Rinascimento
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Le piccole Corti padane
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L'area padana nonostante la strutturale instabilità politica determinata dai particolarismi delle piccole corti mantenne un assetto politico sostanzialmente stabile almeno fino all'estinzione delle dinastie farnesiana e gonzaghesca nella prima metà del Settecento. L'area godeva fin dal Quattrocento di un efficiente sistema viario e stradale che ha determinato la disseminazione sul territorio di centri piccoli e medi e una trama di collegamenti fra ogni centro urbano e la campagna. «Un equilibrio fra il contesto distributivo interno e l'apertura strategica della maglia delle vie di comunicazione - scrive Giovanni Tocci - si sarebbe realizzata solo nel Cinquecento con la sistemazione definitiva dei ducati e delle legazioni». Il ducato gonzaghesco, che con gli altri domini dei Gonzaga, da Bozzolo a Guastalla a Novellara, a Sabbioneta a Guazzuolo a Suzzara si trovava confinato fra lo stato di Milano, la repubblica estense e il ducato estense, si configurava come un'area omogenea, una sorta di sistema politico e culturale con una sua specifica connotazione. Ma la proiezione del ducato all'esterno fu il frutto di un'abile politica matrimoniale che aveva portato a rinsaldare i rapporti con l'Impero, la Spagna e il Mezzogiorno d'Italia, ma anche con le famiglie più in vista dell'area lombardo'veneta, emiliana e romagnola e romana; pertanto la dinastia dei Gonzaga mantenne per più di due secoli un ruolo di primo piano nel contesto politico italiano ed europeo.

Fra questi piccoli stati quello di Sabbioneta si è distinto per un arco di tempo ben delimitato in rapporto a Vespasiano Gonzaga e alla sua corte che si esaurì praticamente con la sua morte nel 1591. Frutto di una progettazione, Sabbioneta fa parte di quelle città ideali legate a situazioni specifiche e alle esigenze principesche di potere e di cultura del suo Signore. All'interno una serie di percorsi sono segnati e qualificati dai luoghi del potere: il Duomo, dove la statua di Leone Leoni celebrerà in mortem Vespasiano nel suo ruolo di condottiero all'antica; il palazzo ducale o "palazzo grande", il primo edificio monumentale di Sabbioneta, centro direttivo e politico della città; il palazzo del Giardino, una sorta di residenza fuori porta ai margini della cinta muraria e la Galleria degli antichi, vero capolavoro di architettura all'avanguardia che denuncia i rapporti di Vespasiano con gli stati europei.

E' ancora alle immagini che viene affidato il programma celebrativo del Signore a partire dalle insegne araldiche nel Palazzo ducale con lo stemma ducale assunto da Vespasiano nel 1577, data di riferimento per l'inizio della decorazione, alla sala delle aquile affrescata con stemmi gonzagheschi che s'inframezzano ai rapaci imperiali; in questa sala sono attualmente conservate anche le statue equestri lignee di Vespasiano e dei suoi antenati; Ludovico, Marchese di Mantova, Gianfrancesco, conte di Rodigo, Luigi Rodomonte padre dello stesso Vespasiano. Agli Antenati è dedicata anche la saletta centrale del piano nobile corrispondente al balcone sulla facciata e da identificare con la "Libraria piccola" sulla base dell'Inventario dell'Oldroandi del 1689. All'interno il programma ideologico di Vespasiano si delinea attraverso la decorazione a stucco e ad affresco, che è giocata in rapporto alle vicende della vita di Vespasiano Gonzaga e alla luce degli ideali umanistici testimoniati dalla presenza di tre imperatori filosofi: Traiano, Adriano e Antonino Pio e forse di Nerva e focalizzati sui valori della guerra personificati da Marte e dalla virtus rappresentata da Mercurio: alle due divinità e al loro significato si legano a coppie le scenette in stucco che raffigurano episodi di storia romana allusivi al valore guerriero, attraverso Orazio Coclite e Cesare al Rubicone e ai valori etici interpretati da Muzio Scevola e Decio Mure. La raffigurazione, ai quattro angoli della volta, delle stagioni, presiedute dall'elemento solare al centro, rappresentato dal tradizionale carro di Apollo sul modello giuliesco di palazzo Te, insiste su un'idea di fecondità e ciclicità attraverso la metafora naturalistica, legata al valore dinastico dei ritratti, rappresentati in stucco e disposti senza soluzione di continuità lungo le pareti: da Luigi il capostipite della famiglia a Luigi, l'erede mancato di Vespasiano, morto in giovane età.

