Rinascimento
Rinascimento
Il mito nella tradizione testuale e figurativa
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La mitologia classica trova un fondamentale tramite di sopravvivenza durante l'età medievale fino al Rinascimento ed oltre nella  tradizione astrologica : «Tribuenda est sideribus divinitas», scriveva Cicerone nel De natura deorum (2.15). Alla fine dell'era pagana in seguito ad un lungo processo di mitologizzazione dei corpi celesti abbastanza complesso (Panofsky-Saxl 1933; Seznec 1981; Saxl 1985) l'identificazione di dei ed astri era compiuta. Infatti a partire dal IV secolo a.C. con il trattato di Eudosso di Cnido, volgarizzato e diffuso da Arato di Soli e successivamente nei Catasterismi di Eratostene  Pianeti, costellazioni, segni zodiacali incominciano ad essere associati a divinità della mitologia classica o nel nome o in rapporto alle storie mitiche.

Il processo di mitologizzazione degli dei astrali, che trova nelle Favole di Igino una fonte decisiva per la trasmissione di questo repertorio mitologico'astrologico (Igino,  Astronomica, Ns.18.16 aug.4°, Wolfenbuttel, Herzog August Bibliothek, fol.19, r., sec.XII), venne favorito anche dalla maggiore intelligibilità che le costellazioni e i corpi celesti in genere venivano ad assumere attraverso le ben conosciute figurazioni mitologiche: «Alcuni autori - afferma Guglielmo di Conches che proclamerà la legittimità della mitologia - hanno parlato degli astri in termini mitici , così per esempio hanno fatto Nemrod, Igino, Arato quando raccontano che il toro col quale Giove aveva rapito Europa fu trasformato in un segno dello zodiaco [...] Questo modo di parlare delle cose celesti è legittimo; senza di esso non sapremmo né in quale parte del cielo si trovi un segno, né quante stelle comprenda, né come esse sono disposte» (Seznec 1981: 44).

Nonostante la consueta condanna da parte degli apologisti, le divinità astrologiche permangono a scandire i giorni della settimana o a presiedere ai mesi dell'anno, come testimoniano le immagini del Cronografo del 354 in manoscritti carolingi e in copie successive ( Cod. Barb. Lat. 2154, Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana, copia di un manoscritto carolingio ). In questa atmosfera si giustifica quella dottrina delle immagini trasmessa all'Occidente da opere come il Picatrix che insegnano ad utilizzare le potenze celesti inserendo le loro immagini nei talismani e negli amuleti. (Seznec 1981: 47). La moda di pietre intagliate e cammei con figurazioni mitologiche risale già al VII secolo, ma il loro uso talismanico, di provenienza per lo più orientale, inizia a radicarsi in Occidente verso il XIII secolo quando i trattati incominciano ad attribuire alle immagini incise sulle gemme un particolare potere, spesso in funzione antidemoniaca.

