Arte
1861. I pittori del Risorgimento
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Gerolamo Induno, La partenza dei coscritti nel 1866, 1878 Olio su tela, Milano, Museo del Risorgimento
Informazioni
Roma, Scuderie del Quirinale
dal 6 ottobre 2010 al 16 gennaio 2011
Orari: domenica - giovedì 10.00-20.00; venerdì e sabato 10.00-22.30
Lunedì chiuso
Biglietti: intero euro 10 ; ridotto euro 7,50
Informazioni e prenotazioni: tel. +39 06.39967500
In soli due anni, tra il 1859 e il 1861 si compiva il sogno unitario coltivato per secoli da intellettuali come Dante e Petrarca, Machiavelli e Guicciardini, sino a Foscolo e Manzoni. Ma prima che si arrivasse a quel glorioso epilogo diversi decenni erano trascorsi, occupati da moti carbonari, attività cospirative e tentativi falliti, come quelli mazziniani nel 1831, arrivando al grande slancio rivoluzionario del 1848-49, segnato dalle rivoluzioni sconfitte di Milano, Venezia, Roma e dal tragico esito della I Guerra d'indipendenza. E se comunque, quando si realizzò, il sogno deluse molte attese, per molti “Furono tempi belli quelli del 1846-47 e 1848-49. Un solo pensiero, un solo desiderio tutti ci univa. A vent’anni, tutto si amava e soprattutto la patria, l’Italia. Inconsapevoli, si era cospiratori” – come avrebbe scritto Giovanni Fattori nelle proprie memorie, ricordando gli entusiasmi provati nella sua giovinezza e come si evince dagli scritti autobiografici dei tanti che parteciparono ai fatti del Risorgimento. Perché era stato nella mente e nel cuore dei giovani vissuti nella prima metà dell’Ottocento che avevano fatto breccia  il concetto di nazione e l’idea di battersi per essa, come si ricava dalla frequenza di immagini – nelle arti figurative come in letteratura – che estetizzano l’atto eroico, o che celebrano un culto dell’amicizia e della fratellanza non privo di reminiscenze classiche le quali avranno un’ultima eco nella prosa trasfigurante di Giosuè Carducci. Il Risorgimento infatti prima ancora che realtà storica fu una potente macchina mitopoietica che, infiammando l’immaginazione produsse le condizioni emotive e spirituali perché si creasse quella Nazione italiana che agli esordi aveva lo statuto di una chimera più che di una utopia. Mai come negli anni che precedettero l’unità, le arti figurative e la letteratura, per non dire la musica, si nutrirono di una stessa linfa poetica palpitando insieme di fronte ai trionfi e alle sventure, agli eroi e ai martiri, agli intimi affetti e alle passioni di popolo, con esiti di grande coinvolgimento alimentati dalla coralità del risultato e dall’evidente convergenza di ambiti poetici diversi ma concordi nel portare alla ribalta i temi del riscatto nazionale. I fermenti  che accompagnarono questi anni di mutazione politica e culturale dettero forte risalto al “fatto”, al “vero” e al “popolo”  e furono soprattutto le forme d’arte più popolare - il dramma musicale in primis ma anche la pittura, la poesia civile, il romanzo storico – a farsi garanti e veicolo per gli ideali di riscatto patriottico. L’epopea risorgimentale coincideva così con la nascita di un nuovo genere di pittura storica che privilegiava la rappresentazione in presa diretta degli accadimenti più cruenti che segnarono la nascita e la formazione della nuova nazione.  Protagonisti della nuova arte italiana, rivoluzionaria nei contenuti – non più celebrativi o apologetici, ma realistici – fu un cospicuo  drappello di pittori patrioti, (volontari e spesso giovanissimi) che in molti casi furono testimoni diretti di queste vicende, usando con uguale destrezza armi e pennelli.