Ma la mitologia diventa protagonista nel palazzo del Giardino, che come ogni residenza fuori dal centro della città si connota nei caratteri propri ai luoghi di delizia e di evasione e dunque adatta ad accogliere soggetti mitologici, vale a dire quelle «historie di gioia e di allegrezza che del tutto non abbiano ombra di melanconia» come scriveva Giovan Paolo Lomazzo nel suo Trattato dell'arte della pittura scultura e architettura (Milano 1584). Fra questi non poteva mancare Venere sul suo carro circondata da altre divinità dell'Olimpo pagano, ma anche Fetonteche precipita dal suo carro e la serie delle favole ovidianeche popolano la salette al primo piano accanto al corridoio di Orfeo. La decorazione è stata per lo più attribuita a Bernardino Campi con la collaborazione dei Pesenti, ma la presenza di altri artisti quali Fornaretto Mantovano è stata segnalata per il Gabinetto delle Grazie un piccolo ambiente dove i personaggi mitologici , le tre Grazie insieme a Veneree ad Apollo sono raffigurate in un tessuto decorativo vegetale e di animali mitici di una preziosità straordinaria.

A Novellara la presenza della signoria dei Gonzaga sotto la protezione dell'imperatore, è testimoniata nel suo splendore cortese dalla rocca. La decorazionecommissionata nel 1546 da Costanza, moglie del defunto Alessandro Gonzaga e reggente per i figli Alfonso e Camillo, al pittore locale Lelio Orsi con molti soggetti mitologici oggi è smembrata ed in parte custodita nella Galleria Estense di Modena.

Al di sotto del Po altri piccoli Stati costituirono centri politici e culturali vivaci e ben caratterizzati, dai Rossi, ai Correggio, ai Pio, ai Sanvitale, legati ora ai Gonzaga ora gravitanti nell'area estense. Indirettamente legata ai Gonzaga sempre per politiche matrimoniali è la rocca di Galeazzo Sanvitale a Fontanellato; questi aveva infatti sposato Paola Gonzaga, figlia di Ludovico marchese di Sabbioneta nel 1516. Una integra decorazione mitologica ricopre un piccolo ambiente sicuramente privato dove attraverso la metafora del mito di Diana e Atteone, vengono ricordate le tristi vicende dei due sposi e la morte del loro piccolo erede.

Testimonianze artistiche e culturali configurano la Signoria di Alberto Pio da Carpi come una corte di alto livello fra gli anni Novanta del Quattrocento e il 1525, quando Carpi venne sottratta ai Pio e assorbita definitivamente dal ducato estense di Alfonso I nel 1530. L'architettura quattrocentesca del palazzo, frutto di successivi interventi a carattere prima fortificatorio e poi ispirati ai modelli classici, sta a segnare una continuità fra tradizione feudale e cultura umanistica. Con Alberto Pio il palazzo assunse una forma architettonica unitaria, divenendo un centro propulsore ed accentratore della vita cittadina e di corte quasi un «palazzo in forma di città», secondo la bella formula di Baldassarre Castiglione per il palazzo ducale di Urbino. Analogie infatti con il palazzo ducale di Urbino riguardano essenzialmente la vitalità delle architetture in trasformazione e la definitiva forma complessamente articolata, mentre le tipologie decorative sono più vicine ai modelli padani ed in particolare gonzagheschi. La presenza documentata di due artisti in particolare, il forlivese Giovanni del Sega e il carpigiano Bernardino Loschi di origine parmense, non esaurisce naturalmente il quadro artistico alla corte di Alberto, la cui personalità, informata alla cultura classica, rivela un deciso aggiornamento ai temi umanistici, come gli Uomini Illustri che sono raffigurati sulla facciata del Palazzo, i Trionfi del Petrarca nella sala omonima o ancora le favole antiche, vale a dire le storie della mitologia classica che probabilmente dovevano decorare quegli ambienti che, come riferiscono i documenti, sono denominati "Camera della dea Cerere" o "Camera della dea Diana" o "Camera delle Ninfe". Le decorazioni, in parte perdute ed in parte probabilmente ancora nascoste sotto scialbature, dovevano rendere il palazzo prezioso in linea con i più grandiosi palazzi del territorio. Ma la componente che caratterizza particolarmente la cultura di Alberto III è quella classico-antiquaria che nell'area padana acquista una particolare configurazione determinata ora dall'incontro fra l'esperienza padovana e mantegnesca e la cultura urbinate anche attraverso l'acquisizione del linguaggio ornamentale della bottega dei Lombardo, ora invece orientata decisamente verso la cultura romana come rivela soprattutto l'impianto decorativo a finto loggiato, di matrice mantegnesca, della sala grande o dei Mori accanto alla cappella, che caratterizzerà alcune decorazioni romane fra Quattrocento e Cinquecento, dalle sale del palazzetto Barbo alla Rocca dell'Episcopio di Ostia.