L'astrologia resta dunque "il fine di ogni sapere" e con essa, come con la storia naturale, ci si deve confrontare per acquisire la scienza divina. La cultura scolastica, nella sua tendenza ad un sistema globale del sapere, ad una scientia universalis, si uniformerà al sistema astrologico, non solo accogliendo i rapporti numerici fra Mundus, Annus et Homo (Ms.lat.11229, Paris, Bibliothèque Nationale, fol.45 r.; Seznec 1981; Saxl 1985), ma facendo corrispondere le Virtù e le Arti Liberali ai Pianeti. Già i pitagorici avevano posto le Muse in rapporto con i Pianeti; successivamente, a partire dal IX secolo, venne stabilita la corrispondenza fra i Pianeti e le Virtù e poi con le Arti Liberali (Dante, Convivio, 2.14;4.24; Herrad von Landsberg, Hortus Deliciarum; Bartolomeo de Bartholis, Cantica Virtutibus et Scientiis). Questo carattere enciclopedico della cultura medievale trova espressione nell'arte monumentale, sui portali e nelle vetrate delle cattedrali francesi. Nel XII secolo il poeta normanno Baudri de Borgueil ricordava la raffigurazione delle Arti Liberali sulle pareti della camera della contessa di Blois, mentre nella volta erano rappresentati i Pianeti e le costellazioni. Anche Giotto, nei rilievi del campanile di Firenze , eseguiti su suo progetto da Andrea Pisano, espone lo schema delle corrispondenze fra il mondo planetario e quello umano nei suoi aspetti religiosi, rappresentati dalle Virtù, dalle Arti Liberali e dai Sacramenti e quelli profani attraverso i già citati temi del lavoro, dei mestieri e delle scienze. Negli affreschi eseguiti nel Cappellone degli Spagnoli da Andrea da Firenze fra il 1366 e il 1368, le Arti e i Pianeti, dipinti a mezzo busto nelle cuspidi dei troni di queste ultime, stanno a mutuare la tradizionale corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo. Anche a Padova Guariento raffigurò nell'abside della chiesa degli Eremitani, accanto agli dei planetari, le personificazioni dell'età dell'uomo. Infine nel vestibolo della cappella nel Palazzo pubblico di Siena Giove, Minerva, Apollo e Marte sono stati rappresentati da Taddeo di Bartolo con i loro tradizionali attributi.

Oltre che nelle immagini astrali la mitologia sopravvive nel Medioevo anche attraverso quel processo di allegorizzazione che, attingendo allo stoicismo e passando per il neoplatonismo fin dall'inizio dell'era cristiana, trovava rispondenza nella stessa esegesi dei Padri della Chiesa per poi radicarsi, con il contributo ellenistico, nell'età tardoantica già con la Psicomachia di Prudenzio (Ms.22,Lyon, Bibliothèque du Palais des Arts, fol.17 v.,1100 circa) e a partire dal VI secolo con le Mythologiae di Fulgenzio.

Tale processo di allegorizzazione, che porta spesso a fondere la mitologia con la teologia, trova continuità nei secoli successivi nei manoscritti di trattati allegorici sugli dei basati, più che su autori classici, su mitografi tardi come Macrobio, Servio, Lattanzio, Capella e Fulgenzio, i quali tendevano a cercare un significato recondito dietro alle favole mitologiche. Un'interpretatio christiana di un Ercole antico è esemplificativamente rappresentata dai due rilievi sull'esterno della Basilica di San Marco a Venezia , studiati da Erwin Panofsky in rapporto alle sue riflessioni sui fenomeni di rinascenza (Panofsky 1971; 1975). Se qui la trasformazione di un modello antico del III secolo è in rapporto alla trasposizione in chiave cristiana della divinità mitologica trasformata in allegoria della salvazione nel rilievo del XIII secolo, in altri casi la ripresa di modelli classici in figurazioni medievali, come ad esempio nelle decorazioni del Kaiserpokal di Osnabruck , non esclude un'interpretazione allegorico'morale in rapporto al contesto o all'uso dell'oggetto probabilmente adattato a funzioni liturgiche. (Panofsky 1971).

A questa tendenza allegorica sono informati i Commenti di Remigio d'Auxerre al De Nuptiis Philologiae et Mercurii di Marziano Capella, al quale, come è noto, si deve la definizione del canone delle Arti Liberali . Le immagini che illustrano i codici miniati di queste opere a partire dal XII secolo, sono generalmente basate esclusivamente sui testi, in assenza di modelli formali. Ma i diversi passaggi da una lezione all'altra hanno spesso determinato dei travisamenti nelle figurazioni che diventano, a volte, vere e proprie parodie dei soggetti originali. Curiose fra le altre sono le immagini di Saturno o di Mercurio nella illustrazione del manoscritto monacense del Commento di Remigio d'Auxerre (Ms.lat.14271, Munchen, Bayerische Staatsbibliothek, fol. 11 r., Seznec  1981: 189). Oltre alla mancanza di modelli plastici la derivazione da più autori o ancora la corruzione dei testi sono all'origine di figure mitologiche, a volte quasi irriconoscibili, che possono anche determinare interpretazioni fuorvianti. E' ad esempio un'errata derivazione dal tipo del Mercurio'Anubi quella proposta dall'illustratore del manoscritto di Rabano Mauro che ha scambiato i calzari alati della divinità per un uccello che gli vola tra i piedi; mentre dovuta ad una corruzione testuale è l'inserimento di un'oca marina, al posto di una "concham" , tradizionale attributo di Venere, nella miniatura del manoscritto parigino dell'Ovide Moralisé (Ms.fr.373, Paris, Bibliothèque Nationale, fol.207, r.,1380 circa)

