Rinascimento
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Il mito del Tempo alla corte dei Medici
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La tematica solare, che aveva preso le mosse dalle Metamorfosi di Ovidio, viene ad accentuare, nel corso del Cinquecento, una dimensione temporale, come evidenzia anche la trattatistica; Lomazzo nel passo del suo Trattato dell'arte della pittura, scoltura et architettura (Milano 1584), parafrasando il poema ovidiano, scrive: «il Sole è misura del tempo [...] egli avea dalla destra i Giorni, i Mesi e gli Anni e vi aveva ancora il Mondo col Secolo e le Ore, le quali dimostravano come il tempo trascorre in lui». Nell'ambito della ideologia dei Medici tale dimensione temporale ha delle origini precoci, indipendenti probabilmente dal poema ovidiano. Fin dall'età di Lorenzo sia l'araldica che le prime decorazioni insistono su tale simbologia temporale: dal serpente che si morde la coda, che figura come emblema di Lorenzo sul verso della sua medaglia, al motto riferito ancora a Lorenzo, «le Temps revient», a quello assunto da Leone X, «semper», ai cicli di Poggio a Caiano, alle bordure degli arazzi vaticani, al soffitto della sala dei pontefici in Vaticano, al ciclo di villa Madama, alle tombe medicee, agli arazzi fiorentini, alle committenze del Duca Cosimo affidate a Vasari a Palazzo Vecchio. La varietà di tali imprese artistiche e il loro inserimento in contesti specifici all'interno di tradizioni figurative codificate, da quelle astrologiche a quelle più evidentemente legate al luogo e alle occasioni, frammenta tale continuità e unitarietà tematica che si ripropone rigorosamente nelle decorazioni dei palazzi e delle ville medicee a Roma nella seconda metà del Cinquecento.

L'ispirazione alla tematica ovidiana da parte delle committenze medicee è in particolare verificata nella ripresa ideologica del modello della casa del Sole tanto per i Palazzi che per le Ville che per le cappelle funerarie, l'estremo esempio di dimora principesca che più di ogni altra doveva celebrare la famiglia nella sua continuità dinastica e nella temporalità ciclica ed assoluta dell'eternità. Infatti la committenza di Leone X per la tomba di famiglia nella Sacrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze s'ispirava evidentemente, sulla base della tradizionale simbologia medicea, ai modelli artistici contemporanei. I diversi progetti documentano, oltre alle varie tipologie e disposizione dei monumenti funerari all'interno della cappella, una più evidente presenza delle tematiche solari/temporali: dai rilievi con le Stagioni previsti dal primo progetto, alle personificazioni dei fiumi dell'Ade - Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito - a significare secondo Landino e Pico il quadruplice aspetto della materia, che dovevano essere inseriti alla base dei monumenti funerari nel secondo progetto, fino alla rappresentazione delle quattro parti del Giorno, Crepuscolo, Notte e Aurora, che rimangono nel progetto definitivo del 1520. Ma l'idea temporale emerge chiaramente anche dalle parole stesse di Michelangelo: «Il Dì e la Notte parlano e dicono: noi abbiamo col nostro veloce corso condotto alla morte il duca Giuliano»; nonché da un'affermazione del Condivi: «significandosi per questo il Giorno e la Notte e per ambi duo il tempo, che consuma il Tutto [...] Et per la significazione del tempo voleua fare un topo [...] percioché tale animaluccio di continuo rode e consuma, non altrimenti chel tempo ogni cosa divora». Tale simbologia era stata trasmessa in Occidente attraverso la leggenda di Barlaam e Josaphat, che informa l'iconografia della lunetta del Battistero di Parma, dove due topi roditori, uno bianco e uno nero, consumano l'albero della vita che si erge fra il carro del Sole e quello della Luna secondo una chiara simbologia temporale. A concludere in termini tradizionali il programma iconografico della cappella fiorentina doveva essere la decorazione della cupola ad affresco, commissionata da Clemente VII. In una lettera del 7 luglio del 1533 è Sebastiano del Piombo a riferire di questo progetto:«Per quanto riguarda il dipinto nella volta della lanterna, Nostro Signore [Clemente VII] lascia a te di fare quello che vuoi. Penso che Ganimede vi starebbe assai bene, gli potresti dare un alone in modo che apparirebbe come San Giovanni dell'Apocalisse, portato al Cielo». Non è forse un caso che proprio Clemente VII, subentrato dopo la morte di Leone X quale committente della cappella funeraria di famiglia, avesse consigliato ancora una volta un completamento del programma iconografico in termini profano'mitologici consequenziali al modello, adottato già a Villa Madama, della dimora ideale del Principe come Casa del Sole.

