Se Petrarca scrive a Omero e a Virgilio, a Cicerone e a Seneca, perché questi scrittori (e tutti gli altri) sono suoi contemporanei, centocinquant'anni dopo Raffaello può realizzare una restituzione visiva di questa stessa persuasione, ormai diventata certezza profondamente radicata, diffuso paradigma culturale.
Gli Antichi sono tra noi Moderni, noi Moderni siamo con gli Antichi: questo è dipinto a Roma, nei palazzi Vaticani, e precisamente nella Stanza della Segnatura.
Raffaello inizia a lavorarvi alla fine del 1508 (gli affreschi sono completati nel 1511, come indicano due iscrizioni sugli stipiti di una finestra), per incarico di papa Giulio II, ed elabora un progetto - seguendo probabilmente le istruzioni del Pontefice - di decorazione integrale della Stanza, nelle sue quattro pareti e sul soffitto a volta . Esegue, nell'ordine, su ciascuna parete: la Scuola di Atene, il Parnaso, la Disputa del sacramento, e infine la Giustizia.
I quattro affreschi formano una doppia coppia contrapposta, a croce: a parete piena la Disputa e di fronte la Scuola , attorno alle due finestre il Parnaso e di fronte la Giustizia.
Il progetto iconografico è la celebrazione del sapere: le quattro immagini del soffitto (tutte accompagnate da due piccoli angeli che recano un'iscrizione latina in littera antiqua maiuscola) sono infatti la personificazione della Poesia (una giovane donna con il capo cinto di corona d'alloro e con le ali, che nella mano sinistra sorregge un'arpa e con la sinistra un libro, e l'iscrizione "Numine afflatur": citazione da Virgilio, "è ispirata da un dio"), della Filosofia (ancora una donna, matura, con due libri in mano, uno di filosofia morale, l'altro di filosofia naturale, e l'iscrizione "Causarum cognitio", cioè "conoscenza delle cause"), della Giustizia (una donna coronata che con la sinistra sorregge una bilancia e con la destra brandisce una spada, attorniata non solo da due piccoli angeli, ma anche da due putti, che recano l'iscrizione "Ius suum unicuique tribuit", cioè "dà a ciascuno la giustizia che gli è propria") e della Teologia (ancora una donna, con un libro in mano e l'iscrizione "Divinarum rerum notitia", cioè "informazione delle cose divine").
Dal punto di vista dei palazzi Vaticani, dal cuore della Chiesa di Roma, un sapere indiviso e perfettamente compatibile: al tempo stesso profano e religioso, umano e divino. Vasari ha visto giusto: nella Disputa (questo titolo dell'affresco è suo) e nella Scuola di Atene (ancora una disputa, secondo lui) si legge "una storia quando i teologi accordano la filosofia e l'astrologia con la teologia, dove sono ritratti tutti i savi del mondo che disputano in vari modi", o conversano in vari modi.
La Disputa e la Scuola di Atene hanno un'impostazione sostanzialmente omogenea, sia da un punto di vista iconografico che di funzione semantica, per quanto il primo affresco sia una scena all'aperto e il secondo una scena in un interno.
In tutt'e due gli affreschi, infatti, un gruppo numeroso di persone (oltre quaranta nel primo affresco e oltre cinquanta il secondo), in gran parte collocato al di sopra e attorno un'ampia gradinata preceduta da una doppia riquadratura di pavimentazione, addensandosi però verso i margini della scena, è in conversazione e a confronto.
In tutt'e due gli affreschi il centro prospettico della scena è fortemente evidenziato: nella Disputa l'altare nudo sormontato dall'ostensorio del Corpus Domini (ma con due figure umane ai lati in netto rilievo sulle altre: gli apostoli Pietro e Paolo), nella Scuola due grandi figure umane (Platone e Aristotele), con elementi iconografici straordinariamente condivisi nei dettagli descrittivi delle rispettive fisionomie (Platone sembra Paolo, e Aristotele ha molto in comune con Pietro).
