Rinascimento
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Il Secretum II. La ‘maturitas
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La distanza fra la data dell'azione fittizia (1342-43) e la data reale della redazione del Secretum (1347-53) permette di interpretare il testo non come il testimone diretto di una "crisi" spirituale, come credette la critica romantica, ma come la riflessione teorica e artistica del Petrarca, "drammatizzata" nelle forme del dialogo, sul proprio itinerario intellettuale ed esistenziale nel periodo di svolta fra i quaranta e i cinquant'anni. Numerosi elementi consentono di rilevare i sintomi di tale riflessione nell'avventura intellettuale del Petrarca in quest'epoca. La scoperta a Verona nel 1345 dell'epistolario ciceroniano gli permette di guardare alla dimensione più intima e dimessa, più contraddittoria anche, dell'attività del suo grande modello: la sua reazione è quella di immaginare una grande raccolta epistolare dove egli potesse disegnare un'immagine di sé limpida e il più possibile coerente, una raccolta che si chiudesse, sintomaticamente, con una serie di missive indirizzate proprio a quegli antichi con cui aveva instaurato un colloquio diretto. L'ego, la riflessione su se stesso, va emergendo come il principale tema della scrittura petrarchesca: accanto al progetto epistolare (verso gli anni '50 Petrarca sta appunto componendo "pezzi" - come l'epistola del Ventoso, IV, 1 - clamorosamente affini allo spirito del Secretum), prendono forma, in quella fine degli anni '40, le altre due opere "autobiografiche", le Epystole e la raccolta organica dei fragmenta nel Canzoniere.

Nelle opere del periodo 1346-47, d'altra parte, si possono trovare attestazioni delle inquietudini che portarono al Secretum, nonché alcuni indizi dell'idea di redigerlo: accenni alla composizione dell'opera in primo luogo, ma è tutto il clima che attraversa il De otio religioso e il De vita solitaria, soprattutto se messo a paragone con le ben diverse mete delle fatiche precedenti (Africa, De viris, Rerum memorandarum), che testimonia un mutamento decisivo nell'atteggiamento dello scrittore. Il mondo antico è qui al servizio di altri interessi, miranti alla costruzione etica dell'individuo, all'autoriflessione religiosa, all'indagine morale, mentre il canone stesso degli autori si allarga a comprendere fonti patristiche e medievali. Aspetti della personalità petrarchesca, prima separati, ora si vanno integrando: se ancora nel 1345, all'epoca dei Rerum memorandarum, egli poteva, con vezzo classicista, dirsi «cosciente dell'ignoranza delle lettere sacre» e «incapace di essere strappato agli studi secolari», neanche due anni dopo, nella conclusione del De vita, proclama: «Mi è stato dolce, a differenza degli antichi che di solito seguo in molte cose, inserire spesso, in questa mia opericciuola, qualunque essa sia, il nome sacro e religioso di Cristo». Il senso di una scissione, il disagio derivante dalla mancata composizione di due convinzioni profonde del suo animo, l'amore per la classicità e la fede religiosa, trovano la via della propria risoluzione realizzando il programma in tanti luoghi esposto con perfetta chiarezza: utilizzare i classici come «via alla salvezza», appoggiarvisi "per lo studio della verità", «studio veritatis».

Si può scorgere in modo plastico il culmine di questa traiettoria in un'opera come le Invective contra medicum, in cui, nel 1353, il poeta afferma di non aver letto libri di poesia da sette anni: le opere dell'adolescentia, i grandi monumenti di erudizione classica, hanno lasciato il posto all'indagine introspettiva ed etica e alla riflessione "epistemologica" sulla gerarchia delle arti. Attraverso il tópos, già virgiliano e oraziano, del progresso dell'intellettuale dalle attività della pueritia (da "philologus") a quelle, intrinsecamente superiori, della maturitas (da "philosophus"), appoggiandosi sull'auctoritas del Cicerone delle Tusculanae, del Boezio del De consolatione philosophiae, e sull'esempio dello stesso Agostino dei Soliloquia e delle Confessiones, il dialogo, dall'alto della coscienza ormai acquisita nel 1353, rappresenta questa parabola ideale del poeta. Nel terzo libro dell'opera si chiarisce che l'occupazione propria del "filosofo" è "la meditazione sulla morte e sull'umana infelicità", («meditatio mortis humaneque miserie»), che si eleva a contemplazione della divinità attraverso la riflessione su se stessi. Francesco assimila la lezione, con una promessa che riassume le aspirazioni degli stoici e del sant'Agostino storico, pilastri su cui poggia l'intero edificio speculativo del Secretum:

Adero michi ipse quantum potero, et sparsa anime fragmenta recolligam, moraborque mecum sedulo. [Sarò presente a me stesso quanto potrò; raccoglierò gli sparsi frammenti dell'anima mia e vigilerò diligente su di me.]

Il Secretum è dunque anche una sorta di "prologo" alla vecchiaia, il "manifesto" della complessa mutatio che permetterà di affrontare serenamente una degna e operosa "senilità". Al tempo stesso, l'arte di ritrarre i protagonisti, di animare la scena, di sostenere argomentazioni e repliche, discorsi e narrazioni, realizza già sul piano stilistico l'ideale di sapientia che il Padre raccomanda a Francesco: è arte propria del vero filosofo, che si è lasciato alle spalle l'infanzia, («pueritiam pretergressus»), esperto nel gestire con mire più alte le risorse delle discipline, propedeutiche, della letteratura classica, delle materie del trivio che Petrarca, nel "ballo in maschera" del Secretum presenta come preambolo della "filosofia" al cui culto si propone di consacrarsi.

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