Una complessa decorazione "temporale" occupa il cosiddetto Quartiere degli Elementi nel Palazzo Vecchio a Firenze ad opera di Giorgio Vasari. Commissionata dal Duca Cosimo de' Medici la decorazione si snoda attraverso una serie di camere, sale e loggiato, seguendo le invenzioni del letterato e pittore aretino.

Nell'ottica di una residenza privata dei Medici si può considerare anche il Casino, vale a dire il singolare complesso di fabbriche fatto edificare in Vaticano da Paolo IV a partire dal 1558 e decorata dal papa Pio IV a partire dal 1561, il quale, succedendo al Carafa, rimise in auge la cultura umanistica, circondandosi di letterati, artisti ed antiquari come Pietro Venale, Federico Barocci, Pierleone Genga, Federico Zuccari, Lorenzo Costa e Pirro Ligorio, il cui ruolo di antiquario e umanista'iconologo fu fondamentale per la configurazione del casino vaticano come "casa del Sole", ideale residenza del Signore.

E' straordinaria la continuità nelle committenze medicee della metafora solare'temporale per la glorificazione della propria dinastia. Sono ancora Pio IV e Pirro Ligorio i protagonisti di un altro intervento decorativo dove vengono riproposte le medesime tematiche legate ed attualizzate sia alla cultura scientifica che a quella emblematica del tempo. Mi riferisco alla decorazione delle logge al terzo piano del Palazzo Vaticano, decorate subito dopo l'elezione al soglio pontificio di Pio IV, a partire dal 1561: qui ancora una volta la cultura pagana e le tematiche classiche convivono con quelle cristiane in un sapiente sincretismo in cui la simbologia medicea diventa funzionale all'alta missione del pontefice.

Con la salita al soglio pontificio di Pio IV un altro palazzo mediceo romano viene decorato secondo la tradizione della famiglia. A partire dal 1561 infatti il Palatium di Giacomo Cardelli, dato in dono a Pio IV, divenne proprietà del Duca de' Medici assumendo il nome di Palazzo del Duca. Alla committenza del Monte risale la decorazione della loggia al pianterreno e al primo piano, attribuita a Prospero Fontana, come anche il soffitto con la Disputa delle Muse e delle Pieridi nella sala dell'ala sinistra del Palazzo. Dopo la morte di Giulio III e la confisca dei suoi beni (che erano stati acquisiti a spese della Chiesa, da parte della Camera Apostolica) il palazzo, in seguito ad una transazione stipulata fra la Camera Apostolica e i Del Monte, nella figura dell'erede Fabiano, figlio di Balduino, con l'intercessione di Cosimo I de' Medici, venne donato a Pio IV che trasferì la proprietà al duca di Firenze.

L'ultima stagione artistica del Palazzo fu dunque legata ai Medici che fecero costruire il secondo piano dell'edificio sopra la loggia, decorata da Jacopo Zucchi quando Ferdinando de' Medici ne fece la sua fastosa abitazione. Il pittore, a Roma già dal 1570-71, è documentato sicuramente al servizio di Ferdinando nel 1574 in una lettera del 2 ottobre relativa allo stato dei lavori, ma la sua attività per casa Medici è sicuramente precedente, risalendo probabilmente al 1572. Attualmente la decorazione commissionata dall'allora cardinale Ferdinando è limitata al soffitto delle due sale nella nuova costruzione. Ma i progetti del giovane cardinale dovevano essere ben più ampi e probabilmente riguardavano decorazioni che andavano a sostituire alcune delle precedenti, dove la presenza dei Del Monte era molto evidente ed insistita, non limitandosi agli emblemi araldici ma informando l'iconografia della maggior parte delle decorazioni delle sale.

