È nozione ben nota che il Petrarca fonda il linguaggio poetico italiano. La sua è naturalmente una lingua formata sulla tradizione romanza anteriore e contemporanea, con apporti soprattutto da Guittone e Dante, ma con l'orecchio teso anche al provenzale e, naturalmente, al latino. L'operazione petrarchesca rispetto alla lingua consiste fondamentalmente nel rifuggire gli estremi, nel ricondurre cioè la lingua della lirica alla precisione, all'unità di tono e di lessico, alla medietas.
Se si confronta, come fece Gianfranco Contini in un celebre saggio sulla lingua del Petrarca, tale atteggiamento con l'operazione di espansione della lingua, l'uso dei più vari registri linguistici, il "plurilinguismo" in definitiva, di Dante, si comprenderà tutta la portata di questa operazione che potremmo chiamare di "restaurazione" effettuata dal Petrarca. Non estranea a questo atteggiamento dovette essere la circostanza biografica della lontananza da Firenze, per cui il fiorentino fu sì la sua lingua materna, ma, immerso com'era in un ambiente in cui convivevano il latino, il francese, il provenzale e i più vari dialetti italiani, dovette essere per lui una lingua priva di condizionamenti municipali, lontana, "oggettivata", e dunque passibile di essere sottoposta a una sorta di sistemazione critica. Di "defiorentinizzazione", in questo senso, parla ancora il Contini; processo bilanciato dall'esclusione, in linea generale, di vocaboli di derivazione straniera (per esempio, il suffisso in 'anza: «rimembranza», «tardanza» ecc.): «Luogo prossimo e luogo remoto sono cancellati del pari. Se la lingua del Petrarca è la nostra, ciò accade perché egli si è chiuso in un giro di inevitabili oggetti eterni sottratti alla mutabilità della storia» (Contini 1992 [1951] : 67). In tale direzione, Petrarca elimina le "ali estreme" del registro linguistico, ossia il lessico "basso", colloquiale, espressionistico, da un lato, e quello "sublime" o arditamente sperimentale (si pensi a neologismi danteschi come «inmiarsi»), dall'altro.
Unilinguismo non significa però immobilità: Petrarca conosce l'arte della variatio stilistica, e sa quindi adeguare il linguaggio al tono, come per esempio nelle invettive contro la curia papale, dove appaiono termini come «luxuria», «lezzo», «Belzebub» (136), «sacco», «Baldacco» (137), tutti unici nel Canzoniere. In un tessuto complessivamente omogeneo, dunque, spuntano oscillazioni (per esempio: fera/fiera, fuoco/foco, divenute poi tipiche del linguaggio poetico italiano) o tratti di altra provenienza: settentrionalismi («ilustre», «richeze»), localismi tosco'fiorentini («ancidere», «vegghiar»), latinismi o cultismi derivati in particolare dalla tradizione siciliana e stilnovista («ancille», «aere»; la rima siciliana altrui/vui, un unicum in Petrarca): un impasto dotato di un mirabile equilibrio grazie alla capacità di «assunzione, con prodigiosa perizia, di disparati elementi linguistici in una sintassi levigata di segno inconfondibilmente personale nel tono e negli andamenti» (Vitale 1996: 541).

