Cinema
L'amante perduto
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Se ne "La vita è bella" e in "Train de vie" veniva affrontato in un'inedita chiave grottesca il dramma per eccellenza - la Shoah - vissuto dal popolo ebraico negli anni più bui della propria storia, Roberto Faenza ha deciso di confrontarsi con la "condizione" attuale di codeste genti per il tramite d'un capo d'opera della letteratura israeliana contemporanea, "L'amante" di Abraham B. Yehoshua, best-seller internazionale tradotto in quindici lingue.
Non nuovo a tematiche consimili (già affrontate nel ‘93 in "Jona che visse nella balena", drammatica rievocazione delle vicende d'un bambino olandese nel corso del secondo conflitto mondiale, tra lager ed imperante antisemitismo), né al gusto della trasposizione schermica di testi letterari (nel ‘90 un romanzo di Schnitzler per "Mio caro dottor Grasler", nel ‘95 il Tabucchi di "Sostiene Pereira" e due anni più tardi la Maraini di "Marianna Ucrìa"), il cinquantaseienne cineasta torinese ha qui affrontato problemi consistenti per l'adattamento in celluloide della pagina scritta (si parla, addirittura, di quindici differenti versioni della sceneggiatura), forse cagionati dalla preoccupazione di ulteriormente sottolineare il messaggio di invito alla tolleranza ed alla pacifica coesistenza, in Yehoshua ben più sfumato.
Nella storia di Adam ed Asya, ebrei di origine inglese giunti in Israele con una pena segreta - la perdita del primogenito di quattro anni in un incidente - ed inconfessabile, legati da un amore che sfiorisce nella malinconia, con una figlia adolescente dolente spettatrice della loro impotenza a comunicare, s'inserisce all'improvviso un elemento di rottura: la comparsa d'un giovane israeliano venuto da Parigi che, con la sua fragilità e bellezza, mette in crisi il precario equilibrio della famigila.
Asya se ne innamora, proprio mentre la sua figliola sente i primi battiti del cuore per un ragazzo arabo suo coetaneo: quando si ha l'impressione che tutto sia sul punto d'infrangersi, ogni cosa parrà infine ricomporsi sotto il segno della comprensione e della solidarietà.
Girato con ampiezza di mezzi, valendosi d'un cast cosmopolita e funzionale alle intenzioni registiche, "L'amante perduto" indulge a tratti a semplificazioni manichee e non è esente da concessioni ad un didascalismo vagamente predicatorio. Tuttavia, in virtù pure di contributi tecnici assai validi, è certo uno dei rari prodotti italici pensato per platee più ampie di quelle nostrane: in tempi di opprimente regionalismo, di predominio sbracatamente comicarolo, di disimpegno a tutti i costi, non si tratta di pregi da poco.