Nelle due sale decorate da Jacopo Zucchi al secondo piano del Palazzo del Duca ritornano i classici temi ovidiani. In particolare nella prima sala il tradizionale carro del Sole trainato dai quattro cavalli, a significare le quattro parti del giorno, preceduto dall'Aurora che sparge fiori, occupa il riquadro centrale del soffitto. Infine, ai quattro angoli del soffitto sono rappresentate, come di norma, le quattro parti del Giorno: l'Aurora, il Giorno il Crepuscolo e la Notte. L'aderenza totale del programma iconografico alla casa del Sole descritta da Ovidio nelle Metamorfosi è personalizzata dagli emblemi araldici del committente, come dimostrano le palle medicee e il cappello cardinalizio nel festone con giochi di putti che corre intorno al riquadro centrale della volta.

Più complessa e più ricca e sofisticata è la decorazione della cosidetta sala degli Elementi dove Iacopo Zucchi dà sfoggio della sua conoscenza botanica e zoologica, che si ritroverà nello studiolo del casino di Villa Medici. La struttura della decorazione, simile a quella della sala degli Elementi di Palazzo Vecchio decorata da Vasari fra il 1555-58, è abbastanza lineare nelle tematiche generali, vale a dire la rappresentazione degli elementi, ma piuttosto complessa sia nelle iconografie che rivelano delle fonti letterarie specifiche, sia nella presenza di emblemi con i relativi motti.

Circa negli stessi anni Ferdinando de' Medici, dopo l'acquisto della villa del cardinale Giovanni Ricci nel 1576, incaricò Bartolomeo Ammannati di ridisegnare e ristrutturare la villa, e di costruire un piccolo edificio lungo le mura aureliane, che doveva diventare il luogo di ritiro del cardinale sul modello degli studioli umanistici. La decorazione di questo luogo venne affidata a Jacopo Zucchi fra il 1576 e il 1577 con temi ancora una volta "solari", chiaramente celebrativi del committente attraverso il luogo, vale a dire la nuova dimora del Pincio. Sulla volta dello stanzino infatti all'interno di una ricca decorazione a grottesche l'Aurora campeggia al centro circondata dai venti, che danno l'orientamento del luogo, dalle Stagioni, Venere per la Primavera, Cerere per l'Estate, Bacco per l'Autunno e Saturno per l'Inverno. Immagini allegoriche nella pregevole decorazione a grottesche, ripropongono, come di consueto gli stessi temi stagionali. La decorazione è completata da piccole vedute della villa che testimoniano le varie fasi di costruzione. Un piccolo stanzino dunque dove l'elemento naturalistico, sul tipico schema cosmologico, è finalizzato ad individuare e dunque celebrare la nuova dimora la cui immagine è riprodotta attraverso la sua memoria storica all'interno della decorazione. Nella volta la presenza di tondi con le favole di Esopo, molto rare nell'iconografia cinquecentesca, ripropone probabilmente, in veste allegorica, quell'interesse scientifico che si manifesta nelle decorazioni in basso con deliziosi animali nel tipico gusto di Jacopo Zucchi già a Palazzo Firenze e anticipano l'esplosione naturalistica sulla volta della sala grande, il vero e proprio studiolo di Ferdinando, che simula una sorta di voliera popolata dalle più esotiche speci di uccelli, una vera e proprio enciclopedia scientifica figurata.