All’epopea iconografica del Risorgimento italiano quale fu raccontata dai pittori soldati è dedicata la mostra aperta alle Scuderie del Quirinale che inaugura i riti del 2011, celebrativi del 150mo anniversario della conquista dell’indipendenza e della unità della patria. Attraverso quaranta opere, prevalentemente dipinti, spesso di grandi dimensioni, la mostra passa in rassegna tutti i momenti più drammatici di questa avventura sanguinosa e fortunata: dai moti del 1848, con Milano e Venezia in prima linea, alla Seconda guerra di indipendenza, alla delusione di Villafranca, fino alla Spedizione dei Mille dove Garibaldi assume un ruolo iconografico di assoluto rilievo. Si comincia dai prodromi, con “Masaniello che chiama il popolo alla rivolta” di Alessandro Puttinati, e “Spartaco” di Vincenzo Vela, archetipo da sempre del rivoltoso che vince. Ispirate al naturalismo beniniano e non al canone del bello ideale, le due monumentali sculture, entrambe del 1846, godettero nell’Ottocento di una grandissima popolarità testimoniata dalle cospicua presenza nelle case italiane di copie in piccolo formato. Ma è di Francesco Hayez, uno dei maggiori pittori europei di età romantica, l’opera manifesto della nuova arte italiana: “Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria” del 1831, riconosciuta come tale dallo stesso Mazzini. Dedicata alla città greca le cui genti furono costrette alla fuga dopo la conquista dei turchi, la grande tela dipinta dal veneziano, non è solo un tributo a quel sentimento filoellenico all’epoca largamente diffuso in Europa, ma è ancor prima trasparente metafora della condizione servile in cui versava l’Italia. Patria e famiglia sono i valori evocati dai pittori della nuova Italia, come i macchiaioli toscani Fattori, Lega e Borroani, i due fratelli Domenico e Gerolamo Induno, lombardi come Pagliano, Faruffini e Bianchi, o il napoletano Cammarano e i siciliani Liardo e Sciuti. Se nella prima parte della rassegna, ospitata al primo piano delle Scuderie, la religione patriottica viene professata in tele  monumentali ed epiche come la “Battaglia di Cernaja”del 1857, la “Presa di Palestro” del 1860 o la “Battaglia di Magenta” del 1861. Autore dei dipinti Gerolamo Induno, che si guadagnò il titolo di pittore soldato sul campo, partecipando prima come volontario garibaldino alla difesa della Repubblica Romana e poi ingaggiato dall’esercito piemontese come reporter  nella famosa spedizione in Crimea. Tornato a Milano, il pittore rievocò molti episodi della guerra tra cui la decisiva battaglia della Cernaja. La peculiarità di quest’opera, come delle successive dedicate alle battaglie della II Guerra d’indipendenza, è nel fatto che ad essere celebrata è la partecipazione popolare ed il sacrificio degli anonimi eroi che avevano reso possibili tali vittorie, più della gloria militare. Ed è lo stesso spirito che pervade anche il grandioso “Assalto a Madonna della Scoperta” di Giovanni Fattori del 1864-68. Il maestro macchiaiolo non fu pittore soldato in senso proprio: alle guerre risorgimentali partecipò solo idealmente, ma con passione non minore, e facendosi scrupolo di visitare i luoghi riuscì a raccontare con grande verità il prezzo della costruzione nazionale, rappresentando ciò che le cronache ufficiali tacevano “le sofferenze fisiche e morali […] e tutto ciò che disgraziatamente accadde” come avrebbe annotato nei propri diari.  Gli stessi toni insieme crudi  e pietosi tornano nei dipinti di Eleuterio Pagliano ” Il passaggio del Ticino a Sesto Calende dei Cacciatori delle Alpi il 23 maggio 1859” del 1865, nella “Battaglia di Varese” di Faruffini che rappresenta sempre i Cacciatori delle Alpi impegnati in uno scontro dove morì Ernesto Cairoli, ma soprattutto nei due celebri dipinti del napoletano Michele Cammarano dedicati alla leggendaria presa di Porta Pia, “ I bersaglieri alla presa di Porta Pia” del 1871 “I bersaglieri (il 19 settembre 1870)” del  1915. Abbandonato il registro epico dei grandi quadri esposti al primo piano, al secondo piano delle Scuderie sono presentati dipinti di dimensioni ridotte, non di soggetto militare, che raccontano i risvolti umani e domestici delle vicende risorgimentali. Aperta da capolavori come la “Meditazione”, allegoria dell'Italia sconfitta, dipinta da Hayez nel 1848, o “La trasteverina uccisa da una bomba” che Induno realizzò nel 1850 per ricordare i tragici fatti del 1848 e 1849 a Milano, Venezia e Roma e il sacrificio di quanti persero la vita per la libertà, questa seconda parte della mostra prosegue raccontando con lirica incisività le retrovie delle grandi battaglie o delle lòtte politiche. Il tessuto umile della vita quotidiana che fa da scenario a  queste fatidiche giornate si ritrova negli interni del macchiaiolo Borrani (“Il 26 aprile 1859” del 1861e “La Veglia (Il bollettino del 9 gennaio 1878)” del 1880) o di Induno (“La lettera dal campo” del 1859 , “Il racconto del ferito” del 1866). Anche la popolare epopea garibaldina non assume in pittura toni celebrativi, come dimostrano il ritratto di Garibaldi di Lega del 1861 , “L'imbarco a Genova del generale Garibaldi” dipinto da  Induno nel 1860 e il “Garibaldi a Palermo” (1860-62) di Fattori al quale si ispirò Luchino Visconti per una scena del suo “Il Gattopardo”. Dagli scontri fratricidi in Aspromonte alla delusione di Villafranca raccontati con profonda partecipazione dai due fratelli Induno (”La discesa d’Aspromonte” (1863)di Gerolamo e “ Il bullettino del giorno 14 luglio 1859 che annunziava la pace di Villafranca” (1862) fino a “La Partenza dei coscritti” di Induno del 1878 è una pittura che celebra la dimensione corale degli eventi, e che nella crudezza della rappresentazione onora il martirio degli umili. È questa n’inclinazione tematica che appartiene anche ai due capolavori di Giovanni Fattori esposti in chiusura della mostra romana: “Lo scoppio del cassone” e “Lo staffato” (entrambi del 1880). Nel primo l’artista rappresenta l’esplosione di un carro che trasporta munizioni: cavalli imbizzarriti, pezzi di carri che schizzano nell’aria e soldati caduti e travolti occupano la tela rendendo significativo uno dei tanti momenti insignificanti della Storia. Ancora più estremo e impressionante il verismo de “Lo staffato” in cui Fattori ritrae un cavallo nero che nella sua folle fuga trascina il povero corpo del soldato che lo montava, lasciando nella polvere e tra i sassi della strada, persa in un paesaggio desolato, una scia di sangue. Sangue versato per l’Italia che allora come ora è monito di un impegno civile e morale: quello di essere italiani.