Rinascimento
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Introduzione al Rinascimento - 2. L’antica leggiadria dello stile perduto e spento: la consapevolezza di rinascere
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L'iscrizione di casa Manili non si riferisce soltanto a una rinascita in atto a Roma in quegli anni, ma anche a una tradizione che dura da oltre un secolo e che si è ormai profondamente radicata nella cultura e nei comportamenti. Una consapevolezza che risale direttamente a Francesco Petrarca: nel 1341 (forse l'8 aprile), a Roma, in Campidoglio riceve dalle mani del senatore Orso dell'Anguillara la corona d'alloro di "poeta laureato". La sua fama di scrittore del poema latino (incompiuto allora e per sempre) Africa è grande ovunque: prima di passare a Roma, Petrarca ha soggiornato a Napoli, dove il re Roberto d'Angiò lo ha sottoposto a una sorta di esame preliminare all'incoronazione.

Un poema, l'Africa, in esametri latini, che progettualmente assume Virgilio a modello per narrare la storia della seconda guerra punica e le imprese di Scipione l'Africano. Con questo suo gesto letterario, Petrarca dimostra di non avere esitazioni: la letteratura potrà rinascere, ed essere nuova e originale, solo se tornerà a essere antica, solo se assumerà la lingua e i generi, la norma e la forma degli Antichi.

A Roma, in Campidoglio : un evento ad altissimo contenuto simbolico. Dopo più di mille anni torna a rivivere la cerimonia dell'incoronazione, nel cuore stesso dell'Urbe e del suo mito più profondo. Petrarca è pienamente consapevole di tutto ciò, e ne parla diffusamente nelle due lettere scritte all'amico Barbato da Sulmona e a Roberto d'Angiò a poca distanza dall'incoronazione, tutt'e due nello stesso giorno, il 30 aprile (e ancora nella lettera al cardinale Giovanni Colonna, suo protettore e amico, del 23 maggio), tutte raccolte nelle Familiares:

Così inizia la lettera al Re di Napoli: "Quantum tibi liberalium et honestarum artium studia deberent, regum decus, quarum te quoque regem industria fecisti aliquanto, nisi fallor, quam temporalis regni dyademate clariorem, olim mundo notum erat. Novo nuper beneficio desertas Pyerides obligasti, quibus hoc meum quantulumcumque est ingenium solemniter consecrasti; ad haec et Urbem Romam et obsoletum Capitolii palatium insperato gaudio et insuetis frondibus decorasti "Parva res", fortasse dixerit quispiam; sed profecto novitate conspicua et Populi Romani plausu ac iocunditate percelebris; lauree morem non intermissum modo tot seculis, sed ibi iam prorsus oblivioni traditum, aliis multum diversis curis ac studiis in republica vigentibus, nostra etate renovatum te duce, me milite". (Traduzione)

Quante preziose indicazioni in questa lettera, a cominciare dalla denuncia della negativa condizione contemporanea della cultura e della poesia: le Muse in abbandono (desertas Pyerides), il Campidoglio non più utilizzato per le sue funzioni istituzionali (obsoletum Capitolii palatium), senza più aspettativa di gioia (insperato gaudio) e di decorazioni trionfali (insuetis frondibus), la cerimonia dell'incoronazione abbandonata da molti secoli (anche Dante aveva lamentato come la corona d'alloro fosse ormai ben poco usata per i trionfi di imperatori e di poeti: Paradiso, I 22'30). Petrarca indica, però, con precisione i fattori del mutamento e della rinascita, quelli che rendono possibile oggi (nostra etate) la renovatio di una consuetudine dismessa da secoli (la laurea capitolina), e quindi il ritorno della felicità popolare, ma con questa piccola cosa (parva res) prospettano una ben più complessiva renovatio, con le sue rilevanti innovazioni (novitate conspicua): è la rinascita degli studi delle arti liberali, in quanto studia humanitatis, a produrre il ritorno delle Muse, e la stessa riconquista del Campidoglio da parte del popolo di Roma.

Con due ulteriori, e importanti, precisazioni: Petrarca è il primo e certo altri seguiranno, perché - come dice subito dopo nella sua lettera - in Italia e in Europa vi sono ingenia clarissima ("grandi ingegni") che attendono solo l'avvio della renovatio, sinora impediti soltanto dalla troppo lunga desuetudine e dal timore della stessa novitas (novità); questa rinascita si può compiere solo se esiste un patto di alleanza tra il poeta (in quanto miles: braccio esecutivo) e il principe (in quanto dux: responsabile e sovrano). In un pochi dettagli Petrarca indica la forma produttiva della renovatio, la sua capacità di straordinaria diffusione: può dispiegarsi perché sono schiere i letterati che attendono che qualcuno dia il primo esempio; può diventare forte grazie all'erogazione di nuovi benefici (nel senso proprio che questo termine ha nelle istituzioni medievali e d'Antico regime) per la cultura. Petrarca definisce subito l'economia della nuova cultura che intende propugnare e diffondere: da una parte i vincoli di solidarietà (sodalitas) tra i letterati, il loro non essere mai soli; dall'altra l'intervento del dispendio e del dono, della liberalità e della magnificenza, cioè le ragioni del mecenatismo, quelle che rendono possibile l'innestarsi e prosperare dell'Umanesimo e del Rinascimento nel sistema delle Corti. Nessuna rinascita delle Muse è, infatti, possibile senza ricchezza.