Un ruolo fondamentale per la trasmissione della mitologia dall'antichità al Rinascimento è da riconoscere alle Metamorfosi di Ovidio. La loro importanza in questo campo non si limita alla funzione di fonte testuale, ma investe anche e soprattutto la dimensione iconografica, dal momento che a partire dall'XI secolo i primi codici manoscritti e poi le edizioni a stampa dalla fine del XV secolo sono corredati da immagini che illustrano le storie.

Il passaggio dall'Antichità al Rinascimento di tale testo è estremamente articolato: differenti tradizioni hanno permesso la sua sopravvivenza e il suo recupero, ma ne hanno anche condizionato in modo significativo le forme di ricezione e di diffusione.

Dopo un periodo iniziale di oblio nei primi secoli della cristianità, la fortuna di Ovidio ebbe un lento risveglio in epoca carolingia. Le Metamorfosi erano state inizialmente utilizzate come fonte di una serie di manuali mitografici, dalle Fabulae di Igino fino ai primi due Mitografi Vaticani; a partire dalla fine dell'XI secolo e con il XII secolo si potrà cominciare a parlare di una rinascita ovidiana, grazie alle opere di Arnolfo di Orleans e di Giovanni di Garlandia. Su queste opere si baseranno le Expositiones di Giovanni del Virgilio utilizzate da Giovanni Bonsignori per l'Ovidio volgare, la prima edizione a stampa illustrata pubblicata a Venezia nel 1497.

Il grande riscatto delle Metamorfosi passò attraverso la lettura allegorica, in linea con la sensibilità e la cultura medievale. Essa diede luogo a due importantissime tradizioni interpretative, una risalente alla tradizione scolastica medievale e un'altra all'esegesi cristiana: queste, nel tentativo di fornire un accesso al testo classico adeguato alle istanze morali e culturali del tempo, attraverso commenti e volgarizzazioni estranee a qualsiasi fedeltà filologica, finirono per creare degli pseudo'Ovidio, che furono le fonti condizionanti della tradizione iconografica delle Metamorfosi fino al '500.

Accanto a questa linea di moralizzazione si manifestò, a partire dall'XI secolo, anche un interesse specificatamente letterario per il testo poetico a sé stante, attestato nel corso dei secoli dai vari manoscritti nell'originale latino o con le traduzioni senza commenti e allegorie, ed anche questa tradizione filologica del testo antico produrrà, seppur in maniera ben più limitata, delle illustrazioni.

Fra il XII e il XIII secolo l'allegorizzazione della mitologia antica trova ampia affermazione nelle versioni moralizzate delle Metamorfosi di Ovidio. Da allora si assiste ad una vera e propria esplosione di interesse per le favole ovidiane attraverso l'Ovidius Moralizatus di Petrus Bercorius e l'Ovide moralisé, che con il suo pesante apparato allegorico'morale contribuì, attraverso le illustrazioni, a diffondere e a far sopravvivere la tradizione delle Metamorfosi ovidiane. Il poema di Ovidio riveste dunque un ruolo importante tanto per la trasmissione delle divinità mitologiche nel Medioevo quanto per la diffusione della tradizione letteraria ed iconografica nell'età cosiddetta rinascimentale a partire dal XV secolo, quando le favole mitologiche raccontate da Ovidio diventano la Bibbia dei pittori.

Bibliografia

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