Rinascimento
Rinascimento
Introduzione al Rinascimento - 1. Rinascere nella forma degli Antichi
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Roma, Portico d'Ottavia, proprio sul confine esterno dell'antico Ghetto: qui, all'angolo con piazza Costaguti, sorge ben conservata la casa quattrocentesca di Lorenzo Manili. Non è il risultato di un progetto unitario, ma l'aggregazione di almeno tre corpi di fabbrica diversi per dimensione e stile (e per età di costruzione). Uno solo è l'elemento unificante di questo singolare insieme architettonico, ed è costituito da una epigrafe in latino che corre lungo tutta la facciata, all'altezza del primo piano, subito sopra le botteghe che sia aprono sulla strada.

L'iscrizione è imponente, scandita su tre righe, e adotta lo stile epigrafico della tradizione monumentale di Roma antica, in lettere capitali (cioè maiuscole): esattamente lo stile antico che è tornato di moda.

Questa è la traduzione: "Nel momento in cui la città di Roma sta rinascendo nella forma di prima, Lorenzo Manili, con amore nei confronti della patria, questa casa, che nel suo nome si chiama manliana, per quanto almeno gli ha concesso la sua mediocre ricchezza, nei pressi del foro dei Giudei, per sé e per i posteri edificò dalle fondamenta. Nell'anno 2221 dalla fondazione di Roma, a quarantanove anni tre mesi e due giorni di età, il 22 luglio, pose questa iscrizione".

L'iscrizione è ricca d'informazioni: sul nome del proprietario ( Lorenzo Manili) e sulla sua stessa età (indicata addirittura con la precisione del giorno), sulla sua volontà di compiere un atto d'amore verso la patria e di decoro per la sua famiglia (anche nei riguardi della discendenza), sulla quantità delle sue risorse economiche, sulla collocazione della casa a ridosso del Ghetto, sull'anno di edificazione (1468).

L'iscrizione è certamente esagerata rispetto alle proporzioni e al valore architettonico dell'edificio: è, infatti, un inserto decorativo imponente e di grandissima eleganza, degno di un grande monumento antico o moderno, e questa sua evidentissima sproporzione finisce per mettere in risalto proprio la mancanza di un progetto unitario di intervento sugli immobili preesistenti. Ma se Lorenzo Manili non ha potuto realizzare, per ragioni finanziarie, questa ristrutturazione radicale (ma neppure una facciata), non per questo rinuncia a esibire pubblicamente un vero e proprio manifesto (l'iscrizione, appunto) della sua volontà di comunque partecipare alla nuova cultura architettonica contemporanea: quella che da tempo, e soprattutto, negli anni del pontificato di Nicolò V (dal 1447 al 1455) ha avviato a Roma - in particolare sotto la regia di Leon Battista Alberti architetto e urbanista - la reinvenzione complessiva della città, Biblioteca compresa.

Ma perché Lorenzo Manili ha voluto issare sulla sua casa questa sproporzionata iscrizione>? In realtà ha lanciato un messaggio ai suoi contemporanei perché sia conservato ai posteri: attraverso i suoi caratteri di marmo vuole pubblicamente esibire, e comunicare, la voglia di antico che caratterizza la cultura del proprietario. Il senso culturale della lunga iscrizione è, infatti, confermato, anzi raddoppiato, dall'inserimento nel corpo di fabbrica, sulla facciata, di alcuni frammenti di sculture classiche: una stele greca con una cerbiatta e il suo cucciolo, il frammento di un leone che azzanna un'antilope, il frammento di un monumento funebre proveniente dalla via Appia, e ancora un' iscrizione (antica originale, questa), che parla di un tornitore romano.

In questo contesto di segni, la straordinaria vistosità dell'iscrizione riproduce, almeno per sineddoche (la parte per il tutto: l'iscrizione per il monumento) lo stile architettonico dei Romani, imitandolo intanto nei dettagli epigrafici (rapporti di proporzione tra le singole lettere, abbreviazioni delle parole, uso della "V" per la "U"); ma anche in tanti altri piccoli dettagli del messaggio: nel cognome romanizzato del proprietario (trasformato da Manili a Manlius, e Manliana ne diventa la famiglia: per emulazione della gens Manlia di Roma antica), nella datazione ab Urbe condita (dalla fondazione di Roma, tradizionalmente fissata nel 753 avanti Cristo).

