Harvard Diary
Filologia e libertà
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Filologia e libertà di Luciano Canfora, copertina del libro
Informazioni
di Luciano Canfora
Mondadori
pp. VI-149
euro 13,00
“Quando i tempi sono difficili, le discipline umanistiche devono giustificare il loro valore”: è il titolo di un articolo apparso sul New York Times poche settimane fa, a commento dei tagli subiti in molte università americane. Nell’ampio dibattito che ne è seguito, intellettuali e accademici hanno portato valide ragioni a sostegno dell’efficacia di una “liberal arts education”, prevalente nel mondo anglosassone, la quale prevede che nei quattro anni di college tutti gli studenti, anche quelli che hanno intenzione di diventare manager, avvocati, medici, ingegneri o biologi, debbano seguire corsi di lingua, letteratura, storia, filosofia, arte. Sono anzi campi che andrebbero rafforzati, ha sostenuto Anthony Kronman, professore alla facoltà di legge di Yale: dietro l’avidità, l’irresponsabilità e l’incompetenza che hanno provocato l’attuale crisi economica ci sono mancanza d’immaginazione, di spirito critico, di coscienza etica, in ultima analisi una clamorosa inadeguatezza a capire cosa sia davvero rilevante per se stessi e per la società. Che è invece esattamente ciò di cui occupano le humanities. Magari però senza saperlo. Sono tanti infatti gli studiosi che alla richiesta di spiegare il valore e il significato delle loro materie non saprebbero cosa rispondere: che non ci hanno mai pensato, che non insegnano ai loro studenti a pensarci, che sono giustamente convinti che Manzoni sia meglio di Federico Moccia ma non sarebbero in grado di dimostrarlo. Mentre lo scopo della ricerca storica e della riflessione critica è tutto lì: non nei loro risultati, comunque opinabili, transitori o irrilevanti, bensì nei loro metodi, dunque nella loro capacità di definirsi e giustificarsi. È in questa prospettiva che va apprezzato il lavoro, ormai quarantennale, di uno dei maggiori classicisti di oggi, Canfora. Un accademico, a cui si devono importanti monografie e studi (da Tucidide a Lucrezio, da Giulio Cesare a Fozio), un apprezzato manuale di letteratura greca, puntuali analisi filologiche di testi controversi - recente la dimostrazione che il cosiddetto papiro di Artemidoro è in realtà un falso ottocentesco -; ma un accademico che si è sempre tenuto fuori e lontano da ogni torre d’avorio. In parte per effetto di una lunga militanza di comunista non pentito, ma soprattutto per la sua profonda convinzione che la storia, la letteratura e le discipline umanistiche in generale non siano passatempi o lussi, magari affascinanti ma di cui si potrebbe fare a meno, bensì indispensabili dispositivi di vigilanza sulle istituzioni sociali e le loro ideologie. Di alcuni anni fa è un saggio, riproposto anche nella BUR, sui motivi per cui lo studio dei greci e dei romani sia tuttora utile; ancor più significativi sono i libri, brevi e accessibili, che ha dedicato a concetti e questioni di grande rilevanza politica, il potere, la libertà, la democrazia. In essi la competenza del classicista non è intimidente o fine a se stessa, né si compiace della propria inattualità: al contrario, è utilizzata per completare e arricchire l’esperienza del presente. Anche la filologia lodata in quest’ultimo libretto (88 pagine, seguite da un’appendice documentaria) non ha nulla a che vedere con quell’esercizio di arida catalogazione e meccanica riproduzione di testi spesso del tutto secondari che da qualche decennio prolifera in Italia e di cui già si lamentava Contini alla fine degli anni ’70: un “filologismo caricaturale” intrinsecamente conservatore che certo non salverà gli studi letterari né potrebbe giustificarne l’esistenza. Canfora ci racconta (non in modo sistematico, piuttosto attraverso casi esemplari) lo sviluppo di una pratica ben altrimenti coraggiosa ed eversiva, volta a rivelare le menzogne