommariamente evocata in un discorso sul teatro rinascimentale. Rispetto alla commedia, la tragedia poneva ai drammaturghi dei grossi problemi preliminari: di poetica (cioè di rapporti con le "autorità": Aristotele, Orazio, Vitruvio ecc.) e politici, cioè di rapporti col potere: genere nobile e, come dirà il Tasso nella dedica del Torrismondo, «perfettissimo poema», la tragedia è per definizione destinata al gradimento del principe e al "consumo" della Corte: e nobili sono quasi sempre gli autori, a differenza dei tanti commediografi di estrazione borghese che abbiamo incontrato. D'altra parte, drammatizzando luttuosi eventi che colpiscono proprio i re e gli eroi, la poesia tragica può risultare un'impresa delicata, se non addirittura controproducente dal punto di vista dell'encomiastica cortigiana.
Anche così si spiega il ritardo dei primi spettacoli tragici su quelli comici (l'Orbecche del ferrarese Giovan Battista Giraldi Cinzio sarà rappresentata a Ferrara, e non a Palazzo, si badi, ma a casa sua, nel 1541), e la discrepanza fra la notevole fortuna editoriale delle più note tragedie, e la rarità delle loro rappresentazioni sulla scena.
I primi testi importanti furono composti nella Firenze medicea dopo la restaurazione del 1512. Il nobile fuoruscito veneto Trissino, frequentatore degli Orti Oricellari, scrisse in questi anni la Sofonisba (pubblicata a Roma nel 1524, ma come abbiamo visto messa in scena in Italia, dopo una rappresentazione in francese a Blois nel 1554, solo nel 1562 a Vicenza, quando già era stata ristampata più di una dozzina di volte). La Sofonisba, in endecasillabi e settenari, con un Coro di donne numidiche che dialoga coi personaggi e senza divisione in atti, trae l'argomento da Tito Livio e dall'Africa del Petrarca, ma si presenta (e fu subito celebrata) come modello di tragedia "greca" o euripidea in volgare. Più originale, anche per la scelta dell'argomento longobardo ispirato da Paolo Diacono (ma opportunamente "classicizzato" da una contaminazione con l'Antigone), è la Rosmunda del fiorentino, e amico del Trissino, Giovanni Rucellai, scritta nello stesso periodo (1515'16): in cinque atti e a lieto fine.
Abbiamo già ricordato l'Orbecche, la prima e più famosa delle tragedie di Giraldi Cinzio, che scrisse anche degli importanti Discorsi, Intorno al comporre dei romanzi (cioè dei poemi narrativi), e Intorno al comporre delle commedie e delle tragedie (Venezia 1554) e una raccolta di novelle, Gli Ecatommiti (1565). Di argomento analogo a una di tali novelle (II, 2) tributaria a sua volta della Ghismonda boccacciana (IV, 1), l'Orbecche, in cinque atti di endecasillabi, e un Coro di donne persiane, lanciò con straordinario successo la moda della tragedia d'orrore esemplata su quelle di Seneca (in particolare, il Tieste). L'azione atroce, che ha luogo nella Corte persiana di Susa, si snoda in uno stile mezzano, che conserva la perspicuità del "parlato" anche nei frequenti momenti sentenziosi o di alta declamazione. Il re Sulmone, che già ha mandato a morte la moglie e il figlio primogenito colpevoli di un amore incestuoso, punisce la figlia Orbecche, sposatasi segretamente a Oronte, trucidando questo e i loro due figlioletti e presentandone i corpi straziati alla figlia, che a sua volta lo uccide e poi si toglie la vita.
Mitologica (da Ovidio) invece che "storica", ma quasi altrettanto sanguinosa è la tragedia che il grande letterato padovano Sperone Speroni degli Alvarotti intese opporre all'Orbecche nel 1546, Canàce, senza divisione in atti, e con una metrica assai più libera, in cui i settenari prevalgono sugli endecasillabi, con la comparsa di qualche rima. Il dio dei venti Eolo, già avverso ad Enea e per questo ora punito da Venere, fa uccidere la figlia Canàce colpevole di incesto col fratello gemello Macarèo, e dà in pasto ai cani il bimbo neonato frutto dei lori amori, la cui Ombra era comparsa dall'inferno all'inizio della favola per esporne l'orribile trama. Al contrario dell'Orbecche, questa dello Speroni fu una tragedia teatralmente sfortunata fin da principio, perché la "prima", prevista nell'Accademia degli Infiammati a Padova, non poté aver luogo per la morte improvvisa di Ruzzante che doveva esserne l'interprete, e anche in seguito non fu mai rappresentata.