E se nella Disputa, che mette in scena i protagonisti di un confronto teologico (cioè la Chiesa stessa, in quanto corpo di Cristo), la parte superiore rinvia direttamente al cielo con Cristo (che ostenta le sue piaghe: referente diretto del Corpus Domini che lo rappresenta sull'altare) su una coltre di nubi, con ai fianchi la Vergine e Giovanni Battista, assiso tra due ali di sei santi (nonché evangelisti e patriarchi), e con ai suoi piedi quattro piccoli angeli che recano aperti i quattro vangeli (con iscrizioni anch'esse in capitali), nella Scuola di Atene, che mette in scena i protagonisti di un confronto filosofico e scientifico, la parte superiore è chiusa da una serie di grandi volte digradanti in prospettiva.
L'incrocio iconografico di queste due scene enuncia con assoluta evidenza alcuni assiomi: il sapere divino è infinito, il sapere umano è finito; il sapere è il prodotto di una conversazione, anche in forma di disputa (esattamente nei termini della sodalitas costitutiva dell'Accademia antica e dell'Accademia moderna); il sapere non ha confini, né di luogo né di tempo. Nel sapere, insomma, gli Antichi sono i Moderni e i Moderni sono gli Antichi.
Le due scene sono un formidabile concentrato di segni: la Disputa del sacramento non riguarda solo uomini di chiesa, professionisti della teologia. Certo, sono in netta maggioranza, perché il soggetto dell'affresco è la Chiesa stessa ("Sumus corpus Christi", dichiara papa Giulio II ai vescovi del Concilio Lateranense del 1512), e pertanto in posizione di eccellenza si riconoscono i Padri della Chiesa (Gregorio, Girolamo, Ambrogio, Agostino, ciascuno con il proprio libro), e pochi altri: Tommaso d'Aquino, Nicolò da Lira (francescano commentatore della Bibbia), forse Duns Scoto, Girolamo Savonarola, san Domenico, ma certamente papa Giulio II e il cardinale Bonaventura (che aveva contribuito alla santificazione di papa Sisto IV, zio del papa regnante Giulio II), e quindi il riconoscibilissimo Dante Alighieri (qui proposto come poeta "teologo", dunque).
Al Cristo della Disputa, e al sapere teologico che lo riguarda, e alla Chiesa che compiutamente lo rappresenta, corrisponde - nella scena di fronte, quella della Scuola di Atene - un sapere umano che si dispiega davanti alle statue di Apollo e Minerva (le sole riconoscibili della serie che si affaccia nello spazio delimitato dalle volte, che pure imitano i soffitti delle fabbriche romane, a cominciare dal Pantheon), e che è rappresentato esclusivamente da filosofi e dotti del mondo classici, anzi greci, anzi ateniesi (quasi un'Accademia, una scuola effigiata nel suo farsi) Nella Stanza della Segnatura, dunque, il sapere della Chiesa di tutti i tempi convive con il sapere degli Antichi, il Dio dei cristiani convive con gli dei degli Antichi.
La disposizione simmetrica della Scuola di Atene è evidentissima nei due gruppi di persone che si affollano in primo piano ai margini dell'affresco, tutt'e due riuniti attorno a una lavagna: a sinistra Pitagora, a destra Euclide (accanto a lui Tolomeo e Zoroastro, con un intruso: Raffaello stesso), entrambi circondati dai loro allievi. Una doppia scuola di matematica che è alla base (al di sotto della gradinata) della filosofia. E poi un affollarsi di filosofi antichi: Diogene è seduto sui gradini, ai piedi di Aristotele, Alcibiade conversa con il suo maestro Socrate, eccetera.
Colpisce nei due affreschi un dettaglio: la quantità di libri, aperti o chiusi, e di figure che leggono e scrivono (circa venti nella Disputa, più di dieci nella Scuola, a cominciare dai due protagonisti: Aristotele ha tra le mani l'Etica, Platone il Timeo).
Nella Stanza della Segnatura il sapere della nuova cultura corrisponde, insomma, a una diffusa pratica del libro e della scrittura: ne è celebrazione ed esempio.
