Rinascimento
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Introduzione al Rinascimento - 23. La scienza nuova: nascita della teoria e della critica della comunicazione letteraria
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L'appassionato confronto umanistico con gli Antichi e la sua intensa e protratta riflessione sugli statuti dell'imitazione mette costantemente in gioco la definizione di una norma e di una forma della comunicazione estetica, in primo luogo (per cronologia e rilevanza) di quella letteraria: in tutti i testi di cui sin qui si è ragionato si può cogliere l'emergere forte di questo bisogno, che diventa subito (già in Petrarca) primario e centrale.

Nel momento stesso in cui il paradigma della lunghissima tradizione medievale è radicalmente messo in questione e abbandonato (come documentano con straordinaria efficacia le stesse lettere di Petrarca: ma è d'obbligo almeno il rinvio all'appassionata difesa della poesia - quella nuova, ovviamente - che Boccaccio compie nei libri XIV e XV delle sue Genealogie deorum gentilium: "genealogie degli dei pagani"), si tratta di avviare la costruzione di una nuova teoria generale dell'arte, in grado di rispondere in modo efficace e coerente a tutti i nuovi valori e a tutte le nuove funzioni della comunicazione.

Se la prima opzione, quella strategicamente decisiva, è nella scelta degli Antichi come modelli da imitare per la costruzione della nuova forma e della nuova norma estetica (ed etica), e se in questo gesto elementare si connota consapevolmente il senso pieno del rinascimento, non può che essere atto elementare che ne consegue l'adozione diretta - sempre per imitazione - delle loro forme e dei loro generi: da Petrarca (che tenta con l'Africa di scrivere un poema in grado di emulare l'Eneide) ad Ariosto (che recupera le forme del teatro comico classico e il genere della satira oraziana), l'esperienza letteraria dell'Umanesimo è segnata che questo progressivo restauro, nei dettagli, dell'architettura comunicativa degli Antichi, particolarmente evidente nell'impiego della forma del dialogo (sia platonico che lucianeo), che ne è certamente l'emblema più forte e consapevole.

Questa istanza alla mimesi delle forme e dei generi classici esprime una vocazione spontanea e originaria, immediata e concreta, fatta cioè di opere e testi. Uno sperimentare che non si pone, per lungo tempo, vincolanti questioni di procedura (se non quelle d'ordine retorico e grammaticale), non si interroga sugli statuti teorici del suo operare, anche se è sempre molto attento a riscontrare la coerenza d'ogni parte, e d'ogni suo dettaglio, con l'architettura complessiva delle sue scelte: l'edificio classicistico non ha bisogno ancora dell'architetto che ne garantisca fattibilità e funzionalità, e soprattutto dia senso estetico al tutto, formulando i fondamenti di una nuova teoria generale dell'arte e della sua comunicazione, e istituendo un solido e duraturo criterio di valutazione delle sue produzioni.

Possiamo solo registrare l'affioramento di questa nuova fase classicistica, non certo descriverne analiticamente il processo profondo e in gran parte nascosto: ma è certo che tra la fine Quattrocento e l'inizio del Cinquecento nascono la teoria e la critica della letteratura. E questa nascita non potrà non avere che fondamenti antichi, desunti direttamente da quei testi classici che ne articolano e fissano funzioni, statuti, codici, modi, attributi, eccetera.

Questa nascita viene, ovviamente da lontano: dalla fase di fondazione - quella più compiutamente umanistica ', segnata dal lavoro di restauro e di commento della ritrovata Biblioteca classica, con le rigorose e talvolta monumentali edizioni a stampa dei suoi testi, e segnata, soprattutto, dalla progressiva quanto irresistibile penetrazione dei classici, attraverso il lavoro d'insegnamento nelle scuole e nelle università praticato da schiere di umanisti.

Il lavoro didattico ed editoriale di generazioni di umanisti costituisce un retroterra stabile per il radicamento del sistema di valori degli scrittori antichi: per la loro lingua, i loro generi, il loro stile, la loro forma, le loro regole.

In questo quadro si compie il restauro pieno della retorica classica, in primo luogo, e quindi della poetica degli Antichi.

Se si mettono da parte le opere più direttamente grammaticali ed erudite, destinate all'insegnamento delle lingue classiche (peraltro ampiamente utilizzate nelle scuole degli umanisti), non sono molti i testi classici dedicati a questi problemi di carattere più generale: le opere di Cicerone sull'oratore, l'Institutio di Quintiliano (proprio perché fortissima è la domanda di regole, il suo ritrovamento scatena l'entusiasmo degli umanisti), l'Ars poetica di Orazio, le opere retoriche e, soprattutto, la Poetica di Aristotele.

Un esiguo gruppo di autori e di testi, solidalmente funzionali nell'intensissima ricezione classicistica, con reciproca integrazione e mutuo scambio.

Ed è proprio su questi testi che il Classicismo fonda ed elabora la nuova fase di definizione degli statuti propri della comunicazione letteraria e quindi la sua teoria estetica: ben pochi di numero, certo, ma proprio per questo con una formidabile efficacia di dare risposte sicure e segnalare soluzioni concretamente operative.

Questi testi formano la biblioteca di riferimento di una tradizione culturale che dura nel tempo ed è diffusa nello spazio: stabile e universale paradigma, attraversa l'Europa di Antico regime, sino alla radicale frattura rivoluzionaria che ne chiude la lunga durata e lo riconosce come "antico". Un solo dato di riscontro: ancora nel 1819 Alessandro Manzoni dovrà impegnarsi a discutere le norme (e forme) classicistiche per il genere tragico, cioè quelle che ancora a quella data si chiamano "regole aristoteliche".

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