Rinascimento
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Il Canzoniere V. Immagini, metafore, topoi
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Petrarca, si è visto, utilizza, riattualizzandole, le tradizioni poetiche precedenti. Questo non solo a livello di singoli sintagmi o versi, ma anche, com'è naturale, sul piano delle immagini, delle metafore, dei tópoi che erano andati costituendo il genere lirico occidentale. Tutto un universo di immagini di antichissima origine ricompare nel mondo poetico petrarchesco.

Un caso emblematico è quello del mito "dafneo". Racconta Ovidio nelle Metamorfosi (I, 452-567) che Dafne, la ninfa figlia di Peneo, inseguita da Apollo innamorato di lei, quando si vide raggiunta supplicò il padre di tramutarla in lauro: da allora, l'alloro è il simbolo apollineo del canto poetico . Il racconto ovidiano diviene uno dei cardini della simbologia petrarchesca: Laura sarà l'emblema del "lauro" poetico, come dire il mezzo, il motore della poesia. Nel sonetto 313, il poeta piange l'amata morta:

Ella ‘l se ne portò sotterra, e ‘n cielo ove or trïunpha, ornata de l'alloro che meritò la sua invicta honestate (vv. 9-11)

Nella sestina 30, Giovene donna sotto un verde lauro, celebrando il settimo anniversario dell'innamoramento, il lauro appare tra le parole-rima a simboleggiare l'eternità del suo amore (qui appare per la prima volta il gioco di parole lauro/l'auro, cioè "l'oro" come nel sonetto 90 ). Numerosissimi sono gli esempi, ma basterà ricordare il sonetto 269, Rotta è l'alta colonna e ‘l verde lauro, in cui sono accomunati nel pianto il cardinale Colonna e la donna amata:

Tolto m'hai, Morte, il mio doppio thesauro che mi fea viver lieto et gire altero, et ristorar nol pò terra né impero, né gemma orïental, né forza d'auro (vv. 5-8)

Un'altra serie di metafore, particolarmente significativa, è costituita dalle immagini guerresche, in cui l'amata è «dolce nemica», e il senso di smarrimento, di alienazione, la lotta interiore del poeta sono «guerra». Gli antecedenti si ritrovano nella poesia trobadorica come in quella stilnovista, dove la «saetta» amorosa penetra attraverso gli occhi sino al cuore. Già sul principio dell'opera (RVF 3, Era il giorno ch'al sol si scoloraro):

Trovommi Amor del tutto disarmato, et aperta la via per gli occhi al core, che di lagrime son fatti uscio et varco. però al mio parer non li fu honore ferir me de saetta in quello stato, et voi armata non mostrar pur l'arco (vv. 9-14).

Nella canzone alla Vergine (366):

Vergine, s'a mercede miseria extrema de l'humane cose già mai ti volse, al mio prego t'inchina, soccorri a la mia guerra, bench'i' sia terra, et tu del ciel regina. (vv. 9-13).

Immagine di derivazione dantesca è quella dell'amante "pietrificato" dall'amata o della donna'pietra: «Il motivo petroso scorre attraverso tutto il Canzoniere, concretandosi in immagini e situazioni... identiche a quelle tramandate da Dante [...]» anche se delle due possibilità insite nella metafora, "amante pietrificato" e "donna'pietra", «Petrarca, a differenza di Dante, si sofferma con maggiore insistenza sulla seconda» (Possiedi 1974: 536). Prendiamo la canzone 23, Nel dolce tempo de la prima etade, la famosa canzone "delle metamorfosi", in cui Petrarca rievoca le tappe giovanili dell'amore per Laura: nella quarta stanza il poeta sperimenta la terza metamorfosi, in pietra per l'appunto, come il Batto ovidiano (Metamorfosi II, 676-707): «[…] fecemi, oimè lasso / d'un quasi vivo et sbigottito sasso» (vv. 79-80).

Altre metafore ricorrenti sono quella della "neve" - cui è paragonato il pallore luminoso di Laura - quella della Fenice, che muore per poi risorgere dalle proprie ceneri, quella della nave, a significare la vita tempestosa che cerca un porto sicuro di salvezza, o quella del "pellegrino", immagine di alienazione e sofferenza già presente nella Bibbia, ma, riferita al "pellegrino d'amore", propria dei poeti provenzali, e presente anche in Dante e nella poesia stilnovistica: si pensi al sonetto 16, Muovesi ‘l vecchierel canuto e biancho, in cui il poeta si paragona al vecchio pellegrino che s'incammina verso Roma per vedere l'immagine di Cristo, così come lui vaga cercando la «disiata forma vera» della sua donna.

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