Ma Petrarca non risolve il mecenatismo in semplice e brutale erogazione di risorse finanziarie. Anche Roberto d'Angiò deve entrare da protagonista nella nuova cultura della rinascita, assumendo la parte che gli è propria: e se il poeta aspira a imitare Virgilio od Orazio, il dux non può non ambire a essere il nuovo Augusto, sempre per diretta imitazione del modello che gli è proprio (Augustum imitatus). Petrarca fa subito scuola, e le sue replicate indicazioni culturali diventano ben presto compiuto e stabile paradigma: cinquant'anni dopo la sua morte si è già definita una tradizione che lo definisce e celebra come il padre dell'Umanesimo, come il pioniere dei nuovi studia humanitatis, l'infaticabile viaggiatore (come dimostra la mappa del suo girovagare tra Francia e Italia) e ricercatore di libri e l'appassionato costruttore di una fitta rete di relazioni epistolari. E questa tradizione orgogliosamente si esibisce come sua famiglia diretta, ampliandone il magistero e precisando sempre meglio il senso e i valori della Rinascita, in senso sia culturale che antropologico. Una tradizione fitta di testimonianze spesso appassionate, di testimoni e protagonisti: di immediata e facile consultazione, in funzionale antologia, ma con un primo riscontro in questa battuta tratta dalla Vita del Petrarca scritta da Leonardo Bruni nel 1436:

"Francesco Petrarca fu il primo il quale ebbe tanta grazia d'ingegno che riconobbe e rivocò in luce l'antica leggiadria dello stile perduto e spento e, posto che in lui perfetto non fusse, pur da sé vide ed aperse la via a questa perfezione, ritrovando l'opere di Tullio [Cicerone] e quelle gustando ed intendendo, adattandosi quanto poté e seppe a quella elegantissima e perfettissima facondia, e per certo fece assai solo a dimostrare la via a quelli che dopo di lui avevano a seguire". L'antica leggiadria dello stile perduto e spento: una straordinaria precisione si coglie nella battuta di Bruni. Petrarca è il padre della Rinascita perché ha lavorato sullo stile degli Antichi, ne ha ritrovato (perché era perduta) e riacceso (perché era spenta) l'originaria (perché antica) leggiadria.

Duecento anni dopo Petrarca, a metà Cinquecento, dal cuore di un Rinascimento ormai diventato maturo Classicismo, Giorgio Vasari può legittimamente sentirsi diretto erede di tutta questa tradizione, consapevole della sua portata e della sua esperienza, e può delineare nelle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue a' tempi nostri (in prima edizione nel 1550, poi ampliata nel 1568) la storia della grande rinascita delle arti e della cultura, tornando ancora una volta ad applicare le categorie che Petrarca prima e gli umanisti poi hanno elaborato e diffuso, e soprattutto proclamando che la rinascita è un fatto stabilmente acquisito, nominandola ripetutamente in quanto rinascita (anche nella variante restaurazione).

Come in questa battuta del Proemio che è un'autentica professione di fede classicistica, almeno per quello che concerne l'estetica, e al tempo stesso è il primo saggio di periodizzamento della storia dell'arte italiana: "Ben è vero che quantunque la grandezza delle arti nasca in alcuno da la diligenzia, in un altro da lo studio, in questo da la imitazione, in quello da la cognizione delle scienzie che tutte porgono aiuto a queste, e chi in da le predette cose tutte insieme o da la parte maggiore di quelle, io nientedimanco per avere nelle vite de' particulari [artisti] ragionato a bastanza de' modi de l'arte, de le maniere e de le cagioni del bene e meglio e ottimo operare di quelli, ragionerò di questa cosa generalmente, e più presto de la qualità de' tempi che de le persone, distinte e divise da me, per non ricercarla troppo minutamente, in tre parti, o vogliamole chiamare età, da la rinascita di queste arti sino al secolo che noi viviamo, per quella manifestissima differenza che in ciascuna di loro si conosce".

Per universale riconoscimento, dunque, in principio fu Petrarca: nel 1554, a Basilea, è pubblicata un'edizione di tutte le sue opere; nel suo frontespizio si legge: "Francisci Petrarchae florentini, philosophi, oratoris et poetae clarissimi, reflorescentis literaturae latinaeque linguae, aliquot saeculis horrenda barbarie inquinatae ac pene sepultae, assertoris et instauratoris, Opera quae extant omnia" ("Di Francesco Petrarca fiorentino, filosofo, oratore e poeta chiarissimo, sostenitore e fondatore della letteratura e della lingua latina, da diversi secoli inquinate da un'orrenda barbarie e quasi sepolte, tutte le opere che restano").

Assertor e instaurator, fondatore e difensore, Petrarca, di una lingua e di una letteratura che tornano a fiorire dalla barbarie, che tornano a nascere dopo la morte.

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