Rinascimento
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Il Canzoniere IV. Tradizione, modelli, imitatio
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Naturalmente, una poesia raffinata come quella del Petrarca non nasce dal nulla. La capacità del poeta risiede anche nella qualità del suo uso della tradizione, poetica e non solo, anteriore. Tutto un tessuto di echi e reminiscenze della poesia classica e medievale sottende la produzione lirica petrarchesca. Se si scorrono le pagine di un qualsiasi lirico trecentesco non è difficile rinvenire fonti dirette o reminiscenze puntuali: i riferimenti sembrano come meccanicamente presi di peso, situandosi in una prassi poetica che, dopo la "rivoluzione" della Commedia dantesca, era andata perdendo i caratteri della pura lirica d'amore per allargarsi ad altre tematiche, con ciò rinunciando alla qualità di genere "alto" che l'aveva contraddistinta sino agli stilnovisti. Completamente diverso l'atteggiamento del Petrarca, nel quale le "fonti", classiche, medievali e contemporanee, subiscono un processo di "occultamento", di reimpasto, un ri'uso mirante a fonderle in un organismo nuovo che restituisce alle singole "tessere" del mosaico una coerenza e un'armonia espressiva sconosciute a qualunque poeta dell'età sua.

D'altronde, il Petrarca aveva ben chiare le idee sull'imitatio: alcuni autori sono per lui «la parte più intima della sua anima», assimilati al punto da non saper più riconoscere un prestito; altri, egli ha posto «nell'atrio della memoria», ossia può sempre riconoscere la loro citazione. Per lui, il poeta «si può avvalere dell'ingegno e del colorito altrui, non delle altrui parole; poiché quell'imitazione [...] è propria dei poeti, questa delle scimmie [...] Che si scriva così come le api fanno il miele, non raccogliendo fiori ma mutandoli in miele, in modo da fondere diversi elementi in uno solo, e questo diverso e migliore» (Familiares XXIII, 19, 13'14; trad. Santagata). La metafora dell'ape, insieme a quella della somiglianza del figlio col padre e altre ancora, evidenziano la profonda coscienza riformatrice che egli assume nei confronti della tradizione lirica, una coscienza che consiste soprattutto nel rimettere "in ordine", nell'eliminare tutto ciò che è contingente, occasionale, introducendo il rigore formale tipico della scuola stilnovista coniugato con la ricchezza e la plasmabilità che Dante aveva per sempre conferito alla tradizione poetica e alla lingua italiana.

Così, ritroviamo nel Canzoniere, fusi in un mirabile equilibrio, ma naturalmente in diversa misura, pressoché l'intera lirica alta duecentesca, dai toscani, Guittone in testa (mentre Dante lo detestava), gli stilnovisti (Guinizzelli, Cavalcanti, Cino da Pistoia). Dante è certo l'autore più presente nel Petrarca, tanto per la presenza della Commedia quanto per la Vita nuova, importante riferimento anche a livello strutturale, come si è accennato in precedenza. Dopo la morte di Francesco da Barberino (1264'1348), Petrarca è forse in Italia l'unico che può vantare un dominio assoluto della poesia provenzale: la tradizione trobadorica si riflette nella presenza di praticamente tutti i poeti in lingua d'oc, dal caposcuola Arnaut Daniel giù giù sino a Sordello.

Ma quest'opera di rifusione e reimpasto non sarebbe mai stata completa se il Petrarca non avesse fatto valere nella costruzione della propria lirica la sua superiore conoscenza dei classici latini. In particolare, va segnalata la funzione strutturante, di auctoritas che l'umanista assegna alle grandi raccolte poetiche antiche: tutte interpretabili come "canzonieri", perché tutte fondate sull'amore per una fanciulla, da Catullo a Properzio a Tibullo, Ovidio. Naturalmente, domina nelle relazioni intertestuali la presenza di Virgilio e Orazio, ma compaiono non occasionalmente anche Lucano, Stazio, Giovenale, nonché prosatori come Cicerone e Plinio, fino a giungere alle estreme propaggini della latinità classica, Ausonio e Claudiano. Infine, bisogna aggiungere i Padri (su tutti l'amato Agostino), gli autori mediolatini, da Abelardo ad Alano di Lilla, e naturalmente la massiccia presenza della Bibbia. La grande novità, già accennata, non è l'estensione della cultura del Petrarca, ma la capacità di far interagire questi filoni all'interno del genere della lirica amorosa di cui egli rivendica la preminenza, anzi l'esclusività nella tradizione volgare. Un'interazione, si ricordi, mai meccanica, ma rifusa in un impasto che oblitera totalmente gli ingredienti originari.

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