La polemica segna la sua decisione di stabilirsi, da metà del 1353, nella Milano viscontea. L'aver accettato l'invito dell'arcivescovo Giovanni Visconti a stabilirsi nella capitale lombarda desta nei più una certa inquietudine. Da Firenze, Boccaccio e la sua cerchia recriminano scandalizzati sulla sua decisione. Poteva il patriota fiorentino servire i nemici della sua città? Poteva l'intellettuale libero "degradarsi" a cortigiano di un tiranno? Come poteva conciliare la sua ricerca della solitudine e dell'otium letterario con il soggiorno nella popolosa e irrequieta Milano? Negli anni successivi Petrarca dedicherà molte pagine a scagionarsi dalle accuse.
Signore della città era l'arcivescovo Giovanni Visconti, cui succedettero nel 1354 i suoi tre nipoti Matteo, Galeazzo e Bernabò. Petrarca entrò al servizio della dinastia milanese senza compiti specifici e con la garanzia che fossero rispettate la sua indipendenza e la sua esigenza di solitudine.
Nei primi anni dimorò nei pressi di Sant'Ambrogio, e solo nel 1359 si trasferiva fuori porta, a San Simpliciano, quasi a voler sottolineare la propria indipendenza dai Visconti. Rilevante fu la sua attività diplomatica, che più tardi avrebbe ricordato come tempo perso e rubato alle lettere (Seniles XVII, 2), e che si concentrò in tre missioni.
Già nel 1351 Petrarca era intervenuto nel conflitto tra Genova e Venezia, rivolgendo ad Andrea Dandolo, doge di Venezia, un'epistola in cui lo esortava alla pace con i genovesi. L'anno seguente ne inviava un'altra dello stesso tenore a Genova (Familiares XI, 8 e XIV, 5). Fu così che quando nel 1353 gli sconfitti genovesi si posero sotto la protezione di Milano, Petrarca fu considerato dai Visconti il mediatore ideale per il conflitto (che tuttavia si prolungò fino al 1355) e fu mandato appositamente un mese a Venezia.
La sua seconda missione consistette nel mediare fra Milano e l'imperatore. Anche in questo caso il poeta aveva già incontrato Carlo IV, a Mantova nel 1354, e tra i due c'erano stati dei precedenti scambi epistolari (Familiares X, 1; XII, 1; XVIII, 1; XIX, 1) in cui il poeta aveva invocato l'intervento dell'imperatore nella penisola come panacea dei mali d'Italia, che indicavano in lui l'ambasciatore ad hoc. Nel 1356, dopo averlo atteso un mese a Basilea, Petrarca si reca a Praga per incontrare Carlo. Benché la missione non raggiunse gli obiettivi sperati, il poeta fu nominato conte palatino dall'imperatore.
Nel dicembre del 1360 giunge a Parigi in missione per conto di Galeazzo Visconti: deve congratularsi con Giovanni II di Francia per la sua liberazione, frutto dei patti stabiliti dalla firma della pace di Brétigny con l'Inghilterra.
Questi e altri obblighi minori del Petrarca verso i Visconti (come la composizione dell'elogio funebre di Giovanni, morto nel 1354, o il battesimo di un figlio di Galeazzo) evidenziano il senso e i limiti delle sue funzioni all'interno del mondo signorile: malgrado le vivaci proteste degli amici, la soluzione milanese va nella direzione di realizzazione di quell'ideale di cultura umanistica come fondamento di ogni sapere e dell'umanista come maestro di vita civile, coscienza critica, che era andata maturando nel corso del decennio precedente. «Petrarca ha capito che la democrazia comunale è ormai un nome vuoto di senso. Non gli resta che salvare... la propria libertà di studioso [...] affermando la sua sostanziale indipendenza dai signori coi quali vive» (Feo 1973: 1104), limitandosi a esercitare in loro favore il suo prestigio di intellettuale.
Gli otto anni del soggiorno milanese (1353'1361) costituiscono per lui comunque un periodo di intensa e fruttifera attività: prosegue il lavoro sul Canzoniere e l'attività epistolare, con l'ampliamento e la revisione delle Familiares, dà un forte impulso all'elaborazione dei Trionfi
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(Video 56.6 kbps) (probabilmente già iniziati verso il 1351'52) e del Bucolicum carmen, rivede le Invective contra medicum, il De vita solitaria, il De otio religioso, redige buona parte del De remediis utriusque fortune e l'Itinerarium in Terram sanctam (conosciuto col titolo erroneo di Itinerarium syriacum), guida di viaggio per la Terrasanta.
Si era non da molto stabilito a Milano che il cardinale Jean de Caraman, prelato della Curia avignonese - il Gallus innominatus, come lo chiamano le antiche edizioni dell'opera petrarchesca (da cui il titolo erroneo Invectiva contra Gallum) - aveva rivolto dure accuse contro il poeta, tacciandolo di stoltezza, di plagio degli antichi, di adulazione, «convictum atque amicitiam tyrannorum», vergognosa servitù nei confronti dei poderosi Visconti. E Petrarca, probabilmente fra il marzo e l'agosto del 1355, si difese con una breve Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientie aut virtutis, "Invettiva contro una certa persona altolocata ma priva di sapere e di virtù": è un attacco senza riguardi - il poeta ha cura di precisarlo - per la dignità cardinalizia del Caraman. Petrarca ricorda che «nessuno è libero», che egli è sottoposto solo a Dio, che i Visconti sono «rectores patrie, non tyranni» ("reggitori della patria, non tiranni"); e, in ultimo termine, avverte che egli vive "con loro, non sotto di loro", che abita "sulla loro terra, non in casa loro" («cum illis, non sub illis sum, et in illorum terris, non domibus habito»). Ma si tratta di un terreno scivoloso, ed è interessante rilevare che se nel fustigare il cardinale francese Petrarca non si fa il minimo scrupolo, quando deve giustificare la sua permanenza a Milano il pensiero si sfuma in argomentazioni di tipo generale: ecco le due facce inevitabili dell'Invectiva.

