Nell'epistola Posteritati il Petrarca afferma che la composizione dell'Africa fu intrapresa a Valchiusa nel 1338, il venerdì santo, e prescindendo da quest'ultima precisazione, altra allusione chiaramente simbolica alla sacralità di questa data, l'indicazione del periodo in cui si affacciò l'idea dell'opera alla mente del poeta può essere presa per buona. Nella composizione del poema si possono individuare sostanzialmente tre fasi: una prima, anteriore al 1341, quando l'autore legge a Roberto re di Napoli parte dei primi due libri, in cui forte si sente lo sforzo d'imitazione del Somnium Scipionis di Cicerone; una seconda, di rapida scrittura del resto del poema, a Parma, di ritorno dall'incoronazione poetica, fra il 1341 e il 1342; una terza fase, infine, successiva alla morte del re (1343), in cui predominano i ritocchi sporadici, sembra venir meno la fede nelle ragioni artistiche dell'impresa, finché, pur avendola arricchita di qualche nuovo episodio, il poeta finisce, negli ultimi anni, per lasciare l'opera incompiuta.
Fra i pochi frammenti che circolarono in vita dell'autore il più famoso è senza dubbio il lamento di Magone morente (VI, vv. 839-918), divulgato contro la volontà del poeta da Barbato da Sulmona, e che gli procurò le critiche dei suoi contemporanei, i quali lo rimproverarono di aver messo sulla bocca di un pagano idee che sono proprie di un cristiano. Petrarca si difese sottolineando che il personaggio esprimeva quel sentire «humanum omniumque gentium comune» ("comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli": Senile II, 1, al Boccaccio) che trascende il cristianesimo perché appartiene all'humanitas, e che in realtà è ciò che alimenta le migliori pagine del poema: si pensi, per esempio, alla magistrale tessitura del racconto del dramma di Massinissa e Sofonisba. Si è parlato spesso di "freddezza", "erudizione", eccessiva fedeltà al dettato di Livio: è vero invece che Petrarca rielaborò in profondità le proprie fonti. In Claudiano (De consulatu Stilichionis, III, praef., 9) si legge, a proposito di Scipione: «advexit reduces secum Victoria Musas» ("la Vittoria portò con sé, reduci, le Muse"): da questo lieve suggerimento nasce, intessendo poi una molteplicità di altre suggestioni, l'episodio del libro IX in cui Ennio e l'Africano conversano di poesia sulla nave di ritorno in Italia. Parimenti, la bellissima «querimonia Magonis» prende le mosse da un semplice accenno di Livio XXX, 19, 5, in cui si dice che «Magone morì a causa della ferita, passata di poco la Sardegna».
La stessa imitazione del modello principe, l'Eneide, non è pedissequa: la storia virgiliana di Didone (Eneide IV) trova il suo pendant, nell'economia del poema petrarchesco, nell'episodio di Sofonisba; l'intercessione di Venere a favore dei Troiani presso Giunone (Eneide I, 220-295) corrisponde al dibattito fra Cartagine e Roma personificate davanti a Giove (Africa VII, 506-731).
In realtà, l'Africa è in ultima istanza un canto alla gloria della civiltà romana incentrata in Scipione che si risolve in una serie di singoli quadri spesso di notevole bellezza, seppure non ben correlati fra loro, in cui l'elemento lirico, in accordo con la vena del Petrarca, prevale su quello narrativo.
Rimane da chiarire il senso dell'impresa petrarchesca (e della sua incompiutezza). Come è sottolineato nella dedica a re Roberto, Petrarca vuole differenziarsi dal resto della produzione epica medievale e cantare non eventi contemporanei, ma antichi, come prima di lui fecero Omero, Virgilio, Stazio e Lucano. Se la menzione di Lucano (cantore proprio di storia contemporanea nella Pharsalia) è imputabile a una svista, è invece intenzionale l'omissione del ricordo dell'Alexandreis di Gautier de Châtillon, da Petrarca disprezzato ma di cui si riscontrano gli echi nell'Africa. Per Petrarca colpa dell'autore francese era l'aver dato una visione dell'antichità centrata sulla Grecia e non su Roma, autentica madre di civiltà. E sulla scia della romanità, di cui si sente erede, il poeta colloca l'attuale momento politico italiano, fatto di debolezze e servitù fino a quando un eroe, un «fortissimus vir» (II 309) non risolleverà le sorti del Paese. L'uomo del destino è Cola di Rienzo, che andrà cantato in figura nell'esaltazione di Scipione e della romanità. L'Africa si rivela così come il tentativo di dare un'epica agli italiani, il frutto di una meditata volontà di porre la notitia vetustatis al servizio dell'impegno civile, un'operazione che va molto al di là anche della propaganda politica.
Per questo Petrarca non cade nella tentazione dell'inno patriottico, della visione manichea della storia: «come Virgilio davanti a Didone, Petrarca davanti a Magone rinuncia alla sua romanità» (Feo 1991: 71): sono i vinti (come Magone) che esprimono una visione positiva dell'essere umano, quel qualcosa «humanum omniumque gentium comune». È il meccanismo che salva il poema dal cadere nell'ottusa propaganda, che riscatta sé stesso in quanto poema, e salva i vincitori dall'arroganza del potere.

