Entrambi rampolli della borghesia fiorentina, entrambi educati presso prestigiose corti di respiro internazionale (l'uno a Napoli, l'altro ad Avignone), entrambi chiamati a fare i conti con la "rivoluzione" dantesca, Boccaccio e Petrarca rappresentano ciascuno a suo modo la "crisi di crescita" della letteratura e della cultura italiana nel Trecento. Anche per questo non stupisce che i due abbiano intrecciato un sodalizio destinato a durare una vita. Come Petrarca, anche il «più grande discepolo», come lo definisce il Billanovich, aveva intrapreso e presto abbandonato gli studi giuridici, in quella Napoli angioina in cui aveva avuto la possibilità di formarsi una estesa seppur disordinata cultura nelle arti liberali, e in cui aveva conosciuto Cino da Pistoia, il grande epigono dello stilnovismo, Sennuccio del Bene, ma soprattutto padre Dionigi da Borgo San Sepolcro, l'amico del Petrarca, organizzatore della famosa incoronazione dal quale aveva appreso ad amare e stimare il giovane letterato che tanto prometteva con le sue opere latine. Le affinità, però, non oscurano le differenze. Se già negli anni 40 il Boccaccio aveva composto un De vita et moribus Francisci Petracchi, elogio della laurea poetica del Petrarca (cui aveva forse assistito nei suoi ultimi mesi di permanenza a Napoli) modellato sulla stessa Collatio laureationis e sul Privilegium, il suo primo contatto diretto con Livio, per porre un esempio, era stato il volgarizzamento delle Decadi terza e quarta, laddove, com'è noto, il Petrarca era autore della prima "edizione critica" del testo latino dello stesso autore. Comunque, intuendo la novità della proposta culturale del futuro amico, Boccaccio si diede a raccogliere le sue opere, talché già negli anni Quaranta lo si ritrova possessore di una cospicua antologia petrarchesca.
Nel 1350, in occasione della discesa a Roma del Petrarca per il Giubileo, Boccaccio, che già era entrato in corrispondenza con lui, ebbe la possibilità di ospitarlo in casa sua per alcuni giorni, formando così il primo nucleo del coetus fiorentino di amici ed estimatori del poeta: Boccaccio stesso, Zanobi da Strada, Lapo da Castiglionchio, che gli donò un esemplare, sia pure mutilo, di Quintiliano, Francesco Nelli (quest'ultimo futuro dedicatario delle Seniles). L'incontro frutterà ai fiorentini l'invio da parte del Petrarca dell'orazione ciceroniana Pro Archia, da lui scoperta. Il Boccaccio aveva convinto la Repubblica di Firenze a richiamare in patria il Petrarca come professore nello Studio, invito che questi, geloso della propria indipendenza, avrebbe declinato.
Comunque, i due si poterono incontrare con maggiore comodità a casa del Petrarca a Padova, tra il marzo e l'aprile del 1351. In quei giorni, Boccaccio poté entrare nell'"officina" del maggiore intellettuale del tempo, che gli concesse di copiare e divulgare alcune delle opere che lo occupavano in quel momento: le lettere agli antichi illustri, in particolare a Cicerone, che inaugurarono il culto ciceroniano del Boccaccio, l'epistola in versi a Virgilio e la Familiare a Gherardo (X, 4), incunabolo delle umanistiche "difese della poesia" di cui sono splendido rappresentante le Genealogie deorum gentilium, le Familiares a Carlo IV (X, 1) e ad Andrea Dandolo (XI, 8), fonti di riflessione politica. La rievocazione boccacciana di quelle giornate passate trascrivendo e di quelle sere trascorse nella dotta conversazione giustificano la definizione che è stata data di quell'incontro come una delle «vicende fondamentali della storia della letteratura italiana» (Billanovich 1947: 105). Anche la poesia volgare dovette essere argomento di conversazione: il Boccaccio tentò di trasmettere all'amico il suo amore per Dante, e appena tornato a Firenze gli inviò un esemplare della Commedia con un carme di dedica (l'attuale Vat. Lat. 3199), oltre a una copia corretta della propria Amorosa visione, l'opera in volgare che egli riteneva più vicina alle concezioni del maestro, rivista dietro le sollecitazioni di quell'incontro.