e contraffazioni del potere e, soprattutto, ad abituare al rigore dell’indagine e all’indipendenza di pensiero. Indicativo il parallelo da lui suggerito fra la celebre edizione di Lucrezio di Lachmann, apparsa a metà ‘800, e la prima avventura di Sherlock Holmes, Lo studio in rosso, pubblicato da Conan Doyle qualche decennio dopo. Nel romanzo il giovane Holmes sbalordisce i lettori intuendo, al primo incontro e a prima vista, che Watson è un medico militare appena rientrato dall’Afghanistan. Questione di piccoli indizi: carattere, portamento, colorito; e ovviamente la conoscenza di Holmes della storia contemporanea (nella fattispecie la seconda guerra afgana). A sua volta Lachman aveva sbalordito il suo pubblico aprendo la sua introduzione con la minuta descrizione di un manoscritto che non esisteva più da secoli, e di cui nessuno aveva testimoniato o supposto l’esistenza, e di cui invece lui forniva l’epoca di composizione, il numero delle pagine e quello delle righe per pagina. Informazioni che aveva ricavato dal confronto dei manoscritti esistenti e in particolare delle lacune comuni, derivate dunque da danni meccanici risalenti a un unico archetipo, una pagina strappata, per esempio. Al di là della maggiore affidabilità del testo così stabilito, colpiva l’eleganza del procedimento deduttivo: un esercizio di attenzione e di intelligenza che spostava dall’autore (e dall’auctoritas) al fruitore la responsabilità dell’interpretazione. Ciò ha particolare importanza quando l’oggetto sia un libro sacro. Canfora ricostruisce la storia delle chiusure, dottrinali e mentali, che per secoli hanno impedito l’indagine del testo biblico: nel mondo cattolico, dal decreto del Concilio di Trento (1546) all’enciclica Divino afflante spiritu di Pio XII (1943), che finalmente sdoganò la filologia. Ma la vittoria di quest’ultima, e del buon senso, non deve far dimenticare che per secoli era stata efficacemente difesa, con l’approvazione di molti, una posizione assolutamente illogica e astorica: e cioè che la traduzione latina di San Girolamo, non gli originali ebraici e greci, rappresentasse l’originale ispirato, la parola di Dio, e che tutti i “petulanti ingegni” che avessero contestato questa verità dovessero essere censurati e repressi. È proprio la facilità con cui la gente tende ad accontentarsi di spiegazioni insufficienti ma rassicuranti e consolatorie che rende essenziale la difesa della filologia, piccolo grimaldello capace di scassinare complessi sistemi ideologici ed espressione di una scrupolosità storico-critica che le scienze sociali ed economiche dovrebbero imitare per controllare se stesse e non credere più di tanto alle proprie autorappresentazioni. Anche la critica testuale, e la critica in generale, è nella storia, e subisce dunque l’evoluzione dell’ordine del discorso; ma il rimedio, avverte Canfora, non è rinunciare alla critica e confidare nell’immobile autorità dei poteri o paradigmi egemonici, bensì “accentuare l’indagine storica ed estenderla a tutti gli ambiti”.


Giudizio: Giudizio: Tre stelle

Riferimenti:
- Anthony Y. Kronman, Education's End: Why Our Colleges and Universities Have Given Up on the Meaning of Life, Yale University Press, pp. 320, dollari 17,00 (Kindle book, dollari 9,99).
- Gianfranco Contini, Breviario di ecdotica, Einaudi, pp. VIII-252, euro 19,63.

Altre opere di Canfora:
- Storia della letteratura greca, Laterza, pp. XIX-867, euro 26,00.
- Ma come fa a essere un papiro di Artemidoro? (con Luciano Bossina), Edizioni di Pagina, pp. 210, euro 17,00.
- Noi e gli antichi. Perché lo studio dei Greci e dei Romani giova all'intelligenza dei moderni, Rizzoli, pp. 148, euro 7,20.
- La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, pp. VI-446, euro 11,00.
- Esportare la libertà. Il mito che ha fallito, Mondadori, pp. 84, euro 9,00.
- La natura del potere, Laterza, pp. 99, euro 14,00.

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