Rinascimento
Rinascimento
Peregrinus ubique: i primi anni
Segnala la pagina

"Nullaque iam tellus, nullus michi permanet aer; incola ceu nusquam, sic sum peregrinus ubique"

(Epystole III, 19, 15-16).

«Di nessun luogo son cittadino, dappertutto sono straniero». Peregrinus, in senso metaforico e reale, Francesco Petrarca  fu per tutta la vita, e il suo peregrinare cominciò prima ancora di venire al mondo.

Suo padre, ser Pietro di ser Parenzo, notaio fiorentino originario dell'Incisa in Valdarno, militava nel partito guelfo bianco. Venne pertanto travolto assieme alla sua famiglia dalla spirale degli avvenimenti che nei primissimi anni del Trecento sancirono la rottura fra le fazioni magnatizie di Firenze e portarono al "colpo di stato" della parte nera. Condannato dai nuovi reggenti della città al pagamento di una forte somma e alla perdita di una mano, riuscì a eludere la sentenza riparando ad Arezzo, assieme a sua moglie, Eletta Canigiani, il 20 ottobre 1302, così come aveva fatto nove mesi prima Dante, che egli pure conosceva. Tra l'aprile e il giugno 1304 poté tornare brevemente a Firenze al seguito del cardinale Niccolò da Prato, ma il precipitarsi della situazione politica lo costrinse di nuovo all'esilio.

Ad Arezzo   nasceva Francesco, all'alba di un lunedì 20 di luglio del 1304. Cinque mesi dopo la famiglia si trasferì all'Incisa, dove risiedette per sei anni, "nella villa paterna", «paterno in rure». Nell'estate del 1311 ser Petracco (che in quell'epoca già appare documentato con il cognome Petracca, quasi identico a quello che il figlio renderà famoso) si stabilì a Pisa sotto la protezione dell'imperatore Enrico VII, dove il bambino Francesco vide Dante, per poi decidere - una volta svanite le possibilità di un rientro a Firenze - di emigrare ad Avignone, sede papale già dal 1309. La vita caotica della città francese convinse ser Petracco, che aveva ottenuto un incarico presso la corte di papa Clemente V, a mandare moglie e figli alla vicina Carpentras, dove Francesco cominciò a familiarizzare con le arti del trivio sotto la guida del vecchio maestro Convenevole da Prato .

Due sono gli aspetti di questi primi anni di vita del Petrarca meritevoli di riflessione. Anzitutto il legame strettissimo che da prima ancora della sua nascita si stabilisce fra le vicende politiche italiane e quelle biografiche del poeta. Figlio di esuli - ed egli fiorentino nato in esilio si considererà sempre - proprio per la sua condizione di fuoriuscito di seconda generazione potrà avere, oltre a una conoscenza diretta, anche una visione della situazione politica e culturale italiana sovrastante le lotte e i particolarismi locali, che osserverà con attenzione ma in cui non sarà mai coinvolto direttamente. Ciò gli permetterà di muoversi con disinvoltura fra i centri culturali e di potere italiani, ma gli procurerà anche incomprensioni da parte di chi invece viveva dall'interno la vita politica della penisola (si pensi alle critiche che gli rivolgeranno gli amici fiorentini a causa della sua decisione di stabilirsi a Milano).

In secondo luogo, sin dai primi anni di vita il suo itinerario esistenziale corre parallelo a quello delle vicende del papato. Se l'intervento di Bonifacio VIII era stato determinante per il trionfo dei guelfi neri e la conseguente messa al bando di ser Petracco e della sua parte politica da Firenze, il papato fu anch'esso esule durante la vita di Petrarca. A differenza di molti dei membri della diaspora trecentesca toscana, vittime delle successive "purghe" e accolti nelle corti settentrionali di cui diventeranno poco a poco l'ornamento letterario, è fra Avignone   e l'Italia che Petrarca collocherà i suoi momenti di riflessione politica, le sue scelte di vita, la dimensione non solo geografica del suo iter di uomo e di intellettuale.

Pubblicità
Pubblicità