Rinascimento
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Il Bucolicum carmen
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Nell'isolamento di Valchiusa prese corpo fra il 1346 e il 1348 un insieme di dodici egloghe, dallo stesso Petrarca chiamato Bucolicum carmen. Successivamente corrette e trascrittenel codice autografo Vaticano Lat. 3358, firmato a Milano nel 1357, le egloghe subirono un nuovo processo di revisione a partire dal 1359, divisibile in tre fasi: una prima, su ispirazione del Boccaccio che proprio in quella primavera, ospite del poeta, le aveva lette; una seconda, nel 1361, in occasione dell'invio dell'opera al cancelliere imperiale Giovanni di Neumarkt; infine una terza, più sostanziosa, le cosiddette "grandi giunte", «additiones illas magnas» (Varie 65), condotta a Venezia intorno al 1365, stimolato dalle conversazioni con il suo amico il cancelliere della Repubblica Benintendi Ravagnani. Solo nel 1366, dopo ulteriori piccoli ritocchi, l'autore dà per conclusa l'opera, peraltro già diffusa in molte sue parti.

Frutto di una rilettura attenta delle egloghe di Virgilio e del commentatore Servio (di ispirazione serviana è il titolo), il Bucolicum carmen contiene sia elementi di continuità che di rottura e superamento di quanto prodotto fino ad allora nel genere bucolico. Rispetto al modello virgiliano, vi è la volontà di non limitarsi a costituire una raccolta di egloghe, ma bensì di costruire un'opera organica. Tale scelta è resa evidente sia nella decisione di fissare in dodici il numero dei componimenti (dodici come i libri dell'Eneide, contro le dieci Bucoliche), sia nella strutturazione interna del libro. Per temi e toni sono infatti individuabili tre gruppi di quattro egloghe ciascuna, che disegnano del poeta «una sorta di autobiografia simbolica» (Ariani 1995: 671): nelle prime quattro viene trattato il tema della poesia; il secondo gruppo elabora temi politici; nel terzo si riprendono elementi dei primi due gruppi, rivisti alla luce della riflessione sulla morte.

I dodici dialoghi fra pastori vanno letti, seguendo la tradizione serviana poi amplificata dall'uso medievale, in chiave allegorica. Lo chiarisce lo stesso Petrarca in una delle Familiares (X, 4) diretta a suo fratello Gherardo per illuminarlo sulle altrimenti oscure allegorie della prima egloga (che svolge anche funzione di proemio), intitolata Parthenias. In essa Silvio e Monico (trasparenti travestimenti di Petrarca e Gherardo) discorrono - alla maniera dei Titiro e Melibeo virgiliani - della poesia profana classica e di quella cristiana sacra (incarnata dai Salmi biblici), mettendo in scena una tenzone letteraria, ma anche esistenziale, tutta interna alla psicologia petrarchesca.

L'egloga II (Argus, dal nome del mitico pastore dai cento occhi) è un lamento per la morte di Roberto d'Angiò, protettore della poesia e giudice nell'incoronazione poetica del 1341; la III (Amor pastorius) è incentrata sulla figura di Laura trasfigurata nel mito di Dafne; la IV (Dedalus) tratta dell'ispirazione poetica. Nelle successive egloghe convivono le forme della convenzione pastorale con i toni accesi e a volte persino violenti dei significati politici della lettura in chiave. Ecco quindi l'esaltazione della Roma di Cola di Rienzo (V, Pietas pastoralis), le invettive contro la corte avignonese (VI, Pastorum pathos; VII Grex infectus et suffectus), l'addio del poeta al cardinal Colonna, dal quale annuncia il proprio distacco per aderire al progetto di Cola (VIII, Divortium). E i colori diventano spesso cupi nelle ultime quattro egloghe, su cui pesa la presenza della peste (IX, Querulus), scritte dopo la morte di Laura, rimpianta nell'egloga X, (Laura occidens) e glorificata nella successiva (XI, Galathea). Il libro si chiude con un'allusione alla guerra tra Francia e Inghilterra, trasfigurata nel conflitto tra i pastori Pan e Artico (XII, Conflictatio).

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