La Signoria dei Pio con Alberto aveva dunque ampliato i propri interessi culturali anche oltre i limiti strettamente territoriali; viceversa più legata alla realtà padana sembra essere la signoria dei da Correggio a Correggio. Il palazzo dei Principi, commissionato da Francesca di Brandeburgo, nipote di Barbara, moglie di Ludovico Gonzaga, venne eretto intorno al 1507 probabilmente da Biagio Rossetti, come testimonia la vicinanza del palazzo a quello di Schifanoia a Ferrara. La decorazione all'interno, per la quale sono stati fatti i nomi di Antonio Bartolotti, presunto maestro di Correggio, di Cesare da Reggio e degli Scacceri, pittori modenesi molto attivi nei primi decenni del XVI secolo nel territorio, operanti anche nel palazzo Rangoni a Castelvetro, presenta motivi essenzialmente trionfalistici probabilmente legati al ruolo di condottiero di Borso da Correggio, marito, già defunto a quella data, di Francesca di Brandeburgo. Nella sala a pianterreno infatti sotto la volta sostenuta da vele e peducci un fregio a racemi fogliati è intervallato da targhe esagonali che celebrano in lunghe scritte i fasti dei Signori da Correggio.

Altre stanze decorate prendono il nome dagli stessi soggetti: la camera dei Trionfi, degli Amori, delle ninfe e dei Filosofi. Fra gli affreschi, non integralmente conservati, si riconosce un trionfo di Nettuno dove calligrafiche figure a monocromo su fondo scuro sembrano potersi riferire alla produzione incisoria di Nicoletto da Modena o ancora di un artista più vicino a Mantegna come Lorenzo Leonbruno, riconoscibile proprio in quei volti delle figure dei musicanti. Ancora riconducibile ad una rielaborazione del linguaggio mantegnesco è l‘impianto illusionistico della volta balaustrata della sala degli amori che sembra ispirata alla più tarda rielaborazione del modello dell'artista padovano da parte di Benvenuto Tisi da Garofalo nella sala del Tesoro del palazzo Constabili a Ferrara. Lungo il fregio sotto alle lunette, dove sono rappresentazioni di personificazioni femminili, si affollano puttini molto rimaneggiati che alludono nel gioco all'amore e alla guerra, un tema molto presente sia nella cultura padana che in quella raffaellesca romana.

A Parma prima della affermazione della Signoria romana dei Farnese la mitologia aveva trovato, attraverso il caldo linguaggio di Correggio il suo spazio anche in edifici religiosi, come la camera della badessa Giovanna nel convento di San Paolo, dove Correggio affrescherà una grande allegoria mitologica dedicata alla badessa nelle vesti della casta Diana . Pochi anni primi nella sala accanto un più ermetico programma iconografico informava la decorazione della volta con soggetti derivati dagli Hieroglyphica di Horapollo ad opera dell'Araldi.

Con la presa di possesso dei territori di Parma e Piacenza da parte della famiglia romana dei Farnese nella persona di Pierluigi, nipote di Paolo III, entrarono nella cultura parmense i modelli letterari artistici e di costume della corte romana. Annibal Caro infatti insieme al Tolomei seguirono Pierluigi Farnese all'atto della costituzione del ducato. Fra gli artisti presenti alla corte farnesiana Jacopo Zanguidi detto il Bertoja che, insieme a Gerolamo Bedoli, autore di allegorie farnesiane (Parma abbraccia Alessandro Farnese, Parma Galleria Nazionale), rappresenta l'unica continuità con l'eredità di Parmigianino, lavorerà alla decorazione mitologica del Palazzo del Giardino, rivelando un linguaggio già vicino alla magniloquente maniera romana.

Bibliografia

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