Certo, l'irruzione della Poetica di Aristotele dà un formidabile scossone al quadro culturale del Classicismo cinquecentesco e sollecita la fondazione di una compiuta e autonoma scienza della letteratura, in quanto teoria e critica; certo, da questa irruzione, come si è visto, consegue una vera e propria alluvione di edizioni commentate, di trattati di poetica, di scritti sui singoli generi letterari, eccetera: ma è l'Ars poetica di Orazio il testo fondamentale di riferimento lungo tutta la durata dell'Antico regime classicistico.
E questo da sempre, certamente ben prima del diretto recupero cinquecentesco della Poetica di Aristotele: una presenza forte e stabile, in grado di distinguersi nitidamente, per modalità di ricezione, anche nell'età dell'egemonia aristotelica e oltre.
L'Ars poetica è, infatti, uno dei testi primari di riferimento nelle scuole di grammatica degli umanisti, nonché nei loro corsi universitari, e resta tale nel nuovo ordinamento scolastico promosso dai Gesuiti: nel sistema di formazione, insomma, della nobiltà di Antico regime. E non solo in Italia: la presenza di questo straordinario testo di Orazio è stabilmente ovunque, nell'Europa delle Corti.
E tutto questo per le ragioni esposte nella lezione precedente: per la sua compattezza, per la sua forma comunicativa, per la felicità dell'infinita serie di immagini che spiegano e illustrano astratti concetti teorici.
Basta scorrere questa serie di dati bibliografici:
1482 Cristoforo Landino, commento all'Ars poetica
1498 Ascenzio Badio, commento all'Ars poetica
1510 Pomponio Gaurico, commento all'Ars poetica
1551 Giovanni Britannico, commento all'Ars poetica
1514 Matteo Bonfini, Annotationes in horatianis epistolis
1531 Giano Aulo Parrasio, In Horatii Artem poeticam commentaria
1535 Lodovico Dolce, traduzione e commento in volgare dell'Ars poetica
1541 Pomponio Gaurico, Super artis poetica Horatii
1546 Francesco Pedemonte, Ecphrasis in Horatii Artem poeticam
1548 Francesco Robortello, Paraphrasis in librum Horatii De arte poetica
1550 Giacomo Grifoli, Horatii liber De arte poetica explicatus
1553 Giasone Denores, In epistolam Horatii De arte poetica interpretatio
1554 Francesco Lovisini, In librum Horatii De arte poetica commentarius
1561 Bartolomeo Maranta, Lezioni sul De arte poetica
In grandissima parte sono libri di scuola, già nella tradizione umanistica e poi lungo tutto il secolo: su questa radicata prassi didattica si innesta la Poetica, e il restaurato impianto della retorica, attraverso soprattutto i libri di Cicerone.
Con questo gioco delle parti - quasi una famiglia ', il sistema letterario del Classicismo assume una configurazione operativa di massima funzionalità integrata: una macchina per la comunicazione. Affidabile, sicura, efficiente, sollecita alle necessità degli utenti: le ragioni della sua lunghissima durata sono soprattutto qui.
Il radicamento plurisecolare dell'Ars poetica oraziana ha lasciato altre piccole e sparse tracce (con termine classico e classicistico: vestigia), disseminando una trama di microscopici segni verbali, che potrebbero funzionare come folgoranti indizi della profonda assimilazione del suo corpo testuale nella cultura europea, se solo la nostra competenza di lettori radicalmente postclassicisti fosse in grado di coglierli tutti.
Provo a elencare i più vistosi.
Per secoli alcuni sintagmi dell'Ars poetica hanno funzionato come equivalenti generali del Classicismo, come immediato rinvio alla forza complessiva del suo sistema teorico e pratico. Vere e proprie parole d'ordine: utile dulci (v. 343: "l'utile con il dolce"), ut pictura poesis (v. 361: "come la pittura, la poesia"), ma anche labor limae (v. 291: "il lavoro di lima"; con il correlato "nonumque prematur in annum", v. 388: "se ne stia [l'opera] per nove anni nei cassetti"), in medias res (v. 148: "nel bel mezzo della storia"); e ancora: "format enim Natura" (v. 108: "è la natura che dà la forma"), "ius et norma loquendi" (v. 72: "legge e norma del discorso").
Ma alcune locuzioni sono entrate a far parte dei modi di dire, anche proverbiali: "quandoque bonus dormitat Homerus" (v. 359: "talvolta anche il buon Omero dormicchia"), "parturient montes, nascetur ridiculus mus" (v. 139: "partoriscono i monti: nasce un ridicolo topolino"), "desinit in piscem" (v. 4: "finisce in pesce"), "laudator temporis acti" (v. 173: "uno che loda il tempo passato"); talvolta con autonomia di senso rispetto al luogo originario: callida iunctura (vv. 47'48: "un'accorta connessione"), ab ovo (v. 147: "dall'uovo"), plautinos sales (vv. 201'271: "sali plautini"), ad unguem (v. 294: "fino all'unghia"), ore rotundo (v. 323: "con la bocca rotonda"), coram populo (v. 185: "alla presenza del popolo").
Oltre ai tanti luoghi che la competenza classicistica ha selezionato e distribuito, per secoli, in efficacissime microcitazioni, che hanno viaggiato autonome nel tempo e nello spazio: purtroppo, oggi, irriconoscibili ai nostri occhi, incompetenti più che distratti.