Ma il tema solare'temporale viene riproposto in termini più intellettuali nelle due sale al piano nobile del corpo centrale della villa: la sala degli Elementi e la sala delle Muse. Successive ai lavori di Zucchi in Santo Spirito in Sassia e nella sala Vecchia degli Svizzeri in Vaticano le decorazioni delle due sale, analoghe nella struttura del soffitto decorato con grandi tele e fregi intorno, rivelano la presenza di aiuti, fra cui Giovanni Alberti, Matteo Brill e Francesco Zucchi. Queste due sale costituiscono, insieme al salone, le più importanti del palazzo e la loro decorazione dovrebbe concidere con la collocazione alla fine del 1584 dei rilievi antichi sulla facciata del giardino. La struttura del soffitto della sala degli Elementi ripropone l'antica tipologia delle case romane a riquadri geometrici e presenta al centro un'insolita iconografia: il matrimonio di Giove e Giunone officiato da Opi alla presenza di Plutone, Nettuno e Pan. Ai quattro lati del soffitto delle figure femminili si possono identificare con le ninfe di Giunone. I soggetti di questa figurazione complessiva e il loro significato hanno un precedente nella sala degli Elementi di Palazzo Firenze. La sala cosidetta delle Muse presenta una decorazione strutturata in maniera analoga a quella della sala degli Elementi. Al centro in un grande ovale la scena principale rappresenta Giove insieme a Minerva e ad un'altra figura femminile che dallo strumento musicale che tiene in mano si può subito identificare con una Musa. Tale identificazione è confermata dalle altre otto figure femminili nei quattro ottagoni laterali e nei due quadrati al centro dei lati brevi, fra gli ottagoni. Ma la decorazione si configura come una complessa struttura astrologica in cui ogni Musa è accompagnata da segni zodiacali. Giove in posizione centrale rispetto al consesso delle Muse sembra prendere il posto di Apollo appropriandosi anche dell'alloro. Una identificazione fra Giove ed Apollo era stata a quella data codificata da Vincenzo Cartari nel suo trattato sulle Immagini degli dei (1556). Nel frontespizio del Sintagma de Musis di Lilio Gregorio Giraldi, stampato a Strasburgo nel 1511, Giove è il principio delle Muse: «ab Jove principium Musae». L'opera è conosciuta e quasi parafrasata da Lomazzo nel suo trattato Della Forma delle Muse del 1591 dedicato a Ferdinando de' Medici. Anche la presenza della testa "panica" in mano a Tersicore evidenzia, come già nella sala degli Elementi, la componente cosmica del programma iconologico secondo la tradizione medicea.

Giove dunque diventa il principio motore dell'Universo dove le Muse in relazione alle sfere planetarie assumono una funzione cosmica e sovrintendono all'armonia universale secondo quanto riferisce Platone nel X libro della Repubblica sulla scorta del pensiero pitagorico: «Sull'alto di ciascuno dei suoi cerchi stava una Sirena che, trascinata in quel movimento circolare, emetteva un'unica nota su un unico tono; e tutte e otto le note creavano un'unica armonia» (X, 617 b). La centralità della figura di Giove che sostituisce quella di Apollo - Sole si può far risalire alla composizione della cupola della cappella di Agostino Chigi in Santa Maria del Popolo, dove le otto sfere celesti sono messe in movimento dal gesto creatore di un Giove cristiano.

La figurazione complessiva, con la presenza delle quattro Stagioni negli spazi triangolari di risulta intorno all'ovale centrale, dei quattro elementi rappresentati ancora una volta dalle divinità mitologiche (Giunone - Aria,  Vulcano - Fuoco, Opi - Terra, Nettuno - Acqua) e dei quattro temperamenti negli ovali sulla cornice esterna sembra dunque riproporre ancora una volta quella struttura solare di cui parla Ovidio al centro della quale la divinità solare come motore di tutte le cose viene sostituita da Giove, la massima divinità dell'Olimpo identificabile più direttamente con la figura del Principe committente della decorazione il cui programma iconografico è finalizzato alla celebrazione e alla esaltazione del suo ruolo.

Bibliografia

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