Rinascimento
Rinascimento
Introduzione al Rinascimento - 17. La svolta: le critiche di Bembo a Pico
Segnala la pagina

La replica di Bembo è molto importante, perché illustra le ragioni e il senso della proposta di imitazione che vincerà nel confronto in atto nella cultura umanistica dei primi anni del Cinquecento, e sarà presto destinata a diventare la forma profonda e duratura del Classicismo: per questo richiede un'analisi attenta e ravvicinata.

La risposta di Bembo è molto estesa e articolata, sempre all'insegna di quell'atteggiamento cortese, anzi amichevolmente affettuoso, che già caratterizzava la lettera di Pico, tanto da potergli proporre anche un notevole inserto di autobiografia intellettuale.

La risposta non è immediata, è scritta dopo un lungo periodo di meditazione: presenta, infatti, la data - carica, certo, di una funzione simbolica - del 1° gennaio 1513. Se Pico aveva descritto l'intenso impegno di una scrittura tutta risolta nel volgere di poche ore, per Bembo i tempi sono stati più rallentati e riflessivi e infatti questa sua lettera assume consapevolmente le proporzioni di un autonomo trattatello sull'imitazione, che prende spunto dall'occasione proposta dall'interlocutore, per mettere a punto una lunga riflessione, maturata non solo attraverso l'esperienza di studio di testi antichi e moderni, ma anche attraverso gli esercizi diretti di scrittura, e soprattutto - come è proprio e conveniente dell'umanista e del suo codice di comportamento - attraverso il dialogo con sodales, fatto di contatti personali e discussioni (con lo stesso Pico: tutt'e due ricordano, nell'esordio delle loro lettere, un recente confronto sul tema dell'imitazione).

Un dettaglio, per avviare l'analisi di questa lettera-trattatello: Bembo riconosce - in apertura - che i discorsi affidati alla scrittura "et stabilius atque diutius permanent, et facilius repetuntur" ("sopravvivono in modo più stabile e duraturo e più facilmente sono richiesti"), e sono anche "pleniora uberioraque" ("più ricchi e più abbondanti").

Questo primato della scrittura sulla conversazione è strettamente economico, in termini di durata, stabilità ed efficacia: le parole sono pietre che costruiscono architetture destinate a durare nel tempo, perché il loro stesso processo produttivo - rallentato e sottoposto a costante riflessione - consente di avere sempre il controllo di ogni dettaglio rispetto al progetto dell'insieme. Questa solidità d'impianto della scrittura fonda soprattutto l'affidabilità piena del suo riuso ("facilius repetuntur"): l'osservazione ha, ovviamente, una funzione tutta retrospettiva, perché riguarda le stesse scritture degli Antichi, il loro patrimonio testuale, su cui è possibile ragionare con cura e senza fretta.

Il riconoscimento del primato della scrittura è uno degli elementi costitutivi del classicismo bembiano, e strutturerà tutto l'impianto argomentativo delle stesse Prose della volgar lingua, cioè la costruzione del nuovo edificio della letteratura volgare, della sua forma produttiva: anche le parole del volgare saranno proposte come pietre, di remota fondazione in una lingua morta non più destinata all'uso. Parole di una tradizione antica, riusabili come se fossero parole latine: per una scrittura che possa essere di tutti.

La lettera'trattatello non è una puntuale risposta, anzi omette di replicare a tutta la trattazione pichiana dei rapporti tra imitazione e retorica: solo nella sua prima parte replica alle osservazioni di Pico (retoricamente svolge l'argomentazione destruens: di critica). Bembo propone tre contro'obiezioni ai rilievi mossi dall'interlocutore alla sua proposta di un'imitazione di un solo autore ottimo.

La prima è così formulata: perché Pico, che pure ha sostenuto che debbano essere imitati tutti i buoni autori, ha poi criticato nella sua lettera tutti coloro che hanno praticato l'imitazione? Non è verisimile (categoria primaria di tutto il Classicismo) che non esista una "imitandi ars" ("arte dell'imitazione", nel senso antico di una competenza teorica e pratica a produrre qualcosa) lodevole, cioè positivamente impiegabile, e che nessun imitatore - tra i tantissimi antichi e moderni - l'abbia impiegata in modo corretto e apprezzabile.

La posizione di Pico contrasta non solo al principio della verosimiglianza, ma anche alla legge di natura - enunciata da Aristotele, che riconosce l'uomo come incline di per sé all'imitazione: "imitandi enim vim atque sensum, ac aemulatione quadam mixtam cupiditatem natura omnibus hominibus tribuit" ("la natura dà a tutti gli uomini la capacità e la sensibilità, e il desiderio, misto a una certa emulazione, di imitare"). Pico aveva richiamato esplicitamente questa legge aristotelica, ma contraddicendone - secondo Bembo - il senso e negandone le implicazioni. Avrebbe fatto meglio, allora, a sostenere la posizione di chi nega radicalmente, e in ogni caso, la validità dell'imitazione: anche perché - osserva con ironia Bembo ', in questo modo gli avrebbe risparmiato la fatica di rispondere alla sua lettera, perché sarebbe bastato inviargli la famosa lettera di Paolo Cortesi a Poliziano.

