Perennemente insoddisfatto delle proprie soluzioni artistiche, ancora negli ultimi mesi di vita il Petrarca si dedicava a meditare sull'ordinamento delle liriche all'interno del Canzoniere: il codice Vaticano Latino 3195 ci ha lasciato testimonianza di questa sua estrema fatica. In effetti, il poeta era cosciente delle contraddizioni che una "biografia lirica" come quella che aveva impostato poteva racchiudere. L'idea dell'opera come percorso spirituale di salvazione si era smarrita nel corso degli anni sotto altre sollecitazioni e nello stesso accumularsi dei componimenti, da cui emergeva una figura di Laura troppo benefica, troppo vicina alla "donna angelicata" della tradizione stilnovista per poter giustificare la raccolta come testimonianza di quella mutatio animi che il Petrarca poneva all'origine stessa della sua ideazione.
L'ispirazione religiosa, agostiniana, veniva comunque salvata attraverso una complessa serie di corrispondenze numerologiche all'interno del testo, basate essenzialmente sulla coincidenza tra la morte dell'amata e la data dell'innamoramento (quest'ultima peraltro sicuramente fittizia), entrambe in un 6 aprile giorno della passione del Cristo: la nascita dell'amore, dunque, rimanda alla morte del Redentore, mentre, all'inverso, la morte dell'amata, coincidendo con la nascita di Cristo, viene a segnare l'inizio del "pentimento" il quale, con movimento perfettamente circolare, si chiude con la preghiera alla Vergine, componimento 366, che nel "calendario" sceneggiato dal testo, coincide di nuovo con un sei aprile giorno di passione, trecentossessantacinque testi dopo.
Ciononostante, il Petrarca non era del tutto convinto: non poteva affidare solo a criptici elementi strutturali il suo messaggio. «Il difetto si cela nella zona finale, dove la canzone alla Vergine resta [...] sganciata dal resto a rispondere al sonetto proemiale. Del gruppetto di testi che la precede (quelli poi numerati 351, 352, 354, 355), rispetto al discorso morale con il quale il libro dovrebbe concludersi, alcuni non prendono posizione, altri, addirittura, essendo testi di lode, lo contraddicono apertamente» mettendo in crisi la palinodia finale. È proprio qui che «con intuizione probabilmente improvvisa, Petrarca interviene in extremis rivedendo la numerazione degli ultimi trentun componimenti»: in particolare, quelli che erano i sonetti 359-361, in cui più forti risuonano la stanchezza, il pentimento e la preghiera, vengono spostati immediatamente a ridosso della canzone conclusiva (attuali sonetti 363-365, tutti di invocazione al Signore): «il loro spostamento ha l'effetto di fare finalmente riecheggiare al capo opposto del libro il "pentersi" del "giovenile errore"» del sonetto proemiale: «il pentimento di avere amato una "cosa mortale" è qui finalmente operante» (Santagata 1996: XCII).
Sino alla fine continuò anche la composizione dei Trionfi
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(video 56.6 kbps). Il Trionfo del Tempo e quello dell'Eternità mostrano i segni della distanza che li separa dagli altri. Il trionfo "romano", classico, arricchito da una folla di personaggi, rappresentato nelle prime quattro parti dell'opera, si trasforma in un'apoteosi di sapore religioso del Tempo sulla Fama e dell'Eternità sul Tempo, dove il senso di annullamento metafisico si rivela nell'assenza di processioni trionfali, in una solitudine in cui campeggia esclusivo il nome di Laura: «non Dio glorioso e il gaudio dell'Empireo restano nel cuore del lettore; sebbene quel desiderio lungamente accarezzato nel Secretum e nel Canzoniere [...] di riscattare un amore spirituale, eppur terreno, nella luce della Grazia» (Quaglio 1967: 191). Come ebbe a dire il Martellotti, «se l'amore per i grandi antichi era rimasto inalterato, i temi del Tempo e dell'Eternità lo toccavano ormai più da vicino»: il Triumphus Eternitatis porta in calce la data del 12 febbraio 1374:
Quel che l'anima nostra preme e 'ngombra, dianzi, adesso, ier, diman, mattino e sera, tutti in un punto passeran com'ombra; non avrà loco 'fu' 'sarà' ned 'era', ma 'è' solo, in presente, et 'ora' et 'oggi', e sola eternità raccolta e 'ntera. (vv. 64-69).
E nell'eternità entrava Francesco Petrarca, portato via da un ennesimo attacco di febbre, la notte fra il 18 e il 19 luglio 1374, ad Arquà.

