Rinascimento
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Introduzione al Rinascimento - 4. Ritorno agli Antichi: Petrarca scrive a Omero
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La lunga lettera a Omero, "Graiae Musae princeps" ("principe della poesia greca"), raccolta sempre nel libro XXIV delle Familiares, è datata 9 ottobre 1360: Petrarca la costruisce come (simulata) risposta a una precedente lunga (magna) lettera piena di notizie che gli era stata indirizzata a nome di Omero "et apud Inferos datam" (scritta dagli Inferi: e ovviamente in latino, per necessità di finzione).

Questa lettera è un testo di straordinaria rilevanza, e non solo perché esprime la forte aspirazione di Petrarca - sempre più accentuata in questo volgere di anni - allo studio della lingua greca, ancora impraticabile, per mancanza di strumenti e di maestri: il rammarico petrarchesco di non poter leggere i testi omerici (e greci) in originale, condiviso dai suoi diretti discepoli e amici (Boccaccio , tra gli altri, che tanto si adopererà perché in Firenze fosse istituito il primo insegnamento di greco), è una delle motivazioni più forti, tra quelle che porteranno presto alla fondazione della filologia greca e latina. Questo rammarico suscita, infatti, progetti e iniziative, e dimostra la sete di conoscenza che anima i primi umanisti, la loro consapevolezza di avere intrapreso un viaggio verso terre incognite, alla riscoperta di ciò che è diventato ignoto, di ciò che si è disperso, di ciò che è caduto nell'oblio. E infatti Petrarca elabora, nella lettera, una sorta di prototrattatello su tutte le questioni relative a Omero: una testimonianza preziosa di come sia profondamente radicata, già nel suo primo costituirsi, la tensione conoscitiva dell'Umanesimo, tra filologia e storia

Ma c'è qualcosa di più in questa lettera, e di assolutamente rilevante: vi è prodotta una delle più intense immagini della rinascita, della sua stessa assoluta consapevolezza. All'improvviso, mentre sta ragionando dello stile di queste sue lettere latine, Petrarca irrompe in un grido:

"Quanquam quid me utrique vestrum "loqui" dixerim? Strepere est quicquid ab ullo vobis dicitur: nimis excellitis supraque hominem estis et toto vertice itis in nubis? Sed dulce mihi velut infanti est cum disertissimis nutritoribus balbutire". (Traduzione)

Petrarca non si limita a rielaborare radicalmente l'antico topos, diffusissimo nel Medioevo, degli Antichi come giganti e dei Moderni come nani, che però possono salire sulle loro spalle e guardare più lontano. Intende dire qualcosa di assolutamente nuovo: certo, gli Antichi sono collocati ad altezze irraggiungibili, restano dei giganti. Ma è il nostro rapporto con loro che non si pone più in termini strumentali (un solido punto di appoggio), bensì come un rapporto biologico di alimentazione e assimilazione: gli Antichi sono coloro che ci nutrono (nutritores), e noi moderni bambini mangiamo i loro corpi per crescere, diventare adulti, autonomi; e se ora è ancora il tempo dei primi balbettamenti (balbutire) di fronte alla loro eccezionale facondia, di questo non possiamo non essere felici e appagati, pur sempre come un bambino, nel suo dolce balbettare.

Questa appassionata consapevolezza è vorace, inappagata nella sua curiosità: Petrarca vuole conoscere i padri di Omero, gli antichissimi fondatori delle Muse, vuole notizie della remota origine della poesia. Nel momento stesso in cui l'Antico torna a nascere, non può mostrare zone d'ombra: deve essere riconosciuto (e amato) nella sua totalità.

E Petrarca si dichiara fiero di un'altra cosa: a muovere verso questa nuova cultura sono soltanto italiani, "vicini et proximi tuis" ("che ti sono prossimi e vicini": a Omero, ovviamente, e a tutti gli scrittori antichi), mentre le nazioni aldilà delle Alpi sono ancora abitate da barbari.

La lettera a Omero assume eccezionale rilevanza anche per altre due ragioni. La prima riguarda il fatto che Petrarca vi affronta il problema della traduzione, non solo da una lingua all'altra, ma da un genere all'altro, cioè dalla poesia alla prosa. A differenza di quanto aveva in altra occasione sostenuto (sulla scorta dell'autorità massima in tema di traduzioni, san Girolamo: cioè che Omero tradotto in latino o anche in prosa greca varrebbe ben poco), ora Petrarca ritiene che una sua traduzione in latino potrebbe rappresentarne validamente il grande ingenium (ed esprime ciò ancora con una metafora alimentare: "latinis vasis grecus sapor allatus est", cioè "il sapore greco [di Omero: il contenuto] è trasportato con vasi latini [il contenitore]").