La citazione è molto importante: non soltanto perché dà riscontro delle letture e delle riflessioni bembiane in tema di imitazione, ma soprattutto perché mostra quanto intrecciata sia questa tradizione umanistica nel suo interrogarsi sullo statuto stesso della tipologia culturale che ha fondato e reso operativa, cioè sulla forma profonda del rapporto primario con gli Antichi.

Già in queste prime battute emerge subito un elemento decisivo, per valutare la posizione di Bembo sull'imitazione: già in esordio, come poi in tutta la sua lettera'trattatello, connette imitazione a emulazione. Questa endiadi fissa dichiara ed enfatizza come il rapporto imitativo non sia fine a se stesso, ma sia invece strategicamente funzionale al raggiungimento dell'originalità da parte di chi lo pratichi in modo adeguato e corretto, cioè in primo luogo escludendo ogni subalternità passiva di fronte al modello (di pura e semplice riproduzione, cioè di copia), attraverso comportamenti degni di una scimmia o di un istrione.

Da questa prima obiezione risulta del tutto incomprensibile la proposta di Pico: come si fa a imitare tutti i buoni autori, se è noto a tutti che la misura del valore di ciascuno è tanto diversa (dispar e dissimillima) da quella di un altro? Che vantaggio abbiamo se, dopo aver correttamente imitato "eum unum multo omnium maximum atque summum" ("quell'unico scrittore in assoluto il più grande e sommo rispetto a tutti gli altri"), ci rivolgiamo a imitare altri "boni mediocriter" ("mediocremente buoni")? La proposta è antieconomica e controproducente, non foss'altro perché l'obiettivo della comunicazione classicistica resta quello della perfezione, profilato dalla stessa legge divina: "animus enim noster summum quiddam semper atque altissimum suspicit" ("il nostro animo infatti si rivolge sempre verso qualcosa di altissimo"). E allora basta il solo Apelle o il solo Lisippo, cioè i vertici dell'arte figurativa greco'classica. Perché perdere tempo con altri pittori e scultori di mediocre qualità?

La seconda obiezione riguarda i processi di formazione culturale: per Pico sono naturali e innate anche le categorie di forma e di stile (secondo quanto elaborato dalla tradizione platonica); per Bembo, invece, forma e stile si conquistano solo attraverso un lungo studio.

Per suffragare questa sua posizione, Bembo dà spazio a una prima, intensa, rievocazione della sua autobiografia intellettuale, che propone come esemplarmente paradigmatica di tutta l'esperienza umanistica e classicistica: della sua appassionata ricerca di una forma e di uno stile, cioè di un'arte, attraverso la fatica e la disciplina (a diretto confronto con gli Antichi), ma poi comunicata come se fosse un gesto tutto naturale, sotto il segno della sprezzatura e della grazia.

Bembo è molto chiaro. Il confronto con Pico non riguarda dettagli marginali: è in realtà un confronto tra modelli estetici (ed etici) generali, che richiede la piena consapevolezza del senso della storia, anche individuale, delle sue stesse scelte e discontinuità.

Descrive, infatti, un prima e un dopo: prima del suo interrogarsi sugli statuti della comunicazione classicistica, non aveva cognizione né di stile né di forma; se ricercava nel suo animo un'immagine che lo guidasse, non trovava nulla, neppure quelle idee innate di cui parla Pico; nella scrittura non aveva regola (lex) né criterio (iudicium), ma procedeva a caso (temere) e in modo incostante (inconstanter).

Il discrimine tra questo prima confuso e balbettante e il dopo affidabile e sicuro è tutto nella legge finalmente individuata: perché non può esservi forma senza norma.

Bembo rilancia l'indicazione di Pico: se in Dio è la perfezione (di norma e di forma), non c'è dubbio che a questa guardassero proprio gli antichi massimi scrittori e protagonisti della storia, soprattutto quando scrivevano, per trovarvi "stilum mentemque" ("stile e pensiero"). A noi il compito di approssimare questo "formae simulacrum" ("simulacro della forma": perché immagine della perfezione divina) degli Antichi nei nostri scritti, rinunciando a inseguire quelle idee innate che non esistono, in particolare nei processi culturali, non foss'altro perché ognuno di noi è tanto diverso da un altro e compie scelte pienamente autonome, per differenza. Ma se queste idee esistessero davvero, perché non ritenere innata anche l'idea di imitare solo quello scrittore che primeggi su tutti gli altri?

La terza e ultima obiezione insiste su questo tema delle idee innate: perché in alcuni possono essere modificate con lo studio e in altri invece non è possibile? Questa volta Bembo non insiste più di tanto nella replica, ma coglie l'occasione per dare una svolta profonda al suo discorso, esplicitando il senso della sua argomentazione e soprattutto profilandone il destinatario: si vuole rivolgere a chi è impegnato in una ricerca appassionata e faticosa, a chi non si è stato piegato dalle sue difficoltà, a chi non potrà, insomma, non conseguire ciò cui mira. E se questo destinatario non costituisce, per ora, un insieme rilevante per quantità, anzi è esigua minoranza, non c'è ragione di scoraggiarsi: basta seguire l'esempio di Cicerone e di Platone, che certo non fermarono nelle loro scelte solo perché erano soli a effettuarle.

Pubblicità
Pubblicità