Fra le tragedie del pieno e tardo Cinquecento vanno ancora menzionate almeno: l'Orazia dell'Aretino (1546, da Tito Livio); l'Adriana di Luigi Groto, il Cieco d'Adria, un interessante autore'attore indipendente dalle Corti che abbiamo già incontrato come interprete dell'Edipo a Vicenza - tra l'altro l'Adriana è considerata fra i possibili modelli dello shakespeariano Romeo e Giulietta - e la Merope del nobile Pomponio Torelli, nipote per parte di madre di Pico della Mirandola, scritta fra il 1587 e il 1589 per esser letta all'Accademia parmigiana degli Innominati.
Più notevole di tutte le tragedie fin qui ricordate è il Torrismondo di Torquato Tasso, scritto fra il 1586 e il 1587 a partire da un precedente abbozzo di tragedia, Galealto re di Norvegia, che era rimasto interrotto al principio del II atto (pubblicato col titolo Tragedia non finita fra le Rime e prose edite dai Manuzio nel 1582). Le due prime edizioni del Torrismondo, dedicate a Vincenzo Gonzaga, uscirono a Bergamo nel 1587 a poche settimane di distanza, ma l'autore continuò a correggere il testo anche dopo le prime stampe. Nella sua tragedia, divisa in cinque atti, e ispirata da una storia dei popoli settentrionali scritta in latino dall'arcivescovo di Upsala Olao Magno, Tasso usa liberamente endecasillabi e versi più brevi, e ricorre a un Coro che dialoga coi personaggi e commenta l'azione. Il re dei Goti Torrismondo ha chiesto in isposa la principessa norvegese Alvida per conto dell'amico Germondo re di Svezia, ma si innamora di lei, e i due si congiungono in quella che l'ignara Alvida, vedendo in Torrismondo un amato futuro marito, considera una notte di nozze anticipata. Ai rimorsi di Torrismondo per aver tradito l'amico, si aggiungerà la rivelazione che Alvida, sostituita in culla da un'altra bambina, è in realtà sua sorella. Questa però crede il supposto incesto un pretesto di Torrismondo per lasciarla, e si uccide, provocandone la disperazione, e - dopo un'ultima tenerissima spiegazione dei due fratelli amanti - il suicidio.
L'orrore profuso a piene mani in tragedie come l'Orbecche, la Canàce o l'Adriana del Groto risulta nel Torrismondo interiorizzato, o meglio sostituito da un desolato pessimismo esistenziale, per cui i nobilissimi personaggi si tormentano cercando senza posa in se stessi una conoscenza che non potrà che accrescere irrimediabilmente la loro infelicità. La tragedia di Tasso, che pure, per la sua magnifica eloquenza, conobbe subito una grande fortuna editoriale, è stata apprezzata solo in tempi recenti come intensa resa poetica di stati d'animo inquieti e "moderni": alla luce, si potrebbe dire, che il celebre coro alla fine del V atto («Ahi lacrime, ahi dolore: / Passa la vita e si dilegua e fugge, / Come giel che si strugge…») proietta all'indietro su tutta la favola: una favola ormai chiaramente destinata alla lettura più che alla rappresentazione.
Parallela a quella della tragedia corre la storia dell'egloga o favola pastorale, anche più strettamente legata, per la possibilità di giochi allusivi fra le persone dei pastori sul palcoscenico e quelle dei cortigiani tra il pubblico, alle maggiori occasioni celebrative della civiltà delle Corti. Qui abbiamo alcuni illustri precedenti tardoquattrocenteschi: l'Orfeo composto dal Poliziano nel 1480 per i Gonzaga a Mantova, e la Fabula di Cefalo, scritta nel 1487 da Niccolò da Correggio, cugino di Alfonso I, di Isabella e di Beatrice d'Este, per una grande festa di nozze a Ferrara.
I testi canonici del pieno Cinquecento sono il dramma satiresco Egle (rappresentato nel1545), in cui Giraldi Cinzio sperimenta sul palcoscenico le idee che esporrà poi nel 1554 nel Discorso sopra il comporre le satire atte alle scene ; Il Sacrificio di Agostino Beccari, recitato nel 1554 nel palazzo di Francesco d'Este a Ferrara e pubblicato l'anno dopo, che drammatizza gli amori di tre coppie di pastori in Arcadia, e lancia definitivamente la moda del dramma bucolico; e due opere famose come la favola boschereccia Aminta del Tasso (rappresentato nell'isola di Belvedere presso Ferrara nel 1573), e la tragicommedia pastorale Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini, pubblicato a Venezia nel 1590, e rappresentato a Crema nel carnevale del 1595: due testi - alla confluenza fra teatro e poesia il primo, fra teatro e romanzo il secondo - che saranno fra i più ammirati e imitati, e più spesso interpretati pittoricamente , nell'Europa dei Sei e Settecento.

