Rinascimento
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Valchiusa: il philologus
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Di ritorno ad Avignone, a metà del 1337, il poeta decide di appartarsi dalla frenetica vita cittadina e cercare tranquillità nella pace campestre di Valchiusa, dove risiederà quattro anni, sino al 1341, «catturato dalla dolcezza» di quell'incantevole valle, «vallem... solitariam atque amenam» (Posteritati). Proprio al principio del "ritiro" di Valchiusa intesse un'amicizia destinata a durare con Filippo di Cabassoles, vescovo di Cavaillon, futuro destinatario del De vita solitaria.

A quest'epoca, Petrarca è già un personaggio conosciuto: è autore di un'esile raccolta di componimenti volgari, circolano i suoi versi latini, soprattutto si diffonde il suo prestigio come uomo di cultura: possiede una biblioteca già notevole (una cinquantina di volumi nel 1333), nutre sogni di gloria e lavora intensamente sui suoi libri. Gli anni dell'apprendistato sono finiti: se finora doveva la sua fama alle sue doti di filologo classico e poeta lirico soprattutto in volgare, a partire da quest'epoca di Valchiusa entra in scena con decisione lo scrittore latino. Petrarca concepisce e dà inizio a quelle che dovevano essere nelle sue intenzioni le due grandi opere della sua vita e della sua epoca: l'Africa e il De viris illustribus.

Al passaggio tra gli anni ‘30 e i ‘40, dunque, scorgiamo un Petrarca intento a costruire un'immagine di sé come agguerrito banditore del ritorno all'antichità modello di sapientia e fonte di verità perenni, orgogliosamente philologus e poeta in latino, uomo "di curia", intellettuale impegnato, "civile", ostentatamente alieno alle lettere sacre: e questa profonda erudizione classica egli si sforza di esprimere in opere di alta emulazione, dove predomina l'indagine appassionata del passato, il rigore storiografico e filologico, l'ansia di esaltare l'esemplarità dei classici costruendo un'opera dall'inconfondibile sapore antico.

Tale sforzo non è frutto solo di una decisione personale, di una folgorazione improvvisa, ma va letto alla luce sia della tradizione della poesia epica comunale mediolatina, sia del crescente interesse di Petrarca per la politica. Ne sono testimonianza i due componimenti in esametri indirizzati al domenicano Enea da Siena e a Benedetto XII (fra i suoi testi più antichi pervenutici, databili rispettivamente al 1331 e al 1335-36, poi confluiti nelle Epystole I, 3 e I, 2), in cui piange le sorti politiche dell'Italia e della città di Roma. Ora, nella sua veste di philologus con lo sguardo rivolto ai classici ma fiducioso anche «nella forza della poesia come forza di cultura, e nella forza della cultura come cemento di vita civile, e infine nella tenuta della vita civile come sostanza dello Stato [che] è essa stessa una struttura portante della civiltà italiana» (Feo 1991: 94), si prepara a congiungere filologia e politica. Ne scaturirà non solo l'Africa, ma anche una visione di sé stesso e del proprio ruolo di intellettuale che durerà almeno fino alla fine degli anni ‘40.

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