Come si evince dall'epistola proemiale, l'idea di riunire in un'opera organica i versi latini che veniva componendo da più di vent'anni dovette presentarsi al Petrarca intorno al 1350, nell'ambito di quell'ampio ripensamento esistenziale che lo porterà a organizzare le tre grandi raccolte "autobiografiche" di Canzoniere, Familiares e, appunto, Epystole. Nel 1351 il poeta operò una cernita fra i suoi scritti giovanili, affidandone molti alle fiamme e separando tra i restanti la prosa (le Familiares da dedicare a Ludovico di Beringen) dalla poesia (Familiares I, 1): gli Epystolarum libri tres, conosciuti comunemente, ed erroneamente, come "Epystole metrice", raccolgono 66 componimenti in esametri, suddivisi in 14 nel I libro, 18 nel II, 34 nel III, e dedicati a Barbato da Sulmona.
La maggior parte di essi furono redatti fra il 1331 e il 1351, ma comprendono anche esercizi poetici assai precoci, come il Panegyricum in morte della madre Eletta (I, 7) e prove posteriori come l'Epystola III 29, composta nel 1359 per la nascita di Marco Visconti. La scelta dei testi venne effettuata non solo in base alla loro qualità poetica, ma anche sulla scorta del modello oraziano operante nella varietà dei contenuti, nella medietas dello stile, nelle soluzioni metriche, ed evocato del resto sin dal titolo. Così, sappiamo per esempio che dalla raccolta rimasero esclusi almeno un carme in distici e - certo a causa del sapore "medievale" del metro - un'epistola in esametri rimati diretta a Filippo di Cabassoles, la famosa Exul ab Ytalia.
Tramandate da parecchi codici, varie delle Epystole circolavano sciolte e in versioni non sempre corrette ben prima della decisione di Petrarca di raccoglierle. Nel 1364 egli ne dispone infine la pubblicazione, probabilmente motivata più dalla volontà di presentare un testo autorizzato di un materiale già diffuso e quindi non altrimenti controllabile, che dall'intimo convincimento della bontà di una esperienza poetica giovanile ormai sorpassata e in cui egli stesso non credeva più: «Ipse michi collatus enim non ille videbor» ("io stesso, paragonandomi con quello d'allora, non mi sembro più il medesimo", I, 1, 47) dice volgendosi indietro a quel giovane Petrarca ormai visto come distante. Il processo di raccolta, ordinamento e pubblicazione implica comunque anche un'attenta opera di revisione cui sono attribuibili non solo le varianti testuali dei codici, ma anche la sostanziale omogeneità stilistica della redazione finale, tràdita, tra gli altri, dal codice Laurenziano XXVI sin. 3, trascritto da fra Tedaldo della Casa, e soprattutto dal Laurenziano Acquisti e Doni 687, che offre una redazione molto vicina all'originale d'autore.
Nelle Epystole troviamo trattati, come si diceva, una gran varietà di temi: il vissuto quotidiano, descrizioni paesaggistiche (Valchiusa o Selvapiana), il ricordo dell'incoronazione poetica (II 1), l'esaltazione della poesia, gli elogi e i ricordi di amici, come l'invito rivolto a frate Dionigi a sostare nella sua casa(i «limina fida») di Valchiusa (I, 4), e i carmi «al suo Lelio» (I, 8) o ai Colonna (per esempio, I, 10, III, 1, III, 4, tutti al cardinale Giovanni, o la splendida evocazione, uno dei componimenti più belli della raccolta, questa volta diretta a Giacomo, del suo stato interiore: «quid agam, que vita michi rerum mearum / qui status est» ("cosa io faccia, qual sia la mia vita e il mio stato", I, 6); e ancora le invocazioni ai Papi, all'Italia, le riflessioni politiche, e così via. Predomina l'atteggiamento confidenziale verso l'interlocutore, il tono spesso ameno, a volte pensoso, mai sarcastico, lo scarto minimo fra i registri stilistici anch'esso rispondente alla medietas propugnata dal modello oraziano, arricchito da frequenti reminiscenze ovidiane e virgiliane. Si va così dalla poesia delle piccole cose con sullo sfondo i grandi temi esistenziali (il passare del tempo , il dolore del ricordo ), all'introspezione psicologica (come nel carme Ad se ipsum, I, 14, lungo soliloquio su se stesso), alla rappresentazione della passione amorosa , con punti di contatto sia con passi delle Familiares sia con liriche del Canzoniere.
Più che la varietà dei risultati, è la molteplicità dei temi a creare seri squilibri nella dispositio dell'opera nel suo complesso, evidenti soprattutto nel III libro, a conferma del carattere miscellaneo di testi - in alcuni casi minori - di difficile collocazione in altre raccolte o sotto altre etichette. L'immagine che Petrarca ci trasmette di sé resta comunque quella dell'intellettualeche nulla chiede alla vita materiale («nil cupio, contenta est vita paratis», "nulla io desidero e di quel che ho son contento", I, 6, 4), ripiegato sulla propria scrittura, in equilibrio fra dimensione domestica e proiezione pubblica.

