Rinascimento
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Il Canzoniere VIII. Stile
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Già sulla soglia dei RVF ci si fa incontro «il vario stile» (I, 5) a indicare la varietà «tematica e tonale delle rime» e l'erratico peregrinare del soggetto, in senso morale (Santagata 1996: 9). La varietà stilistica rifletterà la varietà dei moti dell'animo, in una fusione tra vita e letteratura di cui la parola, ricomposta nel superiore disegno del "racconto", è l'unica possibile testimonianza. Di qui l'attenzione strenua che il Petrarca riserva allo stile: i suoi autografi sono pieni di note in cui critica se stesso («hic non placet», «dic aliter»), respinge una frase confusa («attende ambiguitatem sententie») o, più di rado, segnala la sua soddisfazione («hic placet pre omnibus»).

I componimenti del Canzoniere hanno spesso una struttura basata sulla dicotomia (per parallelismo o antitesi ): l'antitesi, in particolare, è stata riconosciuta come uno dei procedimenti stilistici più cari al Petrarca, «vivo e originale mezzo di espressione, strettamente legato al nucleo profondo» della sua arte, per mezzo del quale, se da un lato si pone in rilievo «il movimento di analisi e di opposizione psicologica», dall'altro, e in senso inverso, gli opposti si trasformano «in termini perfettamente bilanciati» di equilibrata disposizione euritmica (Bigi [1951] 1992: 146-148). Se ne coglie un segno nell'uso frequente di termini opposti nella tradizione, come vita/morte, pace/guerra, cielo/terra, fuoco/ghiaccio ecc. , marche psicologiche, "emblemi" di una condizione interiore. L'armonia e l'equilibrio, d'altra parte, spesso risultano dalla disposizione simmetrica degli opposti: «... la morte s'appressa, e ‘l viver fugge» (79, 14); «Che tenne gli occhi miei, mentr'al ciel piacque, / bramosi e lieti, or li ten tristi e molli» (320, 4). Altre volte, la simmetria si ottiene mediante disposizione chiastica: «la sera desiare, odiar l'aurora» (255, 1); «Così rose e viole / ha primavera, e ‘l verno ha neve e ghiaccio» (207, 46-47), dove l'opposizione è messa in risalto dal potente enjambement, altro procedimento che il poeta aretino usa con tale maestria da renderlo pressoché istituzionale nella poesia successiva (un solo esempio, altamente significativo: «Raccomandami al tuo figliuol, verace / uomo et verace Dio...», 366, 135-36).

Altra costante stilistica da richiamare è nei RVF l'uso di endiadi, e più in generale di coppie di termini: si tratta di un procedimento non dissimile da quello delle antitesi, in cui l'equilibrio è garantito dalla capacità di gradazione dei termini, dalla medietas che elimina «ogni urto dissonante di significati» (Bigi [1951] 1992: 154): «E l'accorte prole, / rade nel mondo o sole» (37, 87); «L'aura soave al sole spiega e vibra / l'auro ch'Amor di sua man fila e tesse» (198, 1-2); o da artifici ritmici, chiasmi, rispondenza di accenti: Di pensier in pensier, di monte in monte (129, 1); Rotto dagli anni e dal camino stanco (16, 8); Solo e pensoso i più deserti campi (35, 1).

Da quanto esposto si deduce una certa preferenza del Petrarca per le strutture binarie, ma senza per ciò trascurare altri fatti stilistici, tra i quali si segnalano: la particolare cura dedicata al sonetto, e specialmente all'ultimo verso, su cui spesso si concentra la sententia del testo; l'uso massiccio e sapiente dell'assonanza; il gusto per il polisindeto (ripetizione della congiunzione o della preposizione); la preferenza per i settenari nella canzone, con effetti decorativi e retorici.

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