Ma è il Parnaso è rappresentare la piena contemporaneità - nella stessa scena - di Antichi e Moderni. Anche qui un'immagine centrale: sulla sommità del monte, su cui svettano sette piante di alloro, siede Apollo, incoronato di alloro; ai suoi piedi, dalla roccia, sgorga la fonte Castalia (la mitica fonte della poesia); con gli occhi ispirati, Apollo guarda verso il cielo mentre suona la lira da braccio. È circondato dalle nove Muse (quattro alla sua destra: Calliope, Talia, Clio, Euterpe; e cinque alla sua sinistra: Erato, Polinnia, Melpomene, Tersicore, Urania). Ai due lati del gruppo centrale costituito da Apollo e le sue Muse, Raffaello ha dipinto altri due gruppi di persone, che si dispongono lungo il pendio del monte, tutte raffigurate con la corona di alloro in testa: otto alla destra di Apollo (ma vi sono anche due figure prive di corona) e otto alla sua sinistra.
Sono tutti poeti "laureati": Antichi e Moderni insieme, in Parnaso, non tutti riconoscibili con sicurezza, da parte della nostra competenza. Subito alla destra di Apollo, si dispongono quattro figure: Omero, Virgilio, Stazio e Dante. Nel loro preciso situarsi l'uno rispetto all'altro, compendiano la più straordinaria rappresentazione simbolica di cosa siano nel sistema culturale del Classicismo l'imitazione e i rapporti di dipendenza che ne conseguono, tra autori classici come pure tra Antichi e Moderni: Virgilio è dietro Omero (perché lo ha seguito: imitato), ma alle sue spalle ha Stazio (perché a sua volta ha seguito, imitato, Virgilio), mentre con lo sguardo si rivolge verso Dante e con la mano gli indica Apollo; Dante, poco discosto, guarda verso Virgilio (sua guida nel viaggio della Commedia), cioè verso destra (nell'affresco della Disputa guardava verso sinistra). In questo rinviarsi di sguardi e di posizioni, Omero fa parte a sé: estraniato dall'ispirazione, sta dettando, e un giovane (Ennio: la prima figura senza corona di alloro) con foglio e penna è pronto a scrivere.
Più sotto, sempre alla destra di Apollo, altre quattro figure laureate, tra cui si riconosce Petrarca (nelle altre sono stati riconosciuti Alceo, Corinna, Anacreonte); più sotto ancora, isolata, una figura di donna (la seconda figura senza corona di alloro), che ostenta il suo nome in un cartiglio: è la poetessa greca Saffo.
Le otto figure laureate che si snodano alla sinistra del gruppo ApolloMuse non si sa bene chi siano: sono state proposte varie interpretazioni, e c'è chi ha ritenuto di riconoscervi (scendendo dall'alto verso il basso) il ritratto di Tebaldeo (o Castiglione), Boccaccio, Tibullo, Ariosto (o Tebaldeo), Properzio, Ovidio, Sannazaro; in basso, nella figura seduta, in primo piano, è riconosciuto Orazio. La riconoscibilità iconica di molte di queste figure non ha tradizione con cui confrontarsi, e per questo permangono le incertezze: ma quel che è sicuro - e che intanto conta in assoluto - è che nel Parnaso Raffaello ha voluto dispiegare attorno ad Apollo e alle sue Muse una schiera di scrittori moderni mescolati a scrittori antichi, in giudizioso rapporto di quantità (gli antichi sono il doppio dei moderni: dodici a sei).
Ed è da rilevare che il gruppo dei moderni profila, con sicurezza, il canone della tradizione letteraria volgare: nei suoi tre padri fondatori (Dante, Petrarca, Boccaccio) e nei loro seguaci contemporanei, cioè viventi al momento di realizzazione dell'affresco; e non importa, in questo senso, stabilire chi siano, se Ariostoo Tebaldeo o Castiglioneo Sannazaro: conta il messaggio complessivo di questa immagine, che riferisce i viventi ai morti (e in questo modo li fa rinascere), il presente al passato, ma abolendo ogni distanza e ogni differenza, inscrivendo tutti nello stesso spazio (il Parnaso) e nello stesso tempo.
Tra il 1508 e il 1511, a Roma, nei Palazzi Vaticani, su richiesta di papa Giulio II : gli Antichi e i Moderni, dunque, il loro sapere e il nostro.

