Le riflessioni sulla politica italiana e sulle conseguenze della cattività avignonese dei Papi, che costituivano il sostrato intellettuale del Petrarca poeta "civile", registrarono un'accelerazione notevole nel 1347 in occasione del "colpo di stato" romano di Cola di Rienzo.
Il primo incontro di Petrarca con Cola era avvenuto nell'autunno del 1342 ad Avignone, quando questi, alla testa di un'ambasceria inviata dai "tredici saggi" («tredecim boni viri») di parte popolare che avevano temporaneamente assunto il potere a Roma, poté descrivere a papa Clemente VI la tragica situazione in cui versava la Città Eternaed esporre l'opinione del partito popolare cittadino sulle riforme istituzionali da realizzare. Proprio per intercessione del Petrarca, che rimase affascinato dalla sua eloquenza e con il quale strinse amicizia, Cola ottenne dal Papa il titolo di notaio della Camera romana. Accomunava i due uomini non solo la passione per la riscoperta dell'antichità, ma anche la coscienza di appartenere a una cultura, quella classica, di cui essi stessi incarnavano nel presente i valori: «uno degli aspetti della personalità di Cola che più dovette affascinare Petrarca fu la sua volontà di coniugare teoria e prassi, sogni e realtà, letteratura e politica». È certo che ad Avignone i due lessero e meditarono insieme le pagine di Tito Livio, «che parlavano di Roma repubblicana e delle sue istituzioni» (Feo 1992: 122)
Quando - cinque anni più tardi - giunsero ad Avignone le notizie della sollevazione del 20 maggio 1347 e della proclamazione di Cola a tribuno del popolo, la reazione di Petrarca fu entusiasta: redasse la cosiddetta epistola hortatoria (Varie XLVIII) diretta al popolo romano per esortarlo ad appoggiare la nuova repubblica (di cui cantò la futura gloria nell'egloga V) e si accinse a recidere i vincoli che lo legavano a Giovanni Colonna. Da tempo Petrarca viveva con insofferenza (riflessa nei toni aspri dell'egloga VIII, la celebre Divortium destinata ai Colonna) la relazione con il cardinale e la sua famiglia. Se in altre epoche i Colonna avevano dischiuso al giovane filologo le porte di biblioteche altrimenti non accessibili, se erano stati la chiave per inserirsi nel mondo cosmopolita della corte papale, se avevano diretto la grande operazione dell'incoronazione poetica del 1341, adesso erano soprattutto gli appartenenti a una fazione politica che osteggiava fortemente il progetto di restaurazione imperiale di Cola. Petrarca non lesina il proprio appoggio di intellettuale al tribuno, rivolgendogli nuove lettere cariche di elogi e consigli (Sine nomine 2 e 3).
Ma l'illusione della resurrezione della Roma antica fu "breve sogno". Passata l'estate di quello stesso anno, Cola comincia a mostrare i suoi limiti di dirigente colto ma inesperto di politica. Prima dell'abdicazione del tribuno del dicembre del 1347, Petrarca è a Genova in cammino verso Roma e il 29 novembre gli rivolge una nuova lettera (Familiares VII, 7) in cui gli elogi lasciano il posto ai rimproveri. Gli rinfaccia gli eccessi, le indecisioni, non la legittimità dei suoi obiettivi, ma l'incostanza nel perseguirli.
Per Petrarca l'avventura di Cola rappresenterà una disillusione cocente e forse la fine del sogno "repubblicano" e l'inizio di un avvicinamento alle più concrete possibilità offerte da una restaurazione imperiale, ma non cambierà la sostanza profonda della sua visione politica. Ormai in rotta con la curia avignonese e con i suoi vecchi protettori (a cui farà giungere tardi le poco sentite condoglianze per la morte dei loro congiunti caduti a Roma nella lotta contro Cola, Fam. VII, 13), egli non è più «il grande filologo e bibliofilo» capace di presentarsi in politica come «abile navigatore di corti, ma anche alleato di un autentico rivoluzionario»; ora è piuttosto il «servitore e amico di signori o tiranni, grande maestro di vita civile, con forti ripiegamenti religiosi, il difensore della sua fama e sistematore dei suoi opera omnia; in politica il suggeritore discreto di potenti, il cauto portatore di ambascerie» (Feo 1991: 59).