E questa esibizione di antico è replicata nelle altre, molto più piccole, iscrizioni che sopra le porte delle botteghe presentano per quattro volte il nome del proprietario, sempre con variazioni: "LAVR(ENTIVS). MANLIVS. FVNDAVIT.", "LAVR(ENTIVS). MANLIVS. A. F(VN)D(AMENTIS). P(OSVIT).", "LAVR(ENTIVS). MANLIVS CVRAVIT."; la quarta di queste brevi iscrizioni è addirittura in greco: "LAYRENTIOS. M(ANLIYS EPOIESEN)." (cioè, per quattro volte: "Lorenzo Manili fondò/pose dalle fondamenta/curò la costruzione/fabbricò questa casa"). Oltre che sulle cornici delle finestre che si affacciano su piazza Costaguti, Manili ha voluto fare inscrivere un saluto alla città: "HAVE ROMA" (cioè "salve, Roma").

Un trionfo di romanità, dunque, nel Portico di Ottavia. In un'iscrizione la celebrazione del culto degli Antichi: un documento compiutamente nel segno del mito di Roma e delle passioni antiquarie che da tempo questo mito ha scatenato ovunque.

Ma l'iscrizione dice qualcosa di più, e di assolutamente eccezionale: riferisce la costruzione del palazzo al momento in cui la città di Roma sta rinascendo nella forma che le fu propria anticamente: "iam renascente in pristinam formam".

L'eccezionalità non è solo nel fatto che questa è una delle più antiche attestazioni della parola "Rinascimento". Questa magnifica iscrizione di casa Manili testimonia nel modo più esplicito che quello che conta è la forma con cui Roma sta rinascendo a metà Quattrocento.

Ma non una forma qualsiasi, dunque, per una qualsiasi rinascita: secondo volontà e - soprattutto - secondo progetto, la forma che a Roma oggi si vuole recuperare, e si sta recuperando, è esattamente quella propria di Roma antica.

E infatti questa pristina forma - nell'impossibilità, per Lorenzo Manili, di innalzare un intero corpo di fabbrica - è immediatamente fatta rinascere nel corpo grafico dell'iscrizione, nella sua forma forgiata per precisa e diretta imitazione dei modelli degli Antichi: delle tante iscrizioni che le reliquie del corpo antico di Roma esibisce, e che solo da pochi anni occhi appassionati e voraci sono tornati a vedere, cioè scoprire e a leggere, a misurare e a studiare, perlustrandone le grandi rovine, fondando quel nuovo sapere che sarà chiamato archeologia, nella stupefatta ammirazione di una grandezza tutta da imitare e restituire al presente.

Per questa ragione, la rinascita della pristina forma assume anche i ritmi del suo tempo e del suo calendario originario: ab Urbe condita, dunque. Di nuovo il tempo della storia riprende finalmente il suo corso, e riparte dal punto della sua prima nascita, cioè dall'anno della fondazione di Roma, e nella ripresa del suo computo antico può finalmente tornare a essere tempo pieno, tempo totale, senza più interruzione alcuna (quella della barbara "età di mezzo": il Medioevo), un tempo assoluto e autonomo, compiutamente autoreferenziale (per questo, nell'epigrafe non c'è cenno alcuno al nome del papa regnante in quegli anni: Paolo II).

Questo dice l'iscrizione del Portico d'Ottavia: rinascere implica, in primo luogo, un intervento radicale sul valore del tempo, per ristabilirne la continuità, per riferire attivamente il presente al passato.

Questo è quanto orgogliosamente Lorenzo Manili vuole comunicare con la sua iscrizione: "io sono contemporaneo, in quanto Laurentius Manlius, della gens Manlia; io sono modernamente antico, e i Romani sono i miei diretti antenati, anticamente moderni".

Il senso storico e culturale del Rinascimento è già tutto, dunque, in questa iscrizione: con la sua norma (l'imitazione degli Antichi), con la sua forma (quella, ovviamente, degli Antichi).

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