La seconda ragione della rilevanza di questa lettera riguarda il rapporto tra Virgilio e Omero, cioè la fondazione archetipica dello statuto stesso dell'imitazione.

Nella lettera che ha inviato a Petrarca, infatti, Omero si è lamentato dei suoi tanti imitatori. E ora Petrarca, rispondendogli, discute le ragioni di questa insoddisfazione: non c'è dubbio, Omero ha ben diritto di dolersi di come spesso è trattato da parte dei suoi lettori e presunti ammiratori, e soprattutto dell'essere lacerato e fatto a pezzi da schiere di indocti (ignoranti) e ingrati, cioè di imitatores senza scrupoli che lo saccheggiano, compreso quel Virgilio che neppure lo cita mai direttamente. Petrarca è attento alle doglianze di Omero perché, in realtà, prospettano un problema molto serio, e proprio nella finzione di Omero che si lamenta di Virgilio - formidabilmente vistosa per l'oltranza dell'anacronismo - intende dare a questo problema il massimo rilievo, anche simbolico, perché possa essere affrontato e risolto.

Dall'analisi del rapporto di Virgilio con Omero si mette a fuoco, infatti, secondo Petrarca, il modello stesso dell'imitazione, da utilizzare immediatamente nelle pratiche comunicative dei Moderni. La rinascita degli Antichi non è un astratto loro recupero, in termini di valore, ma è la definizione della forma che deve assumere il loro diretto riuso produttivo da parte dei Moderni, come modelli di riferimento per la nuova letteratura e la nuova cultura.

L'argomentazione di Petrarca è molto articolata. Prende il via da appropriate battute retoriche di captatio benevolentiae (cioè di conquista della benevola attenzione dell'interlocutore): il gran numero di imitatori non è altro che la riprova della grandezza di Omero (e qui Petrarca non lascia cadere l'occasione per uno spunto narcisistico: che possa anch'io essere imitato, anzi superato dai miei imitatori!). E poi dà grande spazio alla difesa di Virgilio, rivendicando la legittimità e l'esemplarità della sua imitazione di Omero, soprattutto per ragioni di forma e di stile.

Ed è qui, secondo Petrarca, il cuore del problema quello che distingue il furto dall'imitazione, il saccheggio dall'esecuzione di gesti ammirati e affettuosi: tutto dipende dal modo con cui si esegue il rapporto con il modello, che per Petrarca non può non essere analogo al rapporto, di dipendenza biologica e culturale, che esiste in natura tra padre e figlio. Un rapporto di somiglianza e di emulazione - dirà in un'altra lettera, a Boccaccio - non certo di copia o di replica.

E ancora una volta, in un dettaglio, Petrarca dichiara il senso profondo di questa ricerca degli Antichi, della stessa determinazione ad assumerli come modelli per il presente, della necessità, anzi, di imitarli: "nemo enim nisi amet imitabitur" ("nessuno può imitare senza amore"). Il rapporto tra i Moderni e gli Antichi si costituisce, dunque, in primo luogo come atto di amore, come gesto affettuoso, perché inscritto in un'economia della famigliarità e della parentela, omologo al rapporto tra padri e figli.

La lettera si chiude con l'apoteosi del circuito dei corrispondenti di Petrarca, dei suoi più cari amici e sodali di questa nuova avventura culturale che si apre, e che ne hanno voluto seguire l'esempio e la guida, proprio nei termini pronosticati nel discorso in Campidoglio.

Omero può ben essere soddisfatto. A Firenze, a Bologna, a Verona, a Sulmona, a Mantova, operano molti che gli sono devoti e amici, stretti da vincoli di amicizia e sodalitas, in fitto rapporto epistolare, spesso protagonisti di viaggi di studio: Moderni che vogliono essere come gli Antichi, portatori almeno di una "scintilla vel tenuis prisce indolis" ("una scintilla per quanto tenue dell'antica indole"). Perché questa scintilla possa tornare a vivere, perché possa rinascere, occorre lavorare e studiare: nel nome di Omero, attraverso la tradizione, imitando.

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