Se il De viris ci aveva condotto alla regione superiore in cui sono iscritti i nomi di Tito Livio, Svetonio, Cesare, i Rerum memorandarum libri ci guidano a quella del "minore" Valerio Massimo dei Facta et dicta memorabilia, che sono in effetti il principale modello, quello che fornisce l'apporto maggiore al contenuto e alla forma espositiva di quest'opera. Con una notevole differenza: agli «exempla romana» e «externa» di Valerio Massimo, Petrarca in ogni sezione aggiunge i «moderna». L'argomento consiste in sostanza nell'esemplificazione, attraverso le gesta di grandi personaggi, delle virtù cardinali, secondo uno schema di partizione che gli derivava da Cicerone (De inventione, II, 53-54).
Il primo libro dei Rerum memorandarum, così, «velut quidam totius operis vestibulum» ("a mo' di anticamera di tutta l'opera"), dedicato all'"ozio" e alla "solitudine", allo "studio" e all'"educazione", si propone di esporre le "precondizioni" della virtù, i «virtutum preludia». I libri II'IV sono dedicati interamente all'esemplificazione della prima virtù, la prudenza, con le sue tre suddivisioni. Sono conservate inoltre, sotto l'epigrafe De modestia, circa 60 righe che mostrano quanto Petrarca pensasse di seguire strettamente il piano proposto nel De inventione: perché, effettivamente, Cicerone distingue varie «temperantiae partes», cioè «continentia», «clementia», «modestia» (II, 54, 164). Ebbene, se i quattro libri e il brevissimo frammento che compongono attualmente i Rerum memorandarum occupano già un grosso volume, quali ne sarebbero state le dimensioni se avesse seguito il dettagliato programma di Cicerone, che si estende anche ai vizi?
Petrarca iniziò la composizione dell'opera nell'estate del 1343 in Provenza e la continuò in Italia fino al febbraio del 1345. Nel fuggire quell'anno da una Parma assediata, fuggiva anche, simbolicamente, dalla responsabilità di portare a termine un'opera delle proporzioni dei Rerum memorandarum (che non tornò più a toccare, e incompleta è giunta sino a noi). Gli esempi inseriti da Petrarca in ogni parte - suddivisi, come si è detto, in romani, stranieri e moderni - escludono intenzionalmente gli aneddoti biblici e agiografici e persino le citazioni delle Sacre Scritture; la loro estensione è piuttosto varia: alcuni si avvicinano alle duecento righe, altri non oltrepassano le quattro o cinque. Se ne veda uno dei più brevi, De studio et doctrina (I, 34,1):
Quintum hiis adiciam studiosum senem, Sophoclen; qui iuxta centesimum etatis annum, in extremo vite exitu, tragediam scripsit Edipoden, "qua sola - ut Valerius ait [Val. Max. VIII, vii, ext. 12] - omnium eiusdem studii poetarum preripere gloriam potuit": sicut sepulcro eius insculptum gloriosum sed veridicum epygramma testatur. [Quinto, aggiungerò a costoro un vecchio dedito agli studi, Sofocle. Questi, sulla soglia dei cent'anni, al limite estremo della sua vita, scrisse la tragedia Edipoden, "capace da sola - come dice Valerio Massimo - di strappare la gloria poetica a tutti gli altri poeti di genere tragico", come testimonia l'epigramma scolpito sul suo sepolcro, borioso ma veridico].
Siffatti esempi servono per trattare De ingenio et eloquentia ("L'ingegno e l'eloquenza"), De facetiis ac salibus illustrium ("Motti e facezie dei potenti"), De mordacibus iocis ("Gli scherzi pesanti"), De oraculis ("Gli oracoli"), De sompniis ("I sogni") e così via. Le Res memorandae si mostrano evidentemente abbastanza attardate se paragonate al De viris, rispetto al quale sono sì più attraenti perché ammettono figure di contemporanei (è così che vi appaiono Dante, Azzo, i Visconti, i Colonna, Roberto d'Angiò, Clemente VI), ma la loro tecnica da exemplum non riesce tuttavia a superare una concezione aneddotica, che si conclude nella brevità dell'evento narrato, della risposta ingegnosa, dell'azione eroica: il piano psicologico, lo studio dei caratteri - distintivo dei migliori momenti del De viris vengono a mancare nei Rerum memorandarum libri, così ameni, così abbondanti di indizi, sia pure appena accennati, che fanno intravedere tutto il profilo del Petrarca, così ingegnosi, ma pure, a dire il vero, così insoddisfacenti. La loro stessa struttura chiusa, perfettamente organica, è responsabile, soprattutto nel confronto con il contenitore aperto, flessibile del De viris, dell'abbandono da parte del poeta di un progetto che aveva esaurito in se stesso le proprie possibilità.

