Harvard Diary
Rossovermiglio di Benedetta Cibrario
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di Benedetta Cibrario
Feltrinelli
pp. 215
euro 15,00
Da qualche anno mi pare che sia il Premio Campiello, piuttosto che lo Strega, a indicare al pubblico i romanzi migliori, che non necessariamente resteranno nelle future storie della letteratura ma che la gente può comprare senza rischiare una delusione; forse perché la sua giuria è composta da anonimi lettori che cambiano a ogni edizione e rappresentano tutte le categorie sociali, invece che da un gruppo stabile e omogeneo di letterati, critici e personalità della cultura. L'anno scorso fu scelto il bel romanzo d'esordio di Mariolina Venezia, Mille anni che sto qui; nel 2006 La vedova scalza di Salvatore Niffoi: due opere che sembrano nascere da reali esperienze e da un'autentica passione per le cose, i luoghi e le storie che descrivono, al confine fra memoria e mito; a differenza dei premi Strega corrispondenti, Come Dio comanda di Ammaniti e Caos calmo di Veronesi, costruiti a tavolino, o meglio davanti alla televisione, primaria se non unica fonte dei loro stereotipi e del loro linguaggio. La fonte di Benedetta Cibrario (anche lei esordiente) è invece la tradizione del romanzo storico, quella dei grandi autori ottocenteschi e della narrativa d'appendice, un genere forse più facile da praticare - sia nello scrivere che nel leggere è un vantaggio potersi appoggiare a fatti concreti - ma nei confronti del quale il pubblico è più severo. Non ci sono scuse se l'intreccio non coinvolge, se i personaggi non funzionano. Rossovermiglio si legge con piacere, d'un fiato; e la protagonista, una contessa piemontese che narra in prima persona la sua vita e mai ci rivela il suo nome, riesce a renderci curiosi dei suoi sentimenti e delle sue avventure, in fondo banali, un padre autoritario, un matrimonio presto fallito, un amante che appare e scompare, il contrasto fra la mondanità della sua giovinezza, trascorsa in città, a Torino, e la quiete della maturità, trascorsa nella campagna senese. I frequenti flash back, narrativi e mentali, stabiliscono peraltro connessioni fra le due fasi, le sovrappongono; e il fascino del libro nasce precisamente da questa coerenza interna. Non è uno dei soliti romanzi nostalgici, che trasfigurano l'epoca in cui l'autore era giovane e per estensione il passato, considerato a misura d'uomo solo perché più prossimo a una concezione astratta, ideologizzata, dell'umanità. Il mondo della contessa resta inevitabilmente "altro" rispetto a quello dei lettori: per la sua età (è nata nel 1909), per la sua classe sociale (un'aristocrazia che ancora avverte i propri privilegi come obblighi sociali - "i pranzi, le cacce e le prove con la sarta e la modista, perché da signora sposata due volte l'anno dovevo rifarmi il guardaroba"), anche per la sua condizione attuale, proprietaria di una tenuta che era appartenuta ai Chigi e in cui ora si produce un vino, il Rossovermiglio, lodato dagli enologi e conteso dai collezionisti. Tuttavia Cibrario riesce a renderci familiare questo mondo così improbabile e distante: come accade nelle autobiografie più o meno romanzate che i nonni ci narravano quando eravamo piccoli, e che anche dopo, nel ricordo, riescono miracolosamente a restare in bilico fra la realtà (sia pure perduta) e il meraviglioso, diventando leggenda. Anche gli avvenimenti storici ci appaiono distorti da questa prospettiva. Il fascismo diventa una mera caduta di gusto: così rozzo quel Mussolini, "non solo mani in tasca ma paletot grigio chiaro". E il passaggio dalla monarchia alla repubblica, particolarmente significativo per la nobiltà piemontese, diventa un trucco, che cambiando qualche consuetudine e cerimoniale lascia le cose che contano al loro posto: "Il prestigiatore s'avvicina, prende in mano un angolo della tovaglia e, con un colpo secco, la tira via. Incredibile: sulla tavola sono rimasti intatti piatti e bicchieri. Non si sono spostati di un millimetro". La morale del Gattopardo: che qui come lì non proclama una visione cinica e reazionaria della storia bensì l'autoreferenzialità di ogni visione della storia. Non è un romanzo impegnato e non è un romanzo sperimentale, né sul versante dei contenuti né su quello dello stile; però come ho detto è un libro piacevole - intrattenente e intelligente. Un'unica osservazione negativa: brutta la copertina, dominata dalla fotografia ravvicinata di una rosa rossa, troppo meccanicamente allusiva al valore cromatico del titolo e del tutto incongruente con il suo reale significato (si tratta di un vino) e in generale con la trama e l'atmosfera del libro.

Giudizio: Giudizio: Tre stelle

Riferimenti:
- Mariolina Venezia, Mille anni che sto qui, Einaudi, pp. 250, euro 15,00 [leggi la recensione].
- Salvatore Niffoi, La vedova scalza, Adelphi, pp. 182, euro 16,00.
- Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, pp. 299, euro